Il nuovo adattamento cinematografico di Cime Tempestose, con Margot Robbie e Jacob Elordi, diretto da Emerald Fennell, discusso, divisivo, quasi ossessivamente analizzato, ha riacceso l’attenzione su uno dei romanzi più potenti della letteratura inglese. Difficile pensare a un libro che abbia avuto un impatto così duraturo sui suoi lettori: a quasi due secoli dalla pubblicazione, l’amore proibito e la vendetta spietata immaginati da Emily Brontë continuano a generare una devozione assoluta.
La regista si è immersa proprio in questo mare emotivo con una rilettura volutamente provocatoria, accusata di semplificare un romanzo complesso in “la più grande storia d’amore mai raccontata” e di accentuarne gli aspetti più primordiali e sensuali. Ma, al di là delle polemiche, un risultato è evidente: la controversia ha riacceso l’interesse per il libro e, con esso, per i luoghi che lo hanno generato. Una vera e propria Yorkshiremania, alimentata da cinema, social e cultura pop, dove il fascino delle brughiere, delle case isolate e delle atmosfere gotiche torna a occupare l’immaginario contemporaneo.
Destinazione Yorkshire
Ora lo Yorkshire, spesso evocato solo come paesaggio letterario o scenografico, è in realtà uno dei territori gastronomicamente più interessanti del Regno Unito: orgogliosamente lontano dall’alta cucina ingessata, offre una scena culinaria sorprendente, informale ma raffinata, radicata nei prodotti locali e capace di alternare pub rurali, bistrot creativi e ristoranti stellati con una disinvoltura tutta britannica.
E mentre i fan tornano a inseguire le tracce delle sorelle Brontë negli spazi aperti, ventosi e solitari, quasi metafisici di questa regione, lo Yorkshire si rivela anche una destinazione gastronomica di straordinaria ricchezza, con una cultura alimentare coerente e identitaria.
E se, per un’associazione di idee, si pensa di partire dalla piccola sala da pranzo della canonica dove le sorelle Brontë trascorrevano i loro pomeriggi, la prima suggestione è una tazza di tè. Il celebre Yorkshire Tea, creato a Harrogate nel 1886 dai miscelatori di Taylors of Harrogate per adattarsi alle caratteristiche dell’acqua locale, accompagna naturalmente dolci come la Yorkshire curd tart, le cui origini risalgono almeno al XVII secolo. Tradizionalmente preparata a Pentecoste con la cagliata avanzata dalla produzione del formaggio, speziata con ribes, noce moscata o pimento e talvolta profumata con acqua di rose, questa crostata rappresenta una raffinata espressione di cucina di recupero, tanto da essere considerata una sorta di antenata rustica della cheesecake.
Il monello grasso nutriente e goloso
Altra specialità per accompagnare il rito del tè, è il Fat Rascal, dolce sostanzioso a metà strada tra uno scones gigante e una rock cake, a base di burro, farina, uvetta e scorze di arancia candite. La sua fama è legata alle storiche sale da tè Bettys, dove viene tradizionalmente decorato con ciliegie candite e mandorle a formare una piccola faccina sorridente. Al di là dell’aspetto giocoso e irriverente, il nome significa “monello grasso”, resta comunque un dolce che doveva essere essenzialmente nutriente e durevole, adatto a sostenere giornate di lavoro in un clima spesso freddo e umido.
Ricorderemo dunque che, all’inizio del nostro romanzo, Lockwood arriva a Wuthering Heights e viene circondato da una muta di cani ringhianti: una scena breve, quasi marginale, ma rivelatrice di un mondo ruvido, dove il confine tra uomo e natura è sottilissimo. È esattamente lo stesso equilibrio che si ritrova nella cultura gastronomica dello Yorkshire, profondamente modellata dal paesaggio delle brughiere, dal clima severo e da una storica attitudine alla parsimonia e al non spreco.
Tradizione e selvaggina
La selvaggina — fagiano, pernice, cervo, lepre — resta una delle espressioni più autentiche della cucina locale, soprattutto durante la stagione di caccia che inizia a fine estate. Utilizzata in pie, arrosti e stufati, racconta una cucina intensa, legata alle moors del North Yorkshire e a un’antica cultura della caccia che, per secoli, ha definito anche gerarchie sociali e rituali conviviali. In questo contesto la game pie (torta di selvaggina) non è solo una ricetta, ma un simbolo storico di abilità tecnica, stagionalità e status. Le grandi battute di caccia si concludevano spesso con banchetti in cui queste torte monumentali, ricche e scenografiche, occupavano il centro della tavola.
Una caratteristica distintiva è la crosta, spesso in hot-water crust pastry, progettata per essere autoportante e per proteggere il ripieno durante la cottura e la conservazione. Una volta cotta, si versava talvolta brodo caldo attraverso piccoli fori nel coperchio: raffreddandosi, il liquido gelatinizzava, creando una sigillatura naturale che conservava il contenuto per giorni. Il sapore è intenso e viene spesso arricchito con erbe aromatiche, bacche di ginepro, spezie e talvolta vino o ale.
L’antica Christmas pie
Esiste anche una dimensione spettacolare e quasi cerimoniale: la cosiddetta Yorkshire Christmas pie, documentata già nel XVIII secolo, composta da strati multipli di carni e volatili racchiusi in una spessa muraglia di pasta e cotta per ore. Queste pie, oltre a essere un esercizio di abilità tecnica, erano veri oggetti di rappresentanza culinaria, talvolta spediti come doni alle élite londinesi.
Oggi la game pie sopravvive in forme più accessibili, servita nei pub gastronomici, nei ristoranti rurali e nelle produzioni artigianali locali, conservando però un forte valore culturale. Accanto, altre varianti più popolari — steak and ale pie, pork pie, mutton pie — descrivono una cucina pragmatica, pensata per nutrire e conservare il cibo.
Sul fronte salato però, nessun piatto incarna meglio il carattere del territorio dello Yorkshire pudding, anch’essa legato alla parsimonia domestica: la pastella veniva cotta sotto la carne arrosto per raccoglierne i grassi e, in origine, servita come primo piatto per saziare i commensali prima della carne, più costosa. Oggi accompagna tradizionalmente il roast della domenica, compare in versioni giganti ripiene di carne e gravy o in reinterpretazioni contemporanee, senza perdere il suo ruolo simbolico. Non a caso esiste persino una Giornata Nazionale dello Yorkshire Pudding, celebrata la prima domenica di febbraio: segno di quanto una ricetta semplice possa diventare emblema culturale.
Altri prodotti distintivi del territorio saranno il rabarbaro forzato dello Yorkshire, nel celebre “Triangolo del Rabarbaro” tra Leeds, Wakefield e Bradford, coltivato in ambienti bui e raccolto nei mesi invernali, che si ritrova in crumble, dessert e liquori, e , sul versante caseario, il formaggio Wensleydale, forse il prodotto più interessante della contea. Friabile, leggermente acidulo, affonda le sue origini nella tradizione dei monaci cistercensi francesi stabilitisi nell’abbazia di Jervaulx, che introdussero tecniche casearie poi adattate al latte locale. Tradizionalmente rappresentava anche una riserva proteica fondamentale per l’inverno, e ancora oggi è oggetto di una curiosa consuetudine regionale che lo abbina alla torta di mele, secondo il detto: “Una torta di mele senza formaggio è come un bacio senza una stretta”.
La liquirizia che sa di storia
E infine, c’è un sapore che ha il profumo della storia: la liquirizia di Pontefract. Nata come coltivazione introdotta dai monaci e inizialmente usata a scopo medicinale, la liquirizia è diventata una vera specialità dolciaria locale, tanto celebre da identificare il nome della città con un’intera tradizione. Per anni la coltivazione è quasi scomparsa, ma la riscoperta recente ha restituito allo Yorkshire uno dei suoi prodotti più distintivi: intenso, amarognolo, inconfondibile.
Accanto ai prodotti della terra, la costa orientale contribuisce con una solida tradizione marinaresca: granchio e aragosta dello Yorkshire, in particolare nell’area di Bridlington, vengono consumati freschissimi e affiancati da una storica produzione di pesce affumicato, lavorato secondo tecniche artigianali.
Una cucina dunque sincera e territoriale, espressione concreta di una identità forte, austera e autentica, degna di quella “God’s Own Country” che si rivela, più che nello spettacolo, nella persistenza silenziosa dei suoi sapori, indomiti come le passioni, ma per questo indimenticabili e oltre ogni moda.