Parigi, Martin Parr e il jambon-beurre
di Dora IannuzziLa città omaggia il fotografo con una retrospettiva nella quale il cibo occupa un ruolo centrale perché è universale, quotidiano, inevitabile, diventando catalizzatore di identità e desideri. Da gustare a poca distanza, al Petit Vendôme
Parigi, all’inizio del 2026, si trasforma ancora una volta in un invito irresistibile per gli appassionati d’arte: il 30 gennaio, al Jeu de Paume, si inaugurerà la retrospettiva di Martin Parr, Global Warning, omaggio al celebre fotografo britannico recentemente scomparso.
Il lavoro di Martin Parr si muove consapevolmente, con uno sguardo ironico e incisivo, dentro il territorio del cliché: i turisti compressi davanti alla Gioconda, i gadget da spiaggia usa e getta, i piatti preparati per foto e selfie, la gente normale, quella che affolla i party, mangia nei fast food, prende il sole sulle spiagge, si ritrova nelle chiese e nei luoghi collettivi del tempo libero. Così negli anni Settanta il giovane street photographer decide di mettere al centro del suo lavoro quella quotidianità che, fino ad allora, non era stata considerata degna di attenzione estetica.
Spiagge, parchi e luoghi simbolici diventano scenografie dove l’esperienza reale è subordinata alla performance del consumo: animali, smartphone, snack e tavole imbandite si fondono in un unico spettacolo visivo, dove intrattenimento e tecnologia diventano segni di un mondo che la società insegue.
La centralità del cibo
In questo universo, il cibo occupa un ruolo centrale perché è universale, quotidiano, inevitabile, diventa catalizzatore di identità e desideri: nei supermercati, le file ordinate di prodotti sotto luci al neon non nascondono solo alimenti, ma promesse di felicità e forse il superfluo rivela la sua necessità; un panino, un gelato, un vassoio di fast food raccontano classi, desideri, abitudini, illusioni.
Parr osserva questi dettagli con una precisione mai cinica e diventa il descrittore di quelle “norme sociali”, consuetudini, abitudini – nel senso dell’abito, del costume –, di ciò che ci circonda ogni giorno e che, proprio per questo, sembra non avere valore. Con il senno di poi, le sue immagini appaiono come una sorprendente anticipazione delle immagini dei social media, mostrando il nostro rapporto con il tempo libero, con il desiderio e con il pianeta stesso. Dietro i colori saturi e l’apparente leggerezza, si intravede una tensione costante: un futuro che aspira a presentarsi come una vacanza permanente, inesauribile, mentre l’obiettivo indugia su un piede femminile in primo piano con le unghie smaltate di rosso, una famiglia che mangia davanti ad un cestino pieno di cartacce, una pinta di birra in un pub…, sostituendo ai divi della Dolce Vita la gente qualunque.
Global Warning non è solo il titolo di una mostra, ma una lente per rileggere decenni di immagini che hanno anticipato il presente. Martin Parr ci aiuta ad osservare meglio ciò che crediamo di conoscere già: il cibo che consumiamo, i luoghi in cui mangiamo, i gesti automatici che ripetiamo ogni giorno, le mille storie minime, le piccole vanità, i piaceri semplici, le assurdità sconsiderate, offrendo uno specchio in cui riconoscerci, sia che si viva a Brighton o a Palermo, a Pisa o ad Amsterdam. Come un antropologo armato di Kodachrome, si immerge nei rituali sociali che ci plasmano, di cui anche lui faceva parte: le code, le feste, le celebrazioni, i mercati, il desiderio inveterato che portiamo in ogni spazio pubblico, persone reali che diventano, allo stesso tempo, “tipi”, figure ricorrenti di un repertorio collettivo.
Non c’è epicità come nel neorealismo, né lirismo umanista, né disprezzo per il kitsch, ma piuttosto una qualità sentimentale discreta, una nostalgia gentile con accenti di glamour e di vintage, attenta ai rituali minimi e condivisi. E nulla più del mangiare, del consumare un pasto insieme, in un gesto quotidiano carico di significati sociali, diventa il corollario di questo sguardo curioso e sorpreso. E poiché ci troviamo a Parigi, dopo la mostra, sarà quasi inevitabile concedersi il simbolo più democratico e universale della gastronomia francese: il jambon-beurre.
Il “re della street food”
Le Monde lo ha definito “re della street food”, ricordando che in Francia se ne consumano più di 1,2 miliardi all’anno. Su una panchina al sole, al banco di un bistrot o in treno con un giornale aperto sulle ginocchia, questo sandwich rappresenta la pausa pranzo per eccellenza. Un gesto ripetuto milioni di volte, che diventa esso stesso un cliché – nel senso più fertile del termine – un'abitudine condivisa che, come nelle fotografie di Parr, trasforma l’ordinario in qualcosa di sorprendentemente straordinario: la semplicità, in fatto di cibo, è spesso davvero l’opzione più gioiosa.
Dal Jeu de Paume basta dirigersi verso il Petit Vendôme (8 Rue des Capucines), a due passi dall’Opéra Garnier, percorrendo un tratto di rue Cambon. In mezzo alle boutique di alta gioielleria e agli hotel di lusso, questo bistrot racconta subito un’altra storia: luci al neon, menù scritto sulle lavagne accanto ai prosciutti appesi, un profumo invitante. È un luogo dove si ritrovano amici, lavoratori del quartiere e visitatori curiosi alla ricerca di piatti del terroir francese – dalla zuppa di cipolle alle tartare, dalle andouillettes normande al confit de canard, in un’atmosfera informale. La fama del locale, tuttavia, deve molto alla sua interpretazione del jambon-beurre e, davanti alla porta, si forma sempre una piccola folla in attesa del generoso sandwich, preparato rigorosamente à la minute: prosciutto di Bretagna morbido e profumato, burro cremoso prelevato da un’enorme motta dietro il bancone, pane freschissimo della boulangerie Julien.
Negli anni, il Petit Vendôme ha accolto parigini, visitatori e celebrità – Lady Gagà durante la Fashion Week, Kate Moss, persino Mark Zuckerberg – tutti attratti dalla sua reputazione di “istituzione popolare” nel cuore di Parigi, ma qui la fama si scioglie nella semplicità del gesto: mangiare un sandwich e prendersi una pausa, esattamente come altre migliaia di persone coinvolte in questo rituale urbano. Il jambon-beurre del locale è stato incoronato dalla redazione della guida internazionale Time Out come il “miglior sandwich del mondo”: un piccolo concentrato di croccantezza e morbida elasticità che, al primo morso, regala una pioggia di note dolci e rassicuranti. Sei euro di felicità semplice.
Non serve cercare complessità o ingredienti stravaganti: pane eccellente, burro e charcuterie di qualità sono tutto ciò che occorre. Lo si può gustare in piedi, con un bicchiere di vino, o, se il tempo lo concede, fermarsi sulla terrazza baciata dal sole per osservare un microcosmo parigino, misto e variegato. E, se resta ancora un po' di fame, si concluderà con un cannelé dalla crosta caramellata e dal profumo di vaniglia: un altro frammento di piacere del nostro mondo ordinario, piccolo e sorprendentemente prezioso.