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A quarant’anni dallo scandalo del vino al metanolo, aspettando una nuova rivoluzione

Il 17 marzo 1986 è la data simbolo di una tragedia che causò 23 vittime. Rievocare quell’avvenimento non è solo un atto di memoria, ma anche l’occasione per riflettere sul futuro

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Nei primi mesi del 1986, una clamorosa frode alimentare perpetrata tramite l’adulterazione di un ingente quantitativo di vino da tavola seminò panico e morte tra i consumatori italiani. Il caso, passato alle cronache come lo “scandalo del vino al metanolo” (dal nome della sostanza chimica vietata, aggiunta ad alcune partite di prodotto al fine di aumentarne la gradazione alcolica), è unanimemente considerato il punto più basso nella storia vitivinicola del nostro paese, un simbolo di malaffare, ed è diventato, suo malgrado, pietra di paragone rispetto ad ogni altro “incidente” o danno d’immagine occorso al settore enologico. Al tempo stesso, lo scandalo segnò un punto di svolta: di lì in avanti, i controlli antisofisticazione si fecero più rigorosi, il mercato divenne più esigente e i viticoltori cambiarono passo, abbandonando la vecchia logica produttiva improntata alla quantità per abbracciare pratiche virtuose in vigna e in cantina, finalizzate all’eccellenza.

Un'immagine simbolo del 1986: i Nas sequestrano vini nei supermercati (Ansa) 

In questo senso, la vicenda del metanolo, pur conservando tutti i tratti della tragedia nazionale, può essere letta come l’inizio del rinnovamento, della riscossa del vino italiano, e secondo molti addetti ai lavori ha rappresentato l’innesco di una vera e propria rivoluzione qualitativa. Il viticoltore Elio Altare, leader dei cosiddetti “modernisti” di Langa, lo ribadisce senza giri di parole nel docufilm Barolo Boys: “Lo scandalo del vino al metanolo è stato il trampolino di lancio per la mia generazione”. Il giornalista americano Burton Anderson si è spinto ancora oltre, arrivando ad affermare in un’intervista che “è stata la cosa migliore mai successa al vino italiano”, con buona pace di vittime e intossicati.

No alle semplificazioni

In realtà, caricare gli eventi del 1986 di così tanti significati è una semplificazione, sia pure efficace a livello mediatico. In Italia, bottiglie buone, o addirittura ottime, se ne trovavano anche prima; i produttori del tempo non erano di certo tutti “trafficoni”, e i figli dei patriarchi del vino, come l’allora giovane Altare, da un po’ scalpitavano per entrare nelle aziende di famiglia e fare di testa loro. Lo scandalo, insomma, accelerò un mutamento già in atto, e, semmai, aiutò a risolvere la “crisi di identità” che attanagliava il vino italiano a metà degli anni Ottanta: di lì a poco, il nostro amato nettare avrebbe smesso di essere consumato come un alimento per iniziare a essere percepito come una bevanda di piacere, in linea con lo spirito glam dell’epoca.

Rievocare tali avvenimenti a quarant’anni esatti di distanza non è solo un atto di memoria, ma offre spunti di riflessione per il futuro. Il vino italiano si trova oggi in mezzo a un guado, proprio come allora. Senza incoraggiare un incidente scatenante (Dio ce ne scampi!), le premesse per un nuovo cambiamento ci sono tutte: la generazione dei giovani viticoltori reclama spazio, il dibattito sulla sostenibilità conduce a inesorabili, nuove dispute stilistiche (in passato rivolte alla tecnica del diradamento e all’utilizzo della barrique), mentre i gusti del pubblico appaiono indecifrabili e le bevande alcoliche finiscono sul banco degli imputati. È il ruolo stesso di Bacco a essere in discussione: le sue valenze più effimere ed edonistiche, retaggio di un’età ormai scomparsa, hanno ceduto il posto a significati culturali profondi.

Crisi sistemica

Di fronte a una possibile crisi del sistema, la risposta del comparto non può più passare solo attraverso la ricerca della qualità, peraltro già altissima. In questa fase storica convulsa, segnata dal diluvio informativo e dalla comunicazione istantanea, la cultura vitivinicola deve ripartire dal racconto di sé, dai paesaggi che la vedono protagonista, dalle storie intense di cui è intrisa. Il vino ha una storia millenaria, che non può essere messa in discussione, è baluardo di saperi raffinati, e saprà uscire dall’angolo se cavalcherà le sfide con coraggio e determinazione, come avvenuto all’indomani del 1986.

La viticoltura si trova in prima linea sul fronte della salvaguardia dell’ambiente, della biodiversità e della giustizia sociale, se pensiamo al suo peso economico in certe parti del mondo. Con ammirevole lungimiranza, si sta reinventando per riuscire a trovare la propria collocazione nonostante l’ostracismo all’alcol e il cambio radicale delle abitudini a tavola. Certo, è necessaria una nuova consapevolezza, una rinnovata narrazione. La prova oggi è più complessa di ieri, perché mancano punti di riferimento certi: quarant’anni fa il rinascimento fu guidato dalle nuove leve viticole, ispirate da alcuni grandi personaggi (uno su tutti, Angelo Gaja), e supportato da una stampa di settore che contava su poche, autorevoli “guide” (una su tutte, Vini d’Italia, nata all’indomani dello scandalo del metanolo). L’attuale frammentazione rende il quadro più confuso, ma l’unità d’intenti potrebbe fare la differenza. Come sosteneva il barolista Bartolo Mascarello, “il ne faut pas faire des barriques, mais des barricades”. Per qualcuno è sempre tempo di rivoluzione.