Una leggenda della tradizione popolare e devozionale della Campania racconta che, nella notte della nascita di Gesù, dal cielo sia caduta una pioggia prodigiosa di miele, rendendo dolce ogni Natale a venire. Ancora, un altro racconto, narra di come, nel momento in cui Cristo muore in croce, dalle sue lacrime siano nate delle api, custodi di quel nettare sacro che ancora oggi viene usato in abbondanza nella pasticceria partenopea, trasformando i dolci natalizi napoletani in simboli di gioia e redenzione.
“Adagiato in una mangiatoia, Cristo divenne nostro cibo. A dirlo è Sant’Agostino… A Napoli Gesù, il pane della vita, è in buona compagnia visto il numero di pietanze, prodotti e leccornie che gli fanno da cornice nel presepe...” (Marino Niola – Elisabetta Moro, Il presepe: una storia sorprendente, ed. Il Mulino) che trasformano la Natività in una celebrazione della pienezza, dove il sacro si consuma e l’abbondanza diventa linguaggio universale della salvezza. Così Gesù, pane della vita, non è isolato nella scena della Natività, ma immerso in un mondo saturo di cibi, prodotti e mercanzie che non svolgono solo una funzione decorativa, ma possiedono un valore simbolico. Tra torroni, frutta secca, agrumi profumati e formaggi freschi, l’esposizione apparentemente profana dell’abbondanza rende visibile la pienezza dell’essere e traduce il messaggio evangelico in un linguaggio capace di collegare il realismo locale alla sua portata universale.
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“La nascita divina si manifesta come gioia dei sensi, mentre la promessa della salvezza assume la forma concreta dell’abbondanza condivisa”, spiegano Niola e Moro. Ed è questa economia simbolica a trasformare il presepe in un racconto corale della città, dove il sacro si intreccia con il profano, lo spirito con la materia. E se Napoli, a cavallo tra Settecento e Ottocento, veniva descritta dai viaggiatori come una Bengodi unica in Europa, celebre per la ricchezza delle merci e per l’infinita offerta alimentare, ogni angolo della città diventa scena del presepe e la taverna diventa uno dei riferimenti di questa rappresentazione, spazio in cui si congrega l’umanità del diversorium evangelico, con suonatori ambulanti, venditori di lumini, bambini e pastori di ogni foggia, un ricco microcosmo urbano. L’osteria è un luogo insieme celeste e infero, punto di collegamento tra l’alto e il basso, tra spirito e carne. Qui il presepe diventa un’esplosione tassonomica, un catalogo illustrato di cibi, merci, arti, mestieri, tipi umani e ambienti del Regno delle Due Sicilie e questo trionfo della gola, lungi dall’essere una deviazione dal senso originario della Natività, rivela lo stretto intreccio “tra pienezza dell’esultanza ed esultanza della pienezza”, tra “esercizio della devozione e consumo delle devozioni”.
Non a caso, a Napoli, con il nome di “devozioni” si indicano le leccornie che compongono il banchetto rituale della Vigilia di Natale e assaggiarle non è facoltativo, ma un obbligo cerimoniale. Sulla tavola della Vigilia, proprio come su quella del presepe, non deve mancare nulla: deve esserci “uno di tutto”. Questo precetto ha dato origine, nel tempo, a una vera e propria economia sacralizzata, tanto che nei quartieri popolari, ancora oggi, si lascia quotidianamente qualche piccola somma ai negozianti nei mesi che precedono il Natale, costruendo un credito festivo, un salvadanaio rituale che garantisca l’abbondanza nei pranzi delle feste.
Non si tratta soltanto di un diritto, ma di un diritto-dovere: consumare il banchetto rituale in ogni sua sequenza. “Mangiare come Dio comanda” è il dettato inappellabile di una tradizione che affonda le sue radici nel mondo antico: come ricorda Fustel de Coulanges, nel mondo greco la cerimonia principale della polis era il banchetto-sacrificio, nel quale i cibi, destinati simbolicamente alla divinità, venivano consumati secondo un ordine rigoroso e allontanarsene equivaleva a empietà. E quale città, più di Napoli, può rivendicare un legame con questa cultura, conservando nel suo sottosuolo tante vestigia dell’antica origine greca?
Accanto alle chiese barocche, ai vicoli e al folklore dei mercati, diventa emblematico e utile dunque visitare l’Ipogeo dei Cristallini, nel rione Sanità. Scoperto nel 1889, il complesso funerario risale al IV–III secolo a.C. e fa parte della necropoli ellenistica dei Vergini. Custodito per decenni dalla famiglia Martuscelli, questo scrigno di arte e storia collega il presente della città alle sue radici greche, ma anche la sacralità del cibo all’ultraterreno. Così, oltre agli straordinari affreschi policromi miracolosamente conservati, con il blu egizio , i grigi azzurri, il verde delle fasce decorate delle klinai, dei festoni a fogliame, gli ocra e i gialli dei fregi, nelle sale sono visibili delle aperture che consentivano ai congiunti, riuniti in un banchetto sacrale, di gettare del cibo nelle cripte sottostanti, condividendolo con i defunti.
In questa commistione tra consumo materiale e simbolico del cibo, ecco che appaiono, sui banchi del presepe, cassate e babà, struffoli e pastiere, taralli e mozzarelle, cereali, legumi, pesce azzurro e pani di ogni tipo, fino a fare della boulangerie una materializzazione della moltiplicazione evangelica.
Di questa religione dell’anima e dei sensi, il presepe napoletano rappresenta un umanissimo riepilogo e i dolci, abbondanti, sono presenza necessaria, atto finale del rito. Avremo i roccocò, duri e speziati, nati nel Convento della Maddalena di Napoli già nel Trecento. Il nome deriverebbe dal termine francese “rocaille” per via della forma tondeggiante simile ad una conchiglia arrotondata. E poi i susamielli con la forma a esse, che devono il loro nome ai semi di sesamo aggiunti all’impasto o sapienze, perché creati nel Monastero di Santa Maria della Sapienza, e gli struffoli, palline fitte e lucide, forse eredi del termine greco strongýlos, “rotondo”. Questi dolci, pur mediterranei nelle radici, a Napoli hanno conservato intatta la loro identità: stagionali, rituali e, legati al tempo breve della festa, si trovano nelle pasticcerie solo per poche settimane, poi scompaiono.
Sempre dall’ingegno e dalla maestria delle monache nascono i Divini Amore — dolcetti di pasta di mandorla impastati con miele e passata di albicocca — nati a Napoli nel XIII secolo, nell’omonimo convento di clausura situato poco distante da Via San Biagio dei Librai (Spaccanapoli), i raffiuoli, dolci ovali di pan di Spagna, ricoperti di zucchero, creati nel Convento di San Gregorio Armeno, la famosa strada degli artigiani presepiali e i mustaccioli di forma romboidale e dal profumato impasto a base di spezie e miele, così come descritti già da Bartolomeo Scappi nel suo trattato di cucina rinascimentale.
A unirli è appunto il miele: non solo perché un tempo lo zucchero era raro, ma perché porta con sé quel valore simbolico profondissimo che lo rende materia sacra, sostanza della gioia e della redenzione, ingrediente imprescindibile. Infine, questi dolci obbediscono a un’ulteriore regola antica: sono privi di grassi animali. Niente burro, niente strutto, niente sugna, niente uova. Perché sono dolci di Vigilia, nati sotto il segno dell’astinenza imposta nei secoli dalla Chiesa. Una norma oggi non più obbligatoria, ma ancora osservata per fedeltà, non solo dai credenti, ma da tutti, rivelando come il cibo a Napoli sia soprattutto memoria condivisa.
La presenza dunque di queste “devozioni” sulle tavole napoletane non è una semplice scelta di gusto, ma si rivela un gesto di appartenenza, un modo in cui la città rinnova il patto con la propria storia: i dolci diventano racconti commestibili della sua fede, della sua ostinazione, della sua idea di abbondanza. E se, dopo aver visitato gli ipogei funerari greci nel sottosuolo dello storico quartiere della Sanità, si vuole assaporare la raffinatezza di questa produzione dolciaria, proprio in Via Vergini, all’ingresso del rione, la sosta obbligatoria è dalla Pasticceria Primavera, punto di riferimento per i dolci tradizionali.
In questo senso, il Natale napoletano non celebra soltanto una nascita, ma riafferma il principio per cui il sacro si manifesta nel visibile, la fede passa dai sensi e la comunità si riconosce attraverso gesti ripetuti e cibi rituali. Il presepe stesso non è solo una rappresentazione del passato, ma si trasforma in un dispositivo di memoria viva, capace di rinnovare ogni anno l’alleanza tra gli uomini, il tempo e il divino. E i dolci, come il pane della mangiatoia, ne sono l’ultima, necessaria traduzione.