Era una terra incognita e di passaggio, ora punta su una stagione lunga, da marzo a novembre: se il Daily Telegraph suggerisce e preferisce Tropea alla Costiera Amalfitana è anche merito delle piccole cose – luoghi, segni, sapori – che questo pezzo di Calabria offre. Quanto di più lontano dal turismo di massa.
Tropea è una nobildonna che si sta rifacendo il trucco, come se dovesse prepararsi per un grande gala: già la primavera scorsa, la prima post-Covid, erano molti i cantieri privati che hanno rinnovato insegne e locali o trasformato più di un palazzo nobiliare in dimora di lusso; adesso si è passati a un massiccio restyling pubblico con rifacimento della pavimentazione e altri macro e microinterventi. Il risultato è un appeal che secondo alcuni insidia quello di mete ben più rinomate: bella rivincita per un centro da sempre a vocazione turistica anche straniera eppure scelto spesso come tappa intermedia proprio dalla Costiera Amalfitana o dal Salento in direzione Sicilia, soprattutto Taormina.
Come in un moderno Grand Tour i turisti – americani e tedeschi ma anche australiani, svizzeri, svedesi, olandesi, giapponesi – adesso arrivano qui per scelta e non per caso, facendo scalo a Lamezia Terme nell’aeroporto intitolato a San Francesco di Paola ma che qualcuno vorrebbe dedicare a Corrado Alvaro: decisivi i voli Swiss, Air Canada e Lufthansa da Toronto (da aprile a novembre) o da Vienna (Ryanair), ma secondo molti un ruolo non marginale lo sta avendo anche l’attivismo del sindaco Nino Macrì grazie ai suoi protocolli firmati dal New Jersey al Canada all’Australia (in questi giorni è a Tokyo): un tour operator in missione perenne, una fiera itinerante in carne e ossa. Non a caso piace anche alla parte politica che non rappresenta.
E poi c’è il fascino di Tropea. È come una calamita. Dalla coppia franco-canadese che ha venduto casa a Bristol per acquistare nel cuore del centro storico ai coniugi calabro-americani la cui storia è ancora più simbolica perché racconta un ritorno: quello di Francesco Femia, fondatore a Washington di un istituto che studia i cambiamenti climatici, nato negli States da emigrati del Reggino e da settembre 2020 residente a Tropea con la moglie Caitlin Werrel, artista texana. Parabole che ricordano quella dello scrittore veneto Giuseppe Berto (1914/1978) che poco lontano da Tropea, a Capo Vaticano, trovò un paradiso dove scacciare i propri fantasmi. Oggi riposa ai piedi di un albero nel cimitero di Ricadi.
Camminare col naso all’insù per ammirare balconate barocche ed edicole votive, maschere apotropaiche e palazzi patrizi, sostare in slarghi costruiti come via di fuga e di raccolta contro i ripetuti e spesso terrificanti eventi sismici, senza dimenticare il “mangiare” come i calabresi definiscono il cibo, con accezione tra il sacro e l’assoluto: ecco un piccolo tour in quindici tappe per mostrare la Tropea meno nota, forse proprio quella che sta facendo innamorare i media stranieri.
ARCHEOLOGIA
Il Museo del Mare è la tappa ideale per iniziare un tour insolito a Tropea: il Gruppo paleontologico Tropeano alla soglia dei 30 anni di attività continua nella sua opera di divulgazione su un periodo poco indagato nella terra in cui tutto o quasi è Magna Graecia.
BIRRA
Sorpresa nella sorpresa all’interno del Santuario di Santa Maria dell’Isola, tra i luoghi più fotografati di Tropea: non solo l’orto botanico, un piccolo eden di macchia mediterranea e piante officinali, ma anche un punto vendita della birra Montecassino (l’abbazia del Frusinate è ancora proprietaria della struttura che in mille anni ha subito più rifacimenti dovuti a devastanti terremoti). Inaspettatamente piccolo nonostante le quattro navate, in estate il santuario è visitabile fino a mezzanotte: una sorsata di birra sarà la giusta ricompensa dopo 89 gradini.
CIPOLLA
Al centro di un un territorio di 30 chilometri quadrati compreso tra Zambrone e Capo Vaticano, nel Cinquecento “secolo d’oro” Tropea aveva una popolazione quasi tripla rispetto a quella odierna (6mila senza turisti). Zona da sempre a vocazione enogastronomica, con le famiglie nobili che possedevano appezzamenti e fondi coltivati a grano, uliveti e vigne. E cipolle: una delle prime attestazioni iconografiche della “rossa” poi divenuta eponima (e Igp) è visibile ancora oggi in un bassorilievo di oltre tre secoli (1721) in cima al portale di Palazzo Braghò, nel cuore del centro storico (via Boiano): una mezza ghirlanda in pietra locale che sembra piuttosto una cornucopia aperta dove tra foglie, simboli marini e conchiglie occhieggia qualche bulbo già allora oggetto di devozione laica, oltre che simbolo di ricchezza.
FORNI
Non solo nuove aperture, a Tropea: incurante delle mode – sushi e spritzifici vari – il Vecchio Forno (via Caivano) continua da decenni a fare proseliti coi suoi prodotti cotti rigorosamente a legna: i tavolinetti all’aperto con le tovaglie a quadrettoni sono il marchio di fabbrica di questo angolino nel centro storico, a gestione familiare (De Vita). Pizze e focacce ripiene (indovinate di cosa?) e verdure cotte anch’esse al forno a legna.
GIN
Il Trupija dry gin è fratello dell’Amaro QNK, etichetta che gioca su un modo di dire calabrese: «Amaru cu ‘ncappa», ovvero «guai a chi ci capita». Non filtrato, è opera del vibonese Giuseppe Lo Giudice e con la sua etichetta a mo’ di finestra affacciata su Santa Maria dell’Isola si sta facendo sempre più largo tra ristoratori e bartender.
LESTOPITTA
Una delle sorprese nell’hotel Villa Paola, 5 stelle con favoloso chiostro in un ex convento dei Minimi, è questo “pane veloce” tipico del Reggino: fritto, si rifà in parte alla tradizione del pane azzimo o del Carasau, della pita, dei tacos e della piadina ma ricorda un piccolo cannolo alla siciliana aperto e farcito con «prodotti locali a filiera corta, anzi cortissima, ovvero dal nostro orto» sorride Luca Cuconati, cosentino, food & beverage manager del ristorante De Minimi. Nel nuovo format “streetissimi” anche un morzello scomposto (spezzatino di quinto quarto servito a parte con un panino fritto alla maniera dei “cuddrurìaddri” cosentini) e una frittata di cipolla con la rossa di Tropea adagiata su quattro spicchi. La frittura di pesce è presentata invece su maionese e zest di agrumi, colti sempre dall’orto a livello del mare, a pochi metri dal porto turistico.
MAX
Il tempio dei cocktail nel corso principale del borgo. Massimo Ciccarelli propone anche una equilibratissima cucina di terra e di mare ma sempre lasciando al bicchiere il ruolo di protagonista assoluto. Maxbar è il luogo ideale per un aperitivo rinforzato ammirando il tramonto sul Tirreno: se capitate da queste parti a fine aprile e a fine agosto vedrete il sole che si fa “inghiottire” dal cratere dello Stromboli. E scatterà in automatico il selfie dall’affaccio dedicato all’attore tropeano Raf Vallone.
NEGRONI
A proposito di cocktail, ecco una variante del Negroni in versione affumicata con il gin Principum (azienda Amaro Rupes) con acqua delle Dolomiti e botaniche calabresi, unito a bitter rosso Caffo, vermouth Antica Formula e angostura. Siamo al bar del Capovaticano Resort Thalasso Spa, struttura con pochi simili in Calabria: molta attenzione, oltre che all’ospitalità, al ristorante e alla mixology: il Calabrian 75 propone il Gin Emporia (Caffo) con succo di limone, zucchero liquido e Champagne. Poi non resta che scegliere uno dei trattamenti della Spa.
ORSOLA
Nel ricordo della nonna, i fratelli Romano portano avanti il ristorante “Donna Orsola” (via Carmine 27/31) a conduzione familiare. Posto famoso per le paste fresche, sempre più rare nella ristorazione mordi e fuggi imposta dai tempi. Il vignaiolo Mario Alberto Romano mette la stessa dedizione nell’azienda vinicola Origine&Identità: da provare il suo Zibibbo (spumante metodo classico dosaggio zero) e il Magliocco Canino, coccolati dal sole e dalla salsedine lungo i vitigni collinari tra Pizzo, Brivadi e Ricadi.
PATEA
Anche dentro La Conchiglia vi troverete davanti a ristoratori da tre generazioni: nomen omen, in questo caso dalla dizione dialettale di “patella”. Questo elegante anfratto (in via del Monte 17) con ampio dehors si segnala tra le nuove aperture: solida cucina di pesce da gustare partendo dal ricco antipasto bagnato dal bianco vivace “Anfisia” delle Cantine Lavorata di Bivongi, con uve Guardavalle, Malvasia e Ansonica.
RICADI
Forse non tutti sanno che la cipolla di Tropea è in realtà la cipolla di Ricadi, comune confinante a sud con la perla del Tirreno vibonese. Dalla stazione di Tropea, la rossa partiva per i mercati di fuori regione già a inizio Novecento. Il borgo merita una tappa, così come l’enoteca Russo (347 2942176) in via Roma 98, vicino alla piazza centrale della frazione Santa Domenica, che riconoscerete dagli alberi con fittissima chioma a parallelepipedo a fare ombra agli anziani in modalità siesta per tutto l’anno. Consigli per gli acquisti: il bianco di Benvenuto (fresco di menzione tra i migliori 20 secondo Decanter) ma anche il soft drink Bergotto dell’azienda La Spina Santa (celebrata per l’amaro Kaciuto), a base di bergamotto.
STORICITÀ
Il ristorante Pinturicchio è sinonimo di tradizione nel cuore del centro storico, in zona Duomo: dai fileja (fusilli tipici al ferretto) al crudo di pesce all’ampia cantina calabrese, è uno di quei posti dove gli habitué di Tropea sono passati almeno una volta. Ma anche i neofiti…
TRUPIANUM 1816
Un liquore alla cipolla rossa di Tropea Igp è l’ultima creazione di Antonio Lorenzo: nell’amaro artigianale Trupianum 1816 anche alloro, finocchio e arancia amara, un mix che «ci riporta ai sapori degli infusi di un tempo» commenta Antonio che si è aggiudicato il premio regionale Oscar Green Coldiretti 2022 nella categoria “Fare filiera”. Della stessa azienda anche la Trupiana, vivace craft beer non filtrata.
VATICINIUM
Nella Calabria terra di amari, ecco allora un derby tutto tropeano con il Vaticinium – L’infuso dell’oracolo (Delizie Vaticane): il nome gioca sull’origine del toponimo Capo Vaticano. «Penso che il capo si chiami Vaticano per la stessa ragione per cui un colle di Roma si chiama alla stessa maniera: sacerdoti e indovini vi andavano a scrutare il futuro basandosi sul volo degli uccelli» (Giuseppe Berto, “Intorno alla Calabria”, 1977).
ZIBIBBO
Lo abbiamo più volte evocato ed è giusto chiudere con un bel calice di bianco proveniente dall’area Pizzo-Francavilla Angitola. Da uva da tavola poco valorizzata e via via espiantata, oggi questa bacca bianca guida una delle rinascite vitivinicole calabresi grazie alla visione di vignerons combattivi e cantine competitive come le due già citate (Benvenuto e Origine&Identità). Prosit!