Giandujotto, business da 200 milioni l'anno. E con l'Igp potrebbe crescere

Giandujotto, business da 200 milioni l'anno. E con l'Igp potrebbe crescere
Il Piemonte vuole l'Igp per il cioccolatino. Il governatore Cirio: "Così sempre più cioccolatieri potranno realizzarlo, a Modica si è passati da 350 mila a 5 milioni di tavolette all’anno". Si litiga su nome del prodotto, percentuale di nocciole e impiego di latte in polvere. Lindt-Caffarel: aperti al dialogo
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"Il giandujotto è un patrimonio di Torino e dell’intero Piemonte. Il riconoscimento Igp per cui si è mosso il comitato e a cui la Regione ha già dato parere favorevole punta a tutelare un’eccellenza che è patrimonio di tutto il Piemonte e di tutti i cioccolatieri che lo producono con la ricetta originale". È un cioccolatino che "include" e coinvolge quanti vogliono condividere il valore di un tesoro del gusto quello di cui parla il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio. Il riferimento è alla "contesa" fra Italia e Svizzera che, in questi giorni, è letteralmente "sulla bocca di tutti", soprattutto degli amanti del cibo degli Dei a forma di barchetta rovesciata.

"Chiedere e ottenere il riconoscimento Igp - ci spiega Cirio - non è un’operazione che vuole escludere qualcuno, anzi, l’auspicio è che siano sempre di più i cioccolatieri e i pasticceri, in tutto il Piemonte, a seguire la ricetta e realizzare questo prodotto che vogliamo tutelare perché possa essere gustato da sempre più persone. Basti pensare al caso di Modica in Sicilia dove si è passati da 350 mila a 5 milioni di tavolette all’anno. Se pensiamo che già oggi il giandujotto alimenta un giro d’affari da 200 milioni, è facile provare a fare le moltiplicazioni". 

Considerando che l' "opposizione" della multinazionale Lindt (che però contesta il termine opposizione) non ha valenza politica ma la sfida tra il grande e il piccolo nel mondo del gusto non è casuale e le istituzioni possono avere un ruolo chiave, il governatore ribadisce che "non esistono buoni e cattivi in questa storia": "Le aziende, anche le multinazionali hanno il diritto di registrare i marchi commerciali che rientrano nell’esclusiva dell’azienda, l’Igp vuole invece garantire un patrimonio comune di un territorio, non di una o di un’altra azienda, e tutti i cioccolatieri che seguono il disciplinare autentico potranno usarlo". E sul cioccolato che rappresenta un'identità piemontese, come il vino, che si può rafforzare: "Il Piemonte, come è noto, non produce il cacao, ma ha una storia grande per quanto riguarda la produzione del cioccolato che è appunto diventato parte del nostro distretto del gusto e delle nostre eccellenze enogastronomiche. Già da tempo esiste il distretto del cioccolato fatto da maestri e pasticceri che puntano sulla qualità per realizzare cioccolati buonissimi e molto apprezzati non solo in Italia, ma anche all’estero. È una strada su cui continuare a investire, sostenendo l'esportazione e l’intera filiera enogastronomica". 

 

La risposta di Caffarel  

Inclusione, dunque, in questo progetto per ottenere il riconoscimento dell'Indicazione geografica protetta per lo storico cioccolatino sabaudo. Unità di intenti per valorizzare un'eccellenza piemontese fiore all'occhiello, e al palato, dell'Italia sopraffina. In questo pasticciaccio non tanto bello nè dolce non dovrebbe esserci contrapposizione fra le parti che dovrebbero stare "dalla stessa parte". Sostiene di esserlo l'azienda al centro del caso (arrivato mercoledì 8 novembre a Bruxelles con l'impegno del commissario Ue Wojciechowski di valutare bene la questione) e che fa parte di "Lindt & Sprüngli Italia"  eche comprende Caffarel. Sostiene di essere disponibile, contestando il termine "opposizione": "Caffarel non si oppone all’iniziativa del Giandujotto Igp" controbatte. E in una nota ricorda che la produzione del suo gianduiotto non avviene Oltralpe ma nello stabilimento di Luserna San Giovanni, in provincia di Torino "utilizzando l’antico metodo dell’estrusione e solo con nocciole Piemonte Igp". Non nega "l’importanza dell’iniziativa del Comitato del Giandujotto di Torino volta a valorizzare la riconoscibilità di uno dei prodotti più caratteristici della tradizione dolciaria torinese, introducendo un’indicazione geografica protetta". Tutto risolto dunque? Non proprio perché in questa nota  viene espressa la propria approvazione al progetto ma non alle sue "regole", quelle del disciplinare che agli svizzeri, anche se in questo caso piemontesi d'adozione dolciaria, non vanno bene.

I punti della contesa sono tre: il nome del giandujotto (che il Comitato torinese vuole associare alla città di Torino mentre Lindt-Caffarel preferisce si indichi il Piemonte), la percentuale di nocciole che i promotori dell'iniziativa quantificano nel 30-45% del prodotto mentre l'azienda in questione chiede sia minore, e l'ingrediente non ammesso nella ricetta originale ovvero il latte in polvere invece presente nei cioccolatini "Gianduia 1865 Caffarel".

Interpellata nel merito per dirimere la questione sui punti contestati, ovvero "le regole" del progetto, l'azienda ci ha risposto ribadendo unicamente la "propria disponibilità a continuare le interlocuzioni per la ricerca di un accordo di valore che soddisfi tutte le parti coinvolte riguardo alla denominazione dei propri prodotti". E ha ripetuto di non essersi opposta alla proposta di certificazione Igp avanzata dal Comitato del Giandujotto di Torino ma "al contrario si è impegnata per cercare un accordo inclusivo, presentando al Comitato e alle istituzioni le proprie osservazioni sul disciplinare". 

 

 

Le altre aziende

Ma non esiste solo la multinazionale svizzera a proporre i gianduiotti a livello industriale. Pernigotti (che cinque anni fa aveva rischiato di chiudere lo stabilimento di Novi Ligure, in provincia di Alessandria) ha deciso di cambiarne il packaging dando l'addio dopo un secolo al classico incarto dorato, per far posto a una colorazione ramata e al logo rinnovato. Novità anche per il sapore che si arricchisce di nocciole al 100% italiane (ma se vorrà avere l'Igp dovranno essere solo Piemonte Igp) e un cioccolato in tre versioni, classico, fondente ed extra fondente. 

Novi invece propone i gianduiotti classici con nocciole (26%), e latte intero in polvere e quelli fondenti dove la quota di nocciole sale al 31% e vengono indicate possibili "tracce di latte". Novi appartiene al gruppo Elah Dufour Novi che produce anche i cioccolatini a marchio Baratti &Milano con nocciole al 26% e l'aggiunta del latte in polvere.

Venchi, che ha lo stabilimento a Castelletto Stura, in provincia di Cuneo,  realizza i suoi gianduiotti che nascono nel 1878 con il 33% di Nocciole Piemonte Igp con i tre ingredienti base della ricetta originale, accanto alla versione con il latte in polvere. 

Domori che ha sede a None, alle porte di Torino, ed è stata la prima azienda di cioccolato a impiegare solo cacao fine propone gianduiotti con pasta di nocciole Piemonte Igp. 

Fra le cioccolaterie artigianali a Torino quella di Guido Castagna, presidente del Comitato per il riconoscimento dell'Igp, con i suoi Guinott che hanno le nocciole Piemonte Igp al 40%, senza latte né cacao in polvere perché vengono usate le fave di cacao Chuao (Venezuela).

E quella di Guido Gobino con i giandujotti realizzati con la Nocciola Piemonte Igp Tonda Gentile Trilobata (percentuale non indicata in etichetta), e latte in polvere nella versione classica e senza nella versione "Turinot". 

Poi ci sono i gianduiotti di Giraudi (a Castellazzo Bormida, in provincia di Alessandria) con una presenza della nocciola Piemonte Igp tostata al 37- 40%, nella versione classica con latte in polvere (8%) che non c'è nella versione fondente.

Per tutte queste altre aziende, varrebbe sempre la regola del riconoscimento dell'Igp solo alle ricette che non prevedono l'uso del latte in polvere.

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