I terrazzamenti agricoli di Amalfi patrimonio dell’umanità per la Fao
di Dora IannuzziIl riconoscimento premia un sistema agricolo vivo in cui tecniche, colture e comunità hanno plasmato il territorio in un equilibrio fragile e resistente al tempo stesso
La Costiera Amalfitana non è soltanto uno scenario naturale celebrato da pittori e scrittori, una cartolina a uso e consumo del turismo, ma anche uno dei più preziosi paesaggi agricoli del nostro Paese, costruito con pazienza secolare e modellato da generazioni di contadini che hanno trasformato pendii impervi in giardini produttivi.
E ora la Fao l’ha inserita tra i Sistemi del Patrimonio Agricolo di rilevanza mondiale (Giahs), riconoscendo un sistema vivo in cui tecniche, colture e comunità hanno plasmato un equilibrio fragile e resistente al tempo stesso. È un titolo che affianca la Costiera ad altri luoghi del mondo in cui l’agricoltura ha saputo modellare l’ambiente senza distruggerlo, garantendo risorse e stabilità. “È stato un percorso lungo, frutto di anni di lavoro e di collaborazione tra istituzioni e comunità locali”, ha dichiarato il sindaco di Amalfi, Daniele Milano, definendo i terrazzamenti “un patrimonio vivente, dove biodiversità, conoscenze tradizionali e paesaggi si intrecciano con la vita quotidiana”. È anche un modo per accendere i riflettori sull’agricoltura eroica, sulla sua tutela e sulla necessità di sensibilizzare le istituzioni superiori a prevedere misure specifiche per il sostegno materiale di questo delicato sistema. Senza norme che ne garantiscano la sopravvivenza, i terrazzamenti e i muretti a secco rischiano infatti di restare solo un titolo vuoto, utile a promuovere pacchetti turistici più che a salvaguardare il paesaggio.
È inevitabile, dunque, guardare oltre le celebrazioni, perché questo riconoscimento obbliga a prendere atto dell’urgenza di interventi per la salvaguardia del territorio. Il problema della manutenzione e della salute dei terrazzamenti è ormai all’ordine del giorno, testimoniato da cronache di crolli e frane, aggravati dai mutamenti climatici e dalle piogge intense concentrate in poche ore. La fragilità del territorio collinare che degrada rapidamente verso il mare rende ogni smottamento un danno non solo ambientale, ma anche economico e sociale, perché ostruisce le vie di comunicazione e isola interi paesi. La causa principale è l’abbandono: molti appezzamenti non vengono più coltivati, manca la vegetazione che trattiene l’acqua e i terreni aridi cedono più facilmente.
A questo si aggiunge un paradosso normativo: pur essendo “l’arte dei muretti a secco” patrimonio Unesco, non esistono codici chiari che ne garantiscano la stabilità. Così, molti interventi finiscono per sostituire le macere con cemento armato, a volte persino con pali di fondazione, riducendo le pietre a semplice rivestimento. Un processo che snatura il paesaggio culturale riconosciuto dall’Unesco e, al tempo stesso, lo rende più fragile perché priva i muri della loro capacità drenante.
Il loro funzionamento, d’altronde, è ingegnoso e antico: i muri a secco reggono il terreno e lasciano filtrare l’acqua, evitando smottamenti, mentre le piazzole ospitano limoni, ulivi e viti; le pergole di castagno proteggono gli agrumi dal vento e dal sole; canali e peschiere distribuiscono l’acqua per gravità da un livello all’altro. È un sistema che funziona come un organismo ma che vive soltanto se qualcuno se ne prende cura ogni giorno. Chi percorre i sentieri tra i limoneti percepisce questa intelligenza nascosta: scale ripide si insinuano tra i muri, piccole vasche raccolgono l’acqua piovana, pergole fitte ombreggiano i frutti: il paesaggio respira con il lavoro di chi lo coltiva.
Le radici di questa architettura agricola risalgono al Medioevo: già nel X secolo documenti locali menzionano i zanzaletum, castagneti utilizzati per fornire i pali dei limoneti, e norme comunitarie sulla gestione delle acque. Uno dei primi giardini terrazzati documentati ad Amalfi risale addirittura al VII secolo. Nei secoli successivi viaggiatori e scrittori descrivevano la costa come una sequenza di orti e fontane e, nell’Ottocento, i limoni sfusati alimentavano commerci fino al Nord Europa, segnando l’apogeo di questo modello agricolo.
Lo Sfusato amalfitano, riconoscibile dalla forma allungata e dalla buccia brillante, raccolto più volte all’anno, è certamente il re incontrastato di questo territorio: agrume profumatissimo, ricco di oli essenziali e vitamina C, fece la fortuna della Repubblica amalfitana come rimedio dei marinai contro lo scorbuto e conquistò nei secoli successivi i mercati del Nord Europa. Oggi, la sua polpa gustosa e mai eccessivamente acida è la base del limoncello, delle celebri Delizie al limone e di innumerevoli preparazioni gastronomiche. Ma accanto ai limoni resistono ulivi secolari, fondamentali per il presidio agricolo e la difesa del suolo, e infine, vero capolavoro, le vigne eroiche, sospese tra mare e cielo. Coltivate su pendenze che sfiorano il verticale, talvolta fino a settecento metri di quota, sono frammenti minuscoli, raggiungibili solo a piedi. Qui maturano vitigni che richiedono vendemmie scaglionate e faticosissime: Piedirosso, Aglianico e Tintore per i rossi; Ginestra, Fenile e Ripoli per i bianchi. Ogni grappolo è frutto di una fatica immane, ma il vino che se ne ricava porta in sé freschezza, eleganza e note iodate che riflettono il mare e la roccia vulcanica.
Nella zona di Tramonti resiste il sistema della pergola tramontina, su pendenze che superano il sessanta per cento, tanto che la vigna, più che adagiarsi sul suolo, sembra emergere dalla roccia stessa. Vini sorprendenti per la loro struttura, serviti nei ristoranti della Costiera ma ormai apprezzati in tutto il mondo. Con la Costiera Amalfitana, l’Italia porta a tre i suoi siti iscritti nei Giahs, insieme agli uliveti di Assisi e Spoleto e ai vigneti del Soave. Tre esempi diversi, accomunati da un principio: l’agricoltura come atto culturale e civile, non mera produzione. Nel mondo il Giappone guida con diciassette siti, segno che la salvaguardia delle pratiche tradizionali è una questione globale. Il riconoscimento della Fao apre prospettive importanti: l’obiettivo è costruire un turismo consapevole, capace di sostenere i contadini e preservare i terrazzamenti come sistema vivo e dunque servono risorse umane, conoscenza artigianale, politiche che rendano l’agricoltura nuovamente centrale e degna di reddito. Se il titolo Giahs diventa soltanto un marchio da spendere nel marketing territoriale, la Costiera resterà in balìa delle stesse forze che l’hanno già indebolita: il turismo di massa, che consuma i luoghi senza restituire nulla, e la speculazione edilizia, che negli ultimi decenni ha divorato terreni agricoli trasformandoli in parcheggi, ville abusive e strutture ricettive.
Difendere i terrazzamenti significa invece invertire la rotta, con scelte chiare da parte delle amministrazioni locali, regionali e nazionali: vincoli seri contro l’abusivismo, incentivi economici a chi coltiva, programmi di formazione per i giovani che vogliono imparare l’arte delle macere. La Fao non ha premiato una cartolina, ma un sistema agricolo vivo. Tocca ora alla politica, a tutti i livelli, decidere se trasformare questo riconoscimento in un’opportunità concreta o in una nuova illusione destinata a franare verso il mare.