Il bicchiere è di quelli piccoli, semplici e robusti, da osteria insomma. Ci si mette dentro un cucchiaino di zucchero, uno o due spicchi a piacere di lime, magari dopo averne spremuto il succo, e infine ci si versa dentro una dose, più o meno coraggiosa, di rum bianco agricolo a oltre 50% vol. Bevuto così il Ti Punch, abbreviazione di Petite Punch, che si beve in Guadalupa sembra essere privo del fascino di quei cocktail caraibici molto colorati e molto decorati che fanno tanto serie televisiva americana Anni Ottanta. In compenso è una piccola bomba a mano, la cui vampata di calore scende veloce verso lo stomaco per poi risalire in volto altrettanto velocemente. Perché non ci si metta il ghiaccio è di primo acchito difficile da comprendere, ma la spiegazione la si trova nel fatto che, da queste parti, il rum lo si beve da secoli e lo beve praticamente chiunque.
Quotidianamente. Perché, da secoli, il rum è economicamente alla portata di tutti mentre il ghiaccio, per lungo tempo, se lo potevano permettere solo i ricchi. Del resto in Guadalupa la canna da zucchero è arrivata attorno alla metà del 1600 portata ovviamente dagli europei quale ultima tappa di un viaggio intorno al globo, a detta degli esperti, iniziato circa diecimila anni fa in Nuova Guinea. La produzione dello zucchero da canna è diventata rapidamente una delle attività economiche più remunerative nel Nuovo Mondo e così anche nelle colonie francesi alle quali la Guadalupa ancora appartiene. Per arrivarci, come abbiamo fatto noi insieme ai giudici della Spirits Selection, prestigioso concorso internazionale riservato a distillati e liquori, non serve nemmeno il passaporto. Perché sempre di Francia si tratta.
Al termine delle impegnative sessioni di assaggio mattutine, i pomeriggi erano riservati alle visite nelle distillerie sparse nelle diverse isole. Diverse perché la Guadalupa è in fondo un arcipelago creato da due isole più grandi, separate da uno stretto braccio di mare e dalla caratteristica forma ad ali di farfalle, e da qualche isola più piccola la più grande delle quali, Marie Galante, può da sola vantare tre distillerie attive. Nelle isole principali se ne contano altre sei; ben poca cosa se si pensa che nel 1916 l’arcipelago poteva contare su oltre un centinaio di distillerie attive. Di quelle rimaste la maggior parte produce rum agricolo, ovvero rum ottenuto dalla spremitura della canna e dalla fermentazione del succo che se ne ricava. A giugno, al tempo della nostra visita, la raccolta stava giungendo al termine e nelle distillerie arrivavano gli ultimi carichi. Le canne, tagliate a macchina ma in qualche caso ancora tagliate a mano, entrano rapidamente in una pressa e il liquido ricavato è versato in grandi tini aperti dove il lievito inizia il suo lavoro di trasformazione.
L’atmosfera è quantomeno rurale e l’aria che si respira è talmente impregnata dell’aroma della canna da zucchero da sembrare dolce ma è un profumo gradevole, che si ritrova poi facilmente nel rum bianco che va per la maggiore nelle isole. Quel rum che, per l’appunto, si ritrova nel Ti Punch e che dopo qualche giorno, nemmeno fossi un nativo, ti ritrovi a bere come aperitivo, come tè delle cinque, come rito propiziatorio alla cena o a un bokit, un delizioso benché piuttosto impegnativo panino fritto e farcito con qualsivoglia ingrediente o infine come ultimo bicchiere sulla spiaggia mentre ascolti la risacca del mare e ti chiedi se stai vivendo la vita che vorresti.
Questo del resto è il modo per capire la Guadalupa e per capirla si deve giocoforza capire il suo rum, comprendere come, turismo a parte, molto ruoti ancora attorno a questa pianta arrivata da lontano, coltivata a lungo dagli schiavi portati in catene dall’Africa, trasformata in un liquido dal profumo e dal sapore intenso, carico di storia e di leggende, di soprannomi suggestivi come “Kill Devil” e infine oggi diventato il fiore all’occhiello di questo angolo dei Caraibi. Tanto che parte del rum locale prodotto da distillerie come Damoiseau, Bologne, Longueteau, Montebello, Reimonenq, Bellevue, Bielle, Papa Rouyo e Poisson – Père Labat, che tra le altre cose custodisce anche un “cuore” italiano con il Rhum Rhum, oggi arriva anche in Europa.