Se “Una notte al museo” faceva immaginare statue e faraoni che si animavano dopo l’orario di chiusura, parafrasando il titolo del celebre film, ci troviamo qui di fronte a una versione decisamente più piacevole: niente T-Rex che si aggirano tra le sale, ma “una cena al museo”, con calici di vino, piatti curati e una delle viste più spettacolari di Londra.
Succede alla Tate Modern, dove il Tate Modern Restaurant, al sesto piano della gigantesca ex centrale elettrica di Bankside, offre – attraverso le sue grandi vetrate – uno sguardo privilegiato sullo skyline della City, sulla monumentale cupola di St Paul’s Cathedral e sul Tamigi fino al Millennium Bridge. Un luogo luminoso, sospeso tra design contemporaneo e panorami urbani, dove la contemplazione delle opere sembra proseguire naturalmente a tavola, quasi fosse un altro modo di leggere l’arte.
Da tempo, in realtà, i grandi musei internazionali hanno compreso che l’esperienza culturale non si esaurisce davanti a un quadro: il MoMA di New York, con il ristorante stellato The Modern, ha fatto scuola trasformando il pranzo in un capitolo della visita; il Louvre di Parigi accoglie i visitatori sotto la piramide con il raffinato Café Marly, mentre il Rijksmuseum di Amsterdam propone il ristorante RIJKS, premiato con una stella Michelin, dove la cucina contemporanea dialoga con la tradizione olandese. Anche il Museo del Prado a Madrid e il V&A di Londra hanno trasformato i loro spazi gastronomici in autentici luoghi di socialità culturale.
L’iniziativa Tate Eat, il programma gastronomico della Tate, prova però ad andare oltre: l’idea non è semplicemente offrire ristoro al visitatore, ma prolungare e integrare la visita attraverso il gusto, creando un ponte tra opere, storia e cucina. Un primo esempio arriva già l’11 aprile con una serata dedicata a Picasso. Il pubblico sarà guidato nel Picasso Theatre attraverso lo sguardo di una restauratrice, Charity Fox, specialista nella conservazione dei materiali cartacei. Al centro dell’incontro c’è un’opera del 1913, Bottiglia di Vieux Marc, vetro, chitarra e giornale, uno dei collage cubisti in cui Pablo Picasso sperimentò materiali quotidiani — carta, etichette, frammenti stampati — trasformandoli in linguaggio artistico. Attraverso oggetti reali, repliche e ricostruzioni a grandezza naturale, Fox mostrerà come i materiali del collage cambino nel tempo e cosa questo riveli sul processo creativo di Picasso. Il restauro diventa così una lente privilegiata per osservare il momento in cui nasce l’opera d’arte, quando materia e idea si incontrano.
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L’esperienza prosegue poi al ristorante panoramico con una cena in stile bistrot francese. Sui tavoli, accanto ai piatti, saranno disposte riproduzioni dei materiali utilizzati nei collage di Picasso, per invitare gli ospiti a osservarli da vicino e a proseguire la conversazione sull’arte. Il finale è dedicato al Marc, il distillato evocato nel titolo dell’opera: servito insieme al dessert, sarà raccontato dallo scrittore di vini David Williams, che ne esplorerà il significato culturale e la presenza nell’immaginario picassiano. Se questa serata anticipa il dialogo tra arte e gastronomia, l’evento davvero imperdibile arriverà però a giugno con la grande retrospettiva “Frida: The Making of an Icon”.
La mostra promette di andare oltre la tela per raccontare la costruzione di una leggenda artistica. Come ha spiegato il co-curatore Tobias Ostrander durante la presentazione londinese, l’obiettivo è comprendere come Frida Kahlo abbia costruito la propria immagine e identità attraverso l’arte e attraverso il proprio corpo. Il suo rifiuto delle norme di genere, la scelta di indossare gli abiti tradizionali Tehuana — legati alle sue radici materne — e la sua pittura profondamente autobiografica, capace di trasformare il trauma fisico e biografico in linguaggio visivo, rendono Kahlo sorprendentemente contemporanea. In un certo senso, la sua estetica confessionale anticipa il modo in cui oggi l’identità viene narrata sui social media.
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La mostra affronta però anche il paradosso della sua fama: più il volto di Frida diventa un’icona globale — stampato su scarpe, borse, bottiglie di tequila e persino oggetti domestici — più cresce il rischio di trasformare un simbolo radicale in semplice merchandising. La retrospettiva non nasconde questa tensione e, accanto alle opere, verrà esposto anche il curioso universo commerciale nato intorno alla sua immagine, dalle borse alle calamite da frigorifero ispirate al dipinto “Le due Frida”.
È proprio in questo spazio, sospeso tra mito, mercato e memoria, che entra in scena la cucina. Per accompagnare la mostra, Tate Eat ha collaborato con Santiago Lastra, fondatore del ristorante londinese KOL, premiato con una stella Michelin. Il suo approccio è particolarmente affascinante: invece di importare ingredienti dal Messico, Lastra ricrea i sapori della sua terra utilizzando il terroir britannico. Così l’acidità del lime viene reinterpretata attraverso l’olivello spinoso inglese, mentre il profumo tropicale del mango prende forma nella dolcezza della zucca butternut. Non si tratta di una semplice imitazione, ma di una vera traduzione culturale: un processo creativo che ricorda quello di Kahlo stessa, capace di trasformare la tradizione messicana in un linguaggio universale.
Come ha raccontato lo chef, il suo obiettivo è “mostrare la cultura messicana nel Regno Unito”, un po’ come faceva Frida quando portava le proprie radici in un contesto internazionale, mettendole alla prova e dimostrandone la forza. Ne nasce un’esperienza che attraversa linguaggi diversi — arte, storia, gusto — e dimostra ancora una volta come il cibo possa diventare una chiave privilegiata per esplorare l’identità di un artista.