Al ristorante dell’Albereta, il resort di lusso a Erbusco in Franciacorta, i cani hanno un menu dedicato tutto per loro e approvato da Carmelo, il bassotto di Carmen Moretti proprietaria della struttura. “Essendo anche io padrone di un barboncino, sono molto sensibile al tema – spiega lo chef del ristorante Alberto Quadrio – La famiglia Moretti ha un legame speciale con i cani e ne possiede diversi, dal bassotto al golden retriever: da questo amore è nata l’idea di pensare servizi e attenzioni anche per questi ospiti”.
Nella carta del Pet Menu si trovano diverse opzioni per far leccare i baffi ai cani di ogni razza e taglia: dai bocconcini di petto di pollo alla griglia a pesce e verdure, con prezzi che variano dai 14 euro per una porzione di 150 grammi di riso bollito ai 30 euro di 200 grammi di filetto di manzo crudo o alla griglia. Il menu è stato studiato da Quadrio per garantire il giusto apporto calorico e una percentuale equilibrata di proteine, mentre le porzioni variano in base al peso del cane e al suo fabbisogno giornaliero.
“Per noi i cani sono clienti a tutti gli effetti. Per esempio, abbiamo un ospite abituale, Epy, che si ferma due settimane e ogni giorno cambia menu, tra carne, pesce e verdure: ormai mi riconosce e scodinzola quando arrivo con il suo piatto. Organizziamo anche piccoli compleanni e, per alcuni clienti più affezionati, prepariamo cuscini personalizzati con il nome”.
Anche all’Hotel Cipriani di Venezia gli ospiti a quattro zampe possono contare su una cucina dedicata, con piatti preparati ad hoc che spaziano dal riso bollito con verdure alla tartare di manzo o pesce, fino a salmone bollito, crocchette, biscottini e sushi di pollo.
Coccolati, viziati, accolti come clienti a tutti gli effetti, ma anche sempre più spesso considerati come un’opportunità ulteriore di business, i cani diventano oggetto di servizi e attenzioni speciali in una tendenza che mette insieme esigenze diverse: la soddisfazione dei proprietari, felici di vedere il proprio cane benvoluto e ben accolto, il benessere dell’animale, e l’interesse economico di chi nell’ospitalità amplia così la propria offerta facendo leva sull’emotività di chi farebbe di tutto per il proprio animale da compagnia e sul valore aggiunto di offrire un servizio indispensabile fuori casa (anche il cane ha le sue esigenze).
Tutti contenti? Non proprio. Perché da questa nuova idea di accoglienza restano spesso esclusi i non proprietari, che non sempre desiderano condividere spazi pubblici con i cani altrui. Se l’è chiesto Bettina Makalintal, firma del magazine Eater, con un pezzo che ha scosso numerosi commenti sui social. La presenza dei cani al ristorante è sfuggita di mano? Chiede l’autrice con tono polemico per sottolineare come la presenza dei cani nei ristoranti, nei bar e nelle caffetterie sia diventata, a suo avviso, fuori controllo. A partire da una serie di episodi vissuti in prima persona (cani sui tavoli, appoggiati ai banconi o lasciati liberi tra i clienti) sostiene che il problema non riguardi gli animali in sé, ma il comportamento sempre più arrogante di alcuni proprietari. Secondo l’autrice, molti padroni si comportano come se la presenza del proprio cane dovesse essere accettata da tutti, anche quando invade lo spazio altrui, crea disagio o intralcia il lavoro nei locali.
Sotto al post di Eater, il dibattito si è acceso subito. Tra i commenti più argomentati c’è quello dello chef californiano Samuel Monsour, secondo cui la polemica sarebbe montata ad arte: i comportamenti molesti negli spazi condivisi, osserva, non sono certo un problema esclusivo dei cani, che finiscono però per diventare il bersaglio più facile delle critiche. Anche altri interventi difendono apertamente la presenza dei cani nei locali. Tra questi quello di Foodpolicemx, food blogger messicana, che rivendica apertamente il peso economico della clientela pet-friendly: “Se un ristorante dice no ai cani, sta anche dicendo no ai soldi che spendiamo per rendere felici i nostri cani”. E aggiunge di ordinare spesso per il suo cane del carpaccio, uova oppure un piatto di sashimi. Un commento che riassume bene una parte del fronte opposto a quello di Makalintal: non solo tolleranza, ma piena integrazione degli animali anche nell’esperienza gastronomica.
Cani e umani sono sempre più compagni di esperienze comuni, e il pasto condiviso è forse l’immagine più emblematica di questa trasformazione. Non a caso la parola compagno deriva dal latino cum panis, ossia colui con cui si divide il pane: un’etimologia che restituisce bene il senso di una relazione che è cambiata, in cui l’animale non vive solo la sfera domestica ma partecipa a tutti gli effetti alla socialità fuori casa. La possibilità data a cani e padroni di condividere il pasto è un’attenzione che richiede sensibilità e la capacità di offrire un servizio dedicato. E monetizzabile.
Più che schierarsi in astratto pro o contro i cani ai ristoranti, verrebbe da spostare la domanda altrove, su ciò che è davvero opportuno per l’animale. Non tutti i cani vivono bene ambienti rumorosi, affollati o pieni di stimoli. Ed è qui che entrano in gioco la sensibilità del padrone da un lato e l’esperienza della struttura che decide di accogliere i cani, dall’altro.
E sul rapporto tra cani e umani si è espressa in questi giorni anche la scienza con uno studio pubblicato su Nature il 25 marzo scorso e firmato da un team internazionale guidato, tra gli altri, da William Marsh del Natural History Museum di Londra. Secondo lo studio, nel Somerset, dentro la grotta di Gough, nella gola di Cheddar da cui prende nome anche il celebre formaggio inglese, una mandibola di cane datata a circa 14.300 anni fa ha rivelato attraverso il Dna che uomini e cani vivevano già insieme alla fine dell’era glaciale. La scoperta anticipa di circa 5.000 anni le prove della domesticazione del cane rispetto a quanto si riteneva finora. La mandibola rinvenuta a Cheddar, mostra infatti che alla fine dell’ultima era glaciale i cani vivevano in stretta relazione con i gruppi umani in una convivenza già stabile. Le analisi isotopiche indicano inoltre che cani e umani avevano diete molto simili, il che fa pensare che condividessero almeno in parte lo stesso cibo. E così sarebbe dunque nata una delle amicizie più antiche della nostra storia. Che oggi si consuma, anche, al ristorante.