Conca dei Marini non si concede con facilità, ma è un luogo che si rivela soltanto a chi sa cercare, lontano dal clamore che ha invaso altri angoli della Costiera Amalfitana. Le case si adagiano tra i limoneti e le scogliere, come conchiglie che il mare ha voluto lasciare sulla roccia, mentre il promontorio di Capo di Conca si protende nell’acqua, un arco scuro sospeso sull’infinito. In alto, da secoli immobile, il monastero di Santa Rosa veglia, custode di una memoria che precede il turismo e le sue mode, perché qui l’anima dei luoghi trova sostegno nelle cose umili e nella luce: il paesaggio, trasformato in interiorità, accompagna silenziosamente la vita quotidiana.
Una dolce storia secolare
Dentro quelle mura nacque, nel XVII secolo, uno dei dolci più importanti della tradizione campana: la Santarosa. Una suora, nel tentativo di non sprecare la semola avanzata, la mescolò con latte, zucchero, frutta secca e un tocco di limone. Racchiuse il ripieno tra due veli di sfoglia, modellandoli a forma di cappuccio monastico, e lo guarnì con crema e amarene. Un’invenzione nata dalla parsimonia, destinata a trasformarsi in patrimonio di gusto. Da Conca (Salerno) giunse a Napoli, dove nel 1818 Pasquale Pintauro ne trasse la sfogliatella riccia e la frolla, e, più tardi, la coda d’aragosta, ma l’anima della storia resta qui, custodita dal convento che domina il mare, vigile testimone di una tradizione che porta il suo nome.
La Santarosa non è soltanto un dolce, è un compendio di ciò che questa terra offre: il grano che arriva dall’entroterra, la ricotta dei Monti Lattari, gli agrumi che profumano i giardini, le amarene sciroppate che punteggiano la sfoglia come gemme scure. Racconta l’economia domestica e l’ingegno delle donne, con la loro capacità di trasformare ingredienti poveri in un miracolo di gusto.
Una tradizione che si rinnova
Ogni anno, alla fine di agosto, la badessa del convento di Conca, in prossimità della festa della Santa, soleva donare la sfogliatella Santarosa ai fedeli che giungevano al convento di clausura. Oggi, la memoria di quel gesto si rinnova grazie al Comune di Conca, alla “Compagnia della Santarosa” e alla regia attenta di Nicola Pansa, della storica pasticceria di Amalfi, che è anche presidente onorario dell’Associazione: un’alleanza che restituisce alla comunità e ai visitatori un evento capace di unire religione, cucina e vita civile. Non più soltanto una festa , ma un banchetto che diventa rito collettivo, momento in cui la tradizione si apre e si trasforma in esperienza condivisa.
Come in un corteo celebrativo, alcuni tra i migliori cuochi e pasticcieri della Campania si radunano e portano i loro doni. Non portano solo piatti, ma offrono tempo, passione e conoscenza; accettano di lavorare in postazioni essenziali, quasi improvvisate, lontani dalle cucine attrezzate che li hanno resi celebri. È una sfida che trasforma quei banchi provvisori in laboratori di creatività: in quel contatto diretto con la gente, tra sorrisi, racconti e assaggi, la maestria diventa dono e la cucina ritorna linguaggio universale.
Tra passato e futuro
Sulla tavola sfilano piatti che intrecciano memoria e invenzione: il “Cannolo di Santa Rosa con guancia alla Caesar” di Alfonso Crescenzo reinventa il dolce in chiave salata, aprendo la via ad antipasti sorprendenti. Accanto, il “Bao con sgombro marinato e spuma olandese al limone” di Enrico Ruggiero, fragrante di profumi di mare e di agrumi, e il “Conca Toast” di Vincenzo Russo, farcito di scarola e crème fraîche. Seguono la “Pasta mista con totano, erbe spontanee e limone candito” di Lorenzo Montoro, voce limpida del territorio, e gli “spaghetti cacio e pepe” di Peppe Guida, che danzano con un pesto di zucchine in fiore e con il profumo intenso dello zafferano vesuviano, in un’esplosione di gusto.
Sorprendente anche il “Risotto con acqua di pomodoro, yogurt agerolese e gamberi” di Michele De Blasio, che gareggia in intensità con le “Maruzzelle con ristretto di scorfano, pesto di fagiolini e menta” di Alfonso Crisci.
Il corteo continua con la “salsiccia di totano” di Claudio Lanuto, il maialino alla genovese “come una Santarosa” di Peppe Stanzione – fusione di due ricette cardine della gastronomia campana –, lo sgombro affumicato di Alessandro Tormolino, in cui il profumo del mare si unisce alla forza delle spezie, e le pizze fragranti di Carlo Fiamma e Salvatore Iovieno.
Variazioni di dolcezza
Infine, torna la dolcezza. I pasticcieri Capparelli, Di Dato, Donnarumma, Faiella, Goglia, i fratelli Pansa, Giuseppe Pepe e Sirica intonano insieme le variazioni della Santarosa: chi la veste di albicocca pellecchiella, chi la arricchisce di nuove creme, chi resta fedele all’originale. È un vero trionfo di profumi, in cui ogni interpretazione è un omaggio alla stessa radice.
Ogni preparazione racconta un prodotto che appartiene a questa terra — maruzze, alici, limoni, totani, ricotta, verdure degli orti, pesce azzurro, latticini — parole di un vocabolario identitario che nessuna globalizzazione può cancellare. E i fondi raccolti, grazie alla partecipazione di turisti e residenti, vengono destinati a progetti sociali e solidali, restituendo benessere a chi vive situazioni di fragilità, così come il motto della “Compagnia della Santarosa” suggerisce: “Gustus et Cultura in Dulcis Causa”, segno di impegno e responsabilità.
Se oggi la festa della Santarosa è il simbolo più alto di una comunità viva, anche altri gesti e altri riti continuano ad alimentarne il senso di appartenenza. Nei secoli, a sorreggere il borgo sono stati i frutti della terra e del mare, e ancora, in ottobre, la raccolta delle olive sulla collina di San Pancrazio rimane un rito corale: le famiglie si radunano, le donne preparano la colazione nei campi, baccalà cucinato con pomodorini del piennolo, pesce azzurro fritto servito con cipolla cruda. Gesti antichi che si ripetono intatti, come intatta resta la fede popolare.
Lo spirito delle “janare”
Accanto al lavoro e alla fede vive anche il mito: quello delle “janare”, le donne del Capo di Conca. Non spiriti malvagi, ma custodi di un sapere arcaico legato alla luna e alle stagioni. La leggenda racconta che volassero sul mare per raggiungere i mariti imbarcati o per proteggere i pescatori nelle notti di tempesta. Il loro incanto non era stregoneria ma un modo per esprimere il legame indissolubile tra la terra e il mare, perché vegliavano sulla fertilità dei campi e sul ritorno dei pescatori.
Gli spaghetti alla Nerano di Crescenzo Scotti
Mantenere vive queste tradizioni è un atto politico e poetico insieme. In una Costiera Amalfitana minacciata dal turismo di massa, Conca rivendica una misura diversa: non si concede al mordi e fuggi, non si lascia imprigionare dal lusso a tutti i costi, ma resta rifugio e ponte naturale tra l’entroterra agerolese e il mare, comunità viva dove le famiglie si chiamano ancora per nome e si riconoscono.
Così, quando la sera scende sul promontorio e il convento si illumina, la processione di piatti, voci e volti si trasforma in un affresco di vita. Perché la Santarosa non è soltanto un dolce, è una favola che continua, con semplicità e raffinatezza, a raccontare che paesaggio e abitanti, insieme, sono ancora il cuore di questi luoghi.