La storia

“Mia madre resa cieca e la giustizia mai arrivata”

Roberto Ferlicca
Roberto Ferlicca 

Roberto Ferlicca, presidente del comitato delle vittime e figlio di una delle persone colpite: “Processo tardivo, soldi mai corrisposti e i miei appelli inascoltati. Intere famiglie si sono sentite abbandonate dallo Stato. Ma non mi arrendo”

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Non sempre il tempo rimargina le ferite. A quarant’anni dalla strage del metanolo, lo scorrere dei giorni le ha solo rese più amare. “Il dolore per la strage è sempre vivo perché non è mai stata fatta giustizia”, sentenzia Roberto Ferlicca, scrittore, oggi 73 anni, presidente dell’Associazione Vittime del Metanolo. Sua madre rimase cieca dopo aver bevuto Barbera adulterata dall’alcol metilico. Sostanza all’epoca usata per alzare notevolmente la gradazione alcolica che però avvelenò il vino.

Quel disastro, nel marzo 1986, provocò la morte di 23 persone e rese cieche o gravemente invalide decine di altre. La madre di Ferlicca, Valeria Zardini, perse la vista a sessant’anni e visse altri dodici anni in condizioni fisiche e psicologiche devastanti. “È stata salvata per un pelo, portata d’urgenza all’ospedale Sacco di Milano, depurata. Ma da quel momento la sua vita è cambiata per sempre. E per tutti noi di famiglia è stato un incubo da cui non ci siamo ancora svegliati”, racconta il figlio.

Valeria Zardini
Valeria Zardini 

Il processo arrivò tardi. “Si è concluso nel 1992 con la condanna di Ciravegna padre e figlio (titolari di un’azienda nel Cuneese, ndr) a 14 anni di carcere e con un riconoscimento del danno biologico: un milione di lire a vittima. Ma i risarcimenti non sono mai arrivati”. Secondo Ferlicca, il nodo sta proprio nei tempi della giustizia: “Hanno permesso che passassero sei anni. I responsabili hanno avuto tutto il tempo di organizzarsi. Quando si è arrivati alle sentenze, erano nullatenenti. Nessuno è stato risarcito».

In quattro decenni, racconta lo scrittore, ha incontrato governi di ogni colore, scritto a ministri, presentato appelli, interpellanze, richieste formali. “Ho parlato con tutti. Sono stato invitato a Palazzo Chigi durante il governo Prodi, mi dissero che la situazione si sarebbe risolta. Non ho più saputo nulla”. Anche gli appelli più recenti sono rimasti senza risposta: “Ho scritto mesi fa anche alla premier Giorgia Meloni. Nessun segnale. L’unico che ci ha aiutato è stato Ermete Realacci. Oggi, alla luce dei fatti, non ho alcuna fiducia nella giustizia italiana, né nella politica. Solo tante parole. Basta che scoppi un nuovo caso e quello precedente viene dimenticato”.

Eppure, Ferlicca non ha mai smesso di parlare, denunciare e alimentare la memoria. Lo fa nelle università, come a Collegno (Torino), davanti agli studenti dei corsi di Tecniche della prevenzione negli ambienti di lavoro. Lo ha fatto in tv e poi scrivendo un libro autobiografico, “Terrorismo acido”, evidenziando rischi che in pochi volevano ascoltare.

“All’epoca, quando scoppiò il caso, avevo poco più di 30 anni, e fui io a contattare i giornali per avvisare chi aveva comprato quel vino di non berlo”. Grazie a quell’allarme, ci furono anche episodi di solidarietà vera – racconta Ferlicca – come l’aiuto ricevuto da una donna di Como rimasta sola con i figli dopo la morte del marito legata al consumo di vino avvelenato. Degli sconosciuti ascoltarono la sua storia e si diedero da fare per darle una mano.

Il dolore personale si intreccia a una denuncia più ampia: “L’Italia produce alcuni dei migliori vini al mondo. Un settore di cui siamo orgogliosi. Ma c’è anche chi mette in commercio vino fasullo, che sulla carta appartiene a Doc e Docg, ma che si può comprare a un euro o poco più, spesso senza che sia indicata la provenienza. All’epoca furono promessi controlli rigidissimi. Ma quelle parole non sono state del tutto mantenute”.

Oggi molte delle vittime non ci sono più. “Sono morte. Erano stanche, deluse, furono prese in giro. Sono rimasto l’unico a continuare a lottare”. Non per ottenere risarcimenti, ormai considerati irraggiungibili, ma per una ragione più profonda: “I soldi non avrebbero riportato in vita nessuno, ma sarebbero serviti a lenire almeno in parte la sofferenza di chi si è sentito abbandonato dallo Stato”.

Il timore, guardando avanti, resta forte. “Ancora oggi si continua a ripetere: speriamo che cose del genere non accadano più. Ma queste cose si ripetono, magari in forme diverse”, riflette Ferlicca. Da qui l’invito ai consumatori: “Controllare le etichette, le scadenze, informarsi su ciò che si mangia e si beve è fondamentale. È difficile, soprattutto oggi, con un mercato globale. Ma l’informazione resta l’unica difesa. Non mi aspetto nulla. Ma sono più agguerrito di prima. E in questo 2026 in cui ricorrono 40 anni dalla strage, parlarne è necessario. Perché nessuno debba più morire o restare cieco per un bicchiere di vino”.

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