A più di vent’anni dalla pubblicazione di Chocolat, Joanne Harris torna all’origine della sua storia più celebre scegliendo di muoversi a ritroso nel tempo. Il nuovo romanzo, L’apprendista del cioccolato, prequel della vicenda ambientata nel villaggio francese che rese iconica Vianne Rocher, racconta la nascita del personaggio prima della cioccolateria, prima dello scontro con la morale del paese e, soprattutto, prima che diventasse la donna che i lettori conoscono. Come ha spiegato l’autrice, l’idea nasce dall’esigenza di colmare un vuoto narrativo: comprendere da dove venga Vianne significava capire come potesse continuare il suo percorso.
Joanne Harris: "Torino e l'Italia hanno creduto nel mio 'Chocolat' prima che diventasse un successo"
L’uscita del libro è stata al centro dell’incontro al Circolo dei Lettori di Torino, in concomitanza con CioccolaTò, festival dedicato al cioccolato e alla sua cultura, in dialogo con la giornalista Martina Liverani de Il Gusto, in una conversazione che ha intrecciato scrittura, memoria, identità e cultura del cibo. Harris ha accolto il pubblico torinese con un riconoscimento esplicito: furono proprio gli editori italiani, ha ricordato, a credere per primi in Chocolat, cogliendone immediatamente la natura profonda di romanzo sul cibo, la famiglia, la spiritualità e le relazioni umane. Un legame che rende, ancora oggi, il ritorno in Italia particolarmente significativo.
Paralleli
Scrivere un prequel, ha raccontato, è stato un gesto quasi inevitabile. “Vianne e io viaggiamo insieme da oltre venticinque anni”, ha detto, sottolineando come il personaggio sia cresciuto parallelamente alla sua stessa esperienza di vita: quando scrisse Chocolat era madre di una bambina piccola, proprio come la protagonista, una coincidenza che ha continuato a guidare l’evoluzione della saga. Dopo averla accompagnata lungo diverse fasi della maternità, Harris ha sentito la necessità di interrogarsi su ciò che precede tutto: le origini, le scelte, le paure iniziali.
Il romanzo ci riporta così all’estate del 1993. Vianne ha ventun anni, arriva a Marsiglia con poche risorse, scopre di essere incinta e si trova costretta a reinventare la propria vita. Trova lavoro in un bistrot della città vecchia, dove impara a cucinare seguendo le ricette lasciate dalla defunta moglie del proprietario, Margot, scoprendo gradualmente che il cibo può essere molto più di una necessità: un linguaggio, un ponte, una forma di relazione. Il passaggio verso il cioccolato non è immediato, ma nasce proprio da questa educazione lenta alla cucina e alla cura degli altri.
Nel dialogo con Martina Liverani è emersa con forza la centralità del cibo nella sua poetica: il cibo non rappresenta mai un semplice elemento decorativo ma diventa un dispositivo narrativo capace di evocare memoria, emozioni e appartenenza. “Il cibo è un linguaggio universale”, ha spiegato la scrittrice, sottolineando come ogni cultura lo associ a piacere, festa, famiglia, ma anche a nostalgia e mancanza. Non è soltanto nutrimento: è esperienza emotiva e relazionale. Per questo, anche le ricette presenti nei suoi libri non sono mai fini a sé stesse, ma strumenti per raccontare legami e trasformazioni interiori.
L’ingrediente
Anche nell’ultimo libro, dunque, il cioccolato mantiene il suo ruolo simbolico: indulgente e sovversivo, dolce e trasgressivo, proprio come nel romanzo originale in cui l’apertura della cioccolateria durante la Quaresima generava tensione con la rigidità religiosa del paese. Harris ha raccontato come questo immaginario affondi le radici nei ricordi personali delle festività in Francia, tra vetrine di confetterie e ritualità sospese tra festa e digiuno. Col tempo, la sua conoscenza del cioccolato si è ampliata attraverso viaggi, incontri con artigiani e ricerche sulle origini del cacao, fino a comprenderne la dimensione storica, culturale e quasi spirituale.
Chocolat rappresentò anche una svolta nella sua scrittura, segnando l’emergere di una voce più intima, legata ai temi della maternità, della famiglia e dell’identità: figlia di padre inglese e madre francese, Harris ha spesso definito la propria posizione come quella di un’osservatrice “a metà”, insider e outsider allo stesso tempo, e proprio questa duplice appartenenza culturale le consente di guardare le comunità con uno sguardo laterale e curioso, qualità che si riflette nei suoi personaggi, spesso figure in transito, diverse, in cerca di un luogo a cui appartenere.
Analogamente, il suo approccio alla scrittura non è imbrigliato in trame rigide, ma parte da una voce narrativa, da una missione e da alcune scene chiave, lasciando che la storia si sviluppi in modo organico. Scrive ovunque riesca a trovare silenzio, legge ad alta voce e utilizza persino il profumo come stimolo creativo: un vero e proprio innesco sensoriale, quasi “attorale”, che richiama per associazione emotiva l’atmosfera dei suoi libri. In questo senso la memoria olfattiva funziona come un metodo immersivo – affine, per analogia, al metodo Stanislavskij – capace di evocare sensazioni autentiche e di riportarla, attraverso l’odore, nello stato emotivo e narrativo del personaggio. I romanzi della saga di Vianne risultano così legati anche da un filo sensoriale, una sorta di porta olfattiva che consente all’autrice di rientrare nel proprio mondo letterario.
Quando compose Chocolat, Joanne Harris non immaginava né il successo internazionale né l’adattamento cinematografico candidato all’Oscar. Oggi, dopo oltre venti romanzi, sceneggiature e libri di cucina, torna al personaggio che più l’ha resa celebre con uno sguardo più consapevole e retrospettivo: nella Marsiglia degli anni Novanta, città stratificata e complessa, Vianne entra in contatto con una comunità fragile e variegata e scopre, attraverso la cucina e il cioccolato, una forma di appartenenza che contrasta l’educazione ricevuta dalla madre, improntata al movimento e alla distanza emotiva.
L’incontro al Circolo dei Lettori ha restituito così non soltanto il racconto di un nuovo libro, ma il percorso umano e creativo di una scrittrice che ha costruito la propria voce intrecciando sensorialità, memoria e osservazione del quotidiano. In un’epoca dominata dalla comunicazione digitale, ha osservato Harris, resta insostituibile ciò che passa attraverso i sensi, il contatto diretto e la condivisione concreta: perché, proprio come il cibo nei suoi romanzi, anche la narrazione è un gesto capace di trasformare – chi legge e chi scrive –, entrambe esperienze sensibili e condivise, dove questa trasformazione diventa la vera e più autentica forma di magia.