Ci sono tanti modi di dire e scrivere uno dei piatti più rappresentativi dell'inverno meneghino: cassoeula, cassola, cazzola, cazzuola, cazouela. Più lombardo che non si può, tanto da essere napoletano, almeno come fonte della prima ricetta scritta, che risale al 1520 e la si deve al cuoco di corte di Ferdinando I d'Aragona tale Mestre Robert (Ruperto da Nola). La descrizione della cassola de carn contenuta nel 'Libre del Coch,' è in lingua catalana (va ricordato che il Regno di Napoli era sotto l'egemonia aragonese) e, al di là dei canonici “pezzi di carne grandi come una noce” aggiunge ingredienti diversi dalla futura tradizione: addirittura arancia e zafferano. La tradizione della cassola non abbandonerà del tutto Napoli, sopravvivendo in piatti affini che uniscono carne, brodo e verdure come la minestra maritata. Ma, certamente, seguendo sviluppi autonomi e diversi da quello spagnolo e da quello lombardo.
Occorre quindi andare in Spagna per rintracciare le origini della cazuela (come ancor oggi lì è chiamata)? Sì, e proprio nella penisola iberica se ne rintraccia una copiosa tradizione, anche di mariscos (di pesce) o che prevedevano l'utilizzo del riso. Tanto, tanto diverse da quella che diventerà la cassoeula lombarda fatta con le verze “che hanno preso il gelo” e le parti meno nobili del maiale, dal muso alle costine, alle zampe, senza dimenticare mai verzini (le salsicce grosse, tipo salamella) e le cotenne (cudeghe in lombardo). Esiste una versione “ecumenica” fatta utilizzando la carne d'oca anziché il maiale, diffusa in particolare nelle zone, come Mortara, dov'erano un tempo insediate le comunità ebraiche più numerose.In alcune aree della Lomellina le ricette più antiche tramandano il nome parallelo di bottaggio (evidente la derivazione dal francese potage), perché contemplano l'uso del brodo, poi smesso nella tradizione lombarda: anche un antico detto dialettale raccomanda che “la cassœûla l’ha da vess ben tacchenta e minga sbrodolada e sbrodolenta”, ovvero va resa “appiccicosa e non brodosa e liquida”.
In Brianza si chiama cazoeula e, di questi tempi, il suo consumo è quasi una liturgia laico-gastronomica d'inverno inoltrato: sino a fine febbraio, è celebrata anche nel Festival della Cazoeula chiamato a eleggere le migliori tra gli oltre 50 ristoranti che vi aderiscono. È di quest'anno anche la notizia della fondazione di un'Accademia della Cazoeula/Cassoeula che andrà a indagare le differenze, lessicali e di ricetta, di un piatto che ha decine di variabili e che esce anche dai confini lombardi, allungando la sua tradizione anche alle province di confine piemontesi (in particolare il Novarese). Curiosità: tra i passi necessari a scegliere la migliore del festival, quello finale e decisivo è il “Conclave della Cazouela”, cui accedono le prime 15 che risultano dalla valutazione delle giurie tecniche e popolari e che vengono degustate -ovviamente alla cieca – da tutti gli chef che partecipano all'evento.
Ecco invece, in 10 indirizzi, una selezione più laica degli indirizzi da non perdere tra la Brianza e le terre lariane, dove la cassoeula si unisce alle altre identità lombarde.
Crott dal Murnee (Albavilla, via Roscio 9) Ai piedi del monte Bollettone, il ristorante nasce come cantina naturale nei primi anni dell’Ottocento e oggi lavora con un menù del mese. Nel menù di febbraio c’è la “Cazoeula del Murnee” servita con polenta, indicata come vincitrice del Festival de la Cazoeula 2022 e 2025.
Osteria dal Pain (Como, Piazza Giovanni Amendola 4) Locanda tradizionale lombarda con cucina tipica regionale: risotto giallo, ossobuco, pizzoccheri, sciatt di polenta e cassoeula figurano tra le proposte classiche della casa con una cucina a baricentro tra montagna e pianura lombarda. Da non perdere anche la polenta uncia comasca.
Da Fabio (Verano Brianza, via Garibaldi 16) Gestione familiare dal 1937, vicino alla basilica di Agliate. La cassoeula è tra le specialità: verze, costine e cotenne, e sempre accompagnata dalla polenta. Vanno provati anche i mondeghili (le polpette milanesi di manzoniana memoria) e il caprino invecchiato al pepe nero.
Trattoria Albergo La Scaletta (Cantù, via Milano 30) Non solo cassoeula ma anche altri piatti sul tema: antipasto con cotechino panato e lenticchie, verzino in umido e verza stufata con sformatino di salsiccia; qui la “cazoeula tradizionale canturina” è senza verzino e senza piedino, con polenta macinata a pietra. Sala in struttura di fine ’800, con volte in mattoni a vista.
La Cascina di Mattia (Cantù, loc. Fecchio) Agriturismo a gestione familiare, nata dall’idea del titolare con i genitori Paolo e Alma. Lavora con menu degustazione e proposte stagionali che variano nel weekend, ancorate alla tradizione contadina: tra gli esempi, risotto con mascarpone, Gorgonzola e noci, gnocchi chiavennaschi, pollo in umido con polenta.