Il reportage

Belleville, il quartiere di confine dove sopravvive l’anima popolare di Parigi

Belleville, il quartiere di confine dove sopravvive l’anima popolare di Parigi

Il modo migliore scoprirla è seguire gli odori, i banchi dei mercati, le cucine che raccontano storie di arrivi da ogni angolo del mondo

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Collocato tra i margini urbani che uniscono il decimo, l'undicesimo, il diciannovesimo e il ventesimo arrondissement, Belleville custodisce l’energia di un quartiere di confine: si attraversa facilmente a piedi ma è abbastanza vasto da rivelare sempre nuovi dettagli, offrendo una prospettiva insolita di Parigi. Il suo fascino grezzo è parte della sua identità: un territorio popolare e stratificato, fatto di contrasti e di mescolanze. Qui, nel 1871, i comunardi resistettero con accanimento all’esercito di Versailles e le strade, che oggi pullulano di botteghe e mercati, furono teatro di barricate e scontri, simbolo della lotta operaia. Oggi la battaglia è diversa, più sottile: contro la gentrificazione che avanza, con i lavori per le recenti Olimpiadi che hanno modificato parte del tessuto urbano, attirando i cosiddetti “bourgeois-bohème”, già protagonisti della completa trasformazione del Marais e responsabili dell’aumento dei valori immobiliari. Eppure l’anima popolare resiste e il modo migliore per sentirla è seguire gli odori, i banchi dei mercati, le cucine che raccontano storie di arrivi da ogni angolo del mondo.

Gli scaffali lungo Boulevard de Belleville, dove il martedì si tiene un ricco mercato, traboccano di manioca, okra, platani, peperoncini, cavoli cinesi; le macellerie halal espongono teste d’agnello intere, poco più in là le vetrine kosher rivelano tagli di carne per tavole sefardite. La convivenza si legge nei gesti quotidiani: alla Epicerie Sabbah, prodotti halal e kosher convivono sugli scaffali, con naturalezza, perché dichiarano “il quartiere è eterogeneo, quindi la nostra clientela è eterogenea”. Da decenni Belleville è un mosaico migratorio: armeni, greci e polacchi tra le due guerre, ebrei tunisini e algerini dopo la decolonizzazione, lavoratori nordafricani, cinesi e vietnamiti negli anni Settanta, africani subsahariani e armeni in seguito. Un intreccio che ha reso questo quartiere uno dei poli gastronomici più interessanti di Parigi.

Ogni indirizzo è una voce. La Tour de Belleville, in Rue de la Présentation, è una mensa spartana dove la star è la zuppa: i lamian, noodles di grano stirati a mano, finiscono in un brodo scuro e profumato di zenzero e anice stellato, arricchito con carne di manzo, anatra o maiale. Poco più in là, al Grand Bol, tempio della cucina dello Zhejiang, si trovano piatti rari come che il riso nero glutinoso col granchio, gli spinaci d’acqua saltati all’aglio e soprattutto il celebre maiale “pagoda”, pancetta disposta in sottili strati come tetti appuntiti, una vera reliquia gastronomica. Al Best Tofu, su Bd de la Villette, ci si perde in un mondo inatteso: tofu fresco in tutte le forme, dal vellutato al fritto, fino al fermentato e speziato. Qui si assaggia anche lo you tiao, ciambella fritta da intingere nel latte di soia e il “fiore di tofu”, servito con menta e sciroppo di osmanto, un sapore difficile da definire ma memorabile.

Poco distante, Aux Bons Amis, noto come Chez Kiki, serve tajine profumati, couscous generosi, insalate speziate, con l’atmosfera di una cucina di casa, semplice ed economica. Verso Ménilmontant, vicino a Père Lachaise, da oltre trent’anni Lao Siam accoglie studenti, famiglie e curiosi con piatti unici: nem thadeua, insalata di riso grigliato con carne di maiale fermentata o la salsiccia laotiana sai oua, speziata con curcuma, citronella e foglie di lime kaffir. Più appartato, il Pavillon aux pivoines – nome preso da un dramma del XVI secolo su un amore impossibile – offre infusi di bacche di goji e crisantemo, serviti in porcellane delicate, accompagnati da piccole sfere di pasta di sesamo. Un luogo sospeso, dove persino il kitsch diventa poesia.

Ma Belleville non è solo Oriente. Tra le stazioni della metropolitana di Belleville e Couronnes, dagli anni Sessanta, è cresciuta una piccola Tunisia, prima con gli ebrei sefarditi al momento della decolonizzazione, poi con le ondate di lavoratori immigrati. Nella geografia ebraica di Parigi vale quanto il Marais: i “Tun” sostituirono gradualmente gli ashkenaziti polacchi arrivati negli anni ’20. Chez René et Gabin è il cuore sefardita: il venerdì, in preparazione dello Shabbat, il mercato di cibo da asporto anima la strada. Shakshouka, mloukhia verde brillante, akoud di trippa speziata e soprattutto la casse croûte, il panino tunisino che ha reso celebre il locale, attirano clienti ebrei e musulmani insieme, segno che il quartiere resta un villaggio arabo-ebraico, conviviale e popolare. Molti ebrei si sono trasferiti in quartieri più borghesi e ritenuti più sicuri, per sfuggire alle rinnovate tensioni intercomunitarie, ma la memoria resiste: alla Boucherie Chez Jojo, aperta sessant’anni fa in Rue Louis Bonnet, si parla ancora di “rispetto orientale” tra comunità e i clienti tornano anche da lontano per mantenere il legame con il quartiere.

Ancora tunisino, ma in Bd de Belleville, Di-Napoli: nonostante il nome, è un rifugio del Maghreb, celebre per brick, fricassé, tajine e keftéji e, soprattutto, per i panini farciti con tonno o carne macinata con salsa mechouia e le frittate preparate su piastre di ghisa. Per un tocco dolce, nei pressi di Goncourt, Mami Deli, con ispirazione levantina, propone babka intrecciate e soffici challah. Durante il Ramadan, i panifici maghrebini si riempiono di makrout al miele e sfoglie al sesamo, dolci che aspettano il tramonto per essere condivisi. Sono botteghe senza eleganza patinata, ma cariche di convivialità: i piatti pronti sui banconi sono piccoli spuntini saporitissimi.

E poi c’è il Vieux Belleville, in Rue des Envierges: tovaglie a quadretti vichy, foto in bianco e nero, canzoni di Maurice Chevalier e Èdith Piaf. Qui, a due passi, nacque Édith, prima di diventare la Môme, voce assoluta di Parigi. La sua infanzia modesta è parte della memoria del quartiere, come la tradizione di cantare ancora oggi le sue canzoni nelle serate popolari. L’oste, Jojo Pantaleo, né è il custode: colleziona foto, racconta storie della rue des Envierges, ricorda la “banda dei Postiches” e anima le serate con canti e risate. Convivialità e resistenza: qui si canta per tenere viva l’identità popolare, per non farla scivolare sotto la patina omologante della gentrificazione.

Entrare nella memoria di Belleville significa allora ripercorrere i diversi strati migratori che lo hanno plasmato, come mattoni di storie che ancora oggi sostengono l’edificio fragile e vitale del quartiere. È una scatola di Pandora dell’esilio che continua ad aprirsi nei racconti quotidiani: sulle panchine davanti a Moncoeur Belleville, caffè-bistrot con vista su tutta Parigi, si sorseggia birra al tramonto mentre i bambini giocano a pallone, con la Torre Eiffel in lontananza, oltre il Parc de Belleville. Donne in abiti tradizionali dell’Africa Occidentale vendono pastels (ciambelle) avvolti nella stagnola per pochi euro. È forse questo il paesaggio umano che Daniel Pennac ha trasformato in letteratura, con le avventure sgangherate e affettuose dei Malaussène: un romanzo popolare che continua a scriversi nelle strade, sicuramente Parigi ma provocatoriamente Belleville.

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