Il focus

Groenlandia, quando il cibo è geopolitica: pesca, potere e identità a Nuuk

Groenlandia, quando il cibo è geopolitica: pesca, potere e identità a Nuuk

Nella capitale groenlandese le risorse del mare sono il fulcro dell’economia. Con oltre il 90% dell’export legato alla pesca, tra cambiamento climatico, accordi internazionali e pressione dei mercati globali, la difesa della cucina locale diventa una questione politica e identitaria

2 minuti di lettura

A Nuuk il cibo non è solo identità: è bilancio pubblico, potere contrattuale, rotte. La piccola capitale groenlandese – oggi 20mila abitanti - si è trovata al centro di questioni globali dove la conversazione scivola spesso su terre rare e difesa strategica. Ma c’è un’altra partita, più immediata e “commestibile”, che rischia di restare fuori campo: il cibo che viene dal mare. Con la pesca, si gioca tutto ciò che le sta attorno: zone economiche esclusive, quote e la possibilità stessa per la Groenlandia di restare nazione anche a tavola. La ragione sta in una proporzione che vale come una costituzione economica: la pesca fornisce oltre il 90% dell’export, rendendo l’isola dipendente sia dal mare sia dai prezzi internazionali. Ogni anno l’isola esporta beni per quasi 7 miliardi di corone (900 milioni di euro), con una bilancia commerciale comprensibilmente in bilico. Rapportati a una popolazione nazionale di meno di 60mila persone, sono dati in ogni caso considerevoli e con gigantesche possibilità di espansione.

Royal Greenland, la compagnia di pesca controllata dall'autogoverno dell'isola, nel 2024 ha riportato un fatturato globale di circa 5,6 miliardi di corone danesi (circa 750 milioni di euro). Nonostante l'abbondanza, gran parte del pescato viene inviato in Asia o in Europa per la lavorazione prima di tornare sui mercati, rendendo la sovranità alimentare una sfida complessa. Nuovi accordi internazionali, come il protocollo Ue-Groenlandia 2021-2025, garantiscono mercati stabili. Oggi l’Ue versa una compensazione annua di circa 16,5 milioni di euro per l'accesso alle acque, di cui una parte significativa (circa 2,9 milioni) sostiene direttamente la politica della pesca locale. Per il Regno Unito, la Groenlandia è invece indicata come principale area di approvvigionamento di gambero d’acqua fredda.C’è poi la variabile clima. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) avverte che l’Oceano Artico diventerà “praticamente privo di ghiaccio” nel minimo stagionale prima del 2050.

Non è solo un rischio, è già un cambiamento di fatturato: il riscaldamento delle acque ha spinto lo sgombro a risalire verso Nord, diventando in pochi anni una voce primaria dell'export (circa 30 mila tonnellate). Queste si aggiungono alle 110mila tonnellate di gamberetti e alle 33mila di halibut che già sostengono i bilanci.Qui entra la geopolitica: la Groenlandia controlla una zona economica esclusiva di oltre 2 milioni di chilometri quadrati e ha piena autorità sul settore pesca, con controlli e osservatori anche su navi straniere. La geopolitica entra poi in cucina. Il suaasat (la zuppa nazionale, tradizionalmente a base di carne di foca bollita) e il mattak (un boccone di pelle e grasso di balena, consumato crudo) nascono da un’alchimia millenaria tra clima e regole. La caccia è regolata da permessi strettissimi; la pelle di foca alimenta filiere specifiche, con il 50% delle pelli conciate dalla Great Greenland a Qaqortoq.

Poi c’è la Groenlandia “dolce” del kaffemik (una celebrazione sociale a "casa aperta" dove si servono caffè e dolci): un repertorio di muffin di crowberry (la moretta palustre, una bacca artica), renna, muskox (il bue muschiato) e blinis con uova di lompo. A Sud, il paesaggio di Kujataa (Patrimonio Unesco) testimonia la stratificazione tra l'ancestrale agricoltura norrena e le comunità Inuit che l'hanno praticata in secoli più recenti: un sistema di adattamento che ricorda come il cibo, in ambiente subartico, non sia affatto un tema accessorio, bensì una difficile alchimia fra clima, disponibilità e strategie di resistenza.

Tuttavia, i dati di Statistics Greenland sono chiari: fuori da pesca e caccia, la produzione domestica è limitata e l’import copre quasi ogni necessità. Il costo della vita ne risente: a Nuuk, un paniere alimentare di base può costare fino al doppio rispetto a Copenaghen, poiché quasi ogni caloria non marina deve viaggiare per migliaia di chilometri. La domanda più scomoda viene di conseguenza: cosa succede se l’isola si “omologa”? Con l'aumento di investimenti esteri, turismo, flussi e format commerciali, il rischio è una standardizzazione spinta oltre il punto di non ritorno.

E qui la partita si sposta su un altro punto ancora: perché difendere la cucina groenlandese significa proteggere le sue risorse marine, le sue regole e la sua identità alimentare. In Groenlandia, il confine non è solo sulle carte: spesso è tra il piatto in tavola e gli abissi dell'artico, sotto ai ghiacci che sempre di più si sciolgono.

Scegli su quale testata vuoi vedere questo contenuto