In queste ultime settimane le famiglie hanno toccato con mano l’impennata dei prezzi dei generi alimentari. Secondo le stime del Codacons, in poco tempo l’olio di semi è rincarato del 65%, la farina del 17%. Sono soltanto alcuni esempi della fiammata che ha investito i prezzi del cibo. Le cause, si sa, vanno ricercate soprattutto nel conflitto Russia-Ucraina che è in corso da fine febbraio e che non mostra spiragli. Questi due Paesi garantiscono importanti forniture di grano e di altre derrate, e i blocchi hanno inciso sull’offerta e dunque sulle quotazioni.
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I numeri però rivelano un quadro più complesso. Il nostro Paese importa da Russia e Ucraina una quota cumulata del proprio fabbisogno alimentare che è minimale, di circa il 2%. Perché allora, se la parte di beni agroalimentari che arrivano da questi due Paesi è così piccola, al supermercato i prezzi si sono impennati così tanto? E’ la domanda che si pongono in molti. La risposta arriva da un’analisi Nomisma («Scenari in movimento per l’agroalimentare italiano ed europeo»). Lo spiega Denis Pantini, responsabile Agroalimentare di Nomisma: "L'Italia non è autosufficiente per molte produzioni agricole (frumento, mais in testa) e quindi deve comprarle sul mercato internazionale. E anche se non le acquista direttamente da Russia e Ucraina, i due Paesi sono tra i top exporter di queste derrate. Di conseguenza, se smettono di esportarle, le quantità disponibili sul mercato si riducono e i prezzi si impennano".
Nel dettaglio, mentre le importazioni dall’Ucraina avevano raggiunto i 643 milioni di euro nel 2021 (+2% rispetto ai cinque anni precedenti), quelle dalla Russia erano di appena 260 milioni di euro, ma in aumento del 67% rispetto al 2016. A riferirlo è lo stesso studio Nomisma. Che cosa è successo allora? «Come al solito il diavolo si nasconde nei dettagli e a ben guardare si scopre che il ruolo di questi due Paesi diventa fondamentale per alcuni prodotti» spiega Pantini. E’ il caso dell’olio di girasole utilizzato e venduto dall’industria alimentare italiana, per il 46% importato dall’Ucraina. Vale lo stesso per i semi di lino (il 42,6% del nostro fabbisogno arriva dalla Russia) così come per il mais (il 15,1% arriva dall’Ucraina) mentre per i concimi la fetta è divisa tra Russia (6,6%) e Ucraina (5,6%).
Si tratta comunque di livelli che non fanno pensare (se non forse per i semi di lino che di certo non sono la componente principale delle nostre tavole) a una grande crisi da import per l’Italia. La spinta che c’è stata sui prezzi va quindi ricercata altrove, nelle pieghe del mercato. Russia e Ucraina «rappresentano player globali nel commercio internazionale di alcune importanti commodity agricole e se anche il nostro Paese non dipende in maniera esclusiva dalle loro produzioni, la struttura prevalentemente deficitaria delle nostre principali filiere agroalimentari ci espone alle forti tensioni nei prezzi di acquisto di tali materie prime» spiega Denis Pantini che poi prosegue: «Si pensi che in Italia la produzione di frumento tenero copre appena il 38% del fabbisogno nazionale e questi due Paesi sono responsabili congiuntamente del 30% dei volumi scambiati a livello mondiale di tale cereale. Lo stesso vale per l’orzo (28% dell’export detenuto da entrambi i Paesi), l’olio di girasole (57%), il mais (17%), tutte derrate per le quali l’Italia si configura come un importatore netto». In altre parole, il nostro Paese anche se non acquista grandissime quantità di beni agroalimentari come mais e frumento direttamente da Russia e Ucraina, si deve comunque confrontare con il fatto che questi due Paesi sono tra i top exporter di queste derrate. Di conseguenza, se smettono di esportarle, le quantità disponibili sul mercato si riducono e i prezzi schizzano verso l’alto.
Intanto i prezzi sono aumentati lungo tutta la filiera, dalla produzione, fino al dettaglio. Ci saranno altri rincari? «Credo non sia finita qui – dice Ivano Vacondio, presidente di Federalimentari -. C’è un altro aspetto da considerare che è ancora sottovalutato, vale a dire l’impatto che avrà nei prossimi mesi il rincaro dell’energia». L’esperto parla di costi più alti che a causa dell’impennata dell’energia dovranno affrontare le produzioni di alimentari ma anche la loro trasformazione. «Si tratta del costo più rilevante se si pensa per esempio al forte balzo delle quotazioni del gas naturale, e questo incremento durerà degli anni – sottolinea Ivano Vacondio -. L’industria agroalimentare è quasi tutta energivora e dovrà affrontare rincari di costi enormi».
C’è poi un ulteriore tegola in arrivo. «Anche la logistica inizia piano piano a costare di più, sia per l’aspetto dell’energia, sia per la carenza di strutture – dice l’esperto -. Per settembre mi aspetto un rincaro del traffico su gomma e su rotaia, e questo significherà che ci sarà da pagare di più per far arrivare le merci dall’estero». Per Federalimentari, dopo il caro-energia, si prepara quindi il caro-logistica.
Come si sta muovendo la Gdo? «Le nostre stime indicano un’inflazione a fine anno tra l’8 e il 10%, e speriamo di non arrivare alla doppia cifra – dice Marco Pedroni, Presidente Coop Italia e Ancc Coop -. Il rischio è che le famiglie con un minore potere di acquisto dovuto agli aumenti, contraggano i consumi. Sarebbe l’avvio di una spirale negativa recessiva. Oltretutto la situazione dei prezzi è in grande movimento. Alcuni grandi fornitori sono già al secondo listino di aumenti, e qualcuno sta presentando il terzo».
E si alzano anche i prezzi delle scorte. «Noi di Coop abbiamo aumentato i prezzi in maniera molto marginale, perché siamo preoccupati della tenuta del potere di acquisto delle famiglie – dice Marco Pedroni -. A maggio l’inflazione riversata dalla Gdo convenzionale è del 3%. Di più hanno fatto i discount, +7%, ma sono aumenti lontani dall’inflazione all’acquisto».
Intanto sta emergendo un nuovo interrogativo. «Di fronte a una congiuntura cosi sfavorevole qualcuno potrebbe avere la tentazione di aprire all’ingresso di materiali e prodotti a prezzi bassi, ma di minore qualità – dice il numero uno di Coop Italia -. E anche questo si potrebbe ripercuotere sul tessuto produttivo nazionale. Non è il nostro caso. Abbiamo annunciato la discesa a scaffale del nostro nuovo prodotto a marchio Coop, 5.000 nuove proposte in due anni di qualità e varietà con prezzi più contenuti grazie a contratti di fornitura di lungo periodo con che consentono di fare efficienza e di comporre un prezzo equilibrato». Questo punto di equilibrio va conquistato ogni giorno.