Festival Gusto 2025
L’appuntamento

Arena della pizza, alla ricerca dell’impasto perfetto

Arena della pizza, alla ricerca dell’impasto perfetto

A Bologna, durante il festival C’è+Gusto, i mille volti di un piatto iconico della cucina italiana I più famosi pizzaioli e le loro creazioni, da assaggiare per conoscere storie e tradizioni, territori e prodotti

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A Bologna, durante il festival C’è + Gusto, la pizza torna a essere un linguaggio, non solo un piatto. Nel Cortile di Palazzo Re Enzo, l’Arena della Pizza riaccende il forno dell’immaginario italiano: due giornate — sabato 18 e domenica 19 ottobre — per raccontare come un disco di pasta possa contenere secoli di cultura, tecnica e convivialità. È un viaggio nel tempo e nello spazio, dal Cilento a Roma, da Napoli a Milano, tra impasti, farine, formaggi e storie di territori che si riconoscono nel gesto semplice dell’ammaccata.

“Ogni cultura ha un modo per dire condividere, diceva Claude Lévi-Strauss, e in Italia quel modo si chiama pizza. Che non è solo un cibo, ma una grammatica sociale: un modo per stare insieme, un simbolo democratico capace di unire la taverna e l’alta cucina, la manualità e la scienza dei lieviti, la tradizione e la ricerca. È questo il filo conduttore degli incontri bolognesi, che mescolano dimostrazioni, racconti, degustazioni e pensiero gastronomico.

Il sabato dell’Arena si apre nel segno della diversità e dell’inclusione. Con Mulino Caputo e Vincenzo Fotia, il focus è sulla pizza “senza glutine”: un laboratorio in cui la bontà diventa accessibile a tutti, senza rinunciare alla struttura, al profumo, alla leggerezza. “Il senza non è un limite ma una nuova grammatica del gusto”, spiega Fotia. È il primo atto di un dialogo tra innovazione e memoria.

A seguire, Francesco Capece, pizzaiolo di Confine – Pizza e Cantina a Milano, costruisce un ponte tra impasto e calice, abbinando le sue pizze d’autore ai vini del Consorzio Vini d’Abruzzo. Qui la pizza incontra il mondo del vino con naturalezza, diventando non più street food ma piatto da degustazione, occasione di educazione sensoriale. Poi tocca a Giovanni Mandara, ambasciatore della “Pizza di Tramonti”, tradizione migrante della Costiera amalfitana: un simbolo del Sud che ha viaggiato con i suoi pizzaioli fino al Nord, portando con sé il profumo di origano, pomodoro e identità. Mandara ricorda come “la pizza sia il più grande ambasciatore del Meridione, un dialetto che tutti capiscono”.

Nel pomeriggio arrivano le contaminazioni pop: il team di GloryPop da Milano racconta la pizza contemporanea come linguaggio urbano, ironico e colorato, che si muove tra social e cultura pop, mentre Salvatore Salvo, voce autorevole della scuola napoletana, riporta il discorso all’essenza: “La pizza è la nostra lingua madre, e come tutte le lingue vive, cambia accento ma non perde senso”. Il secondo giorno diventa una vera e propria carta geografica del gusto.Si parte con Angelo Pezzella, che interpreta il Pecorino Romano Dop in chiave creativa, fondendo Lazio e Sardegna in un impasto che sa di storia e pascolo.Segue Cristian Santomauro, pizzaiolo cilentano che riscopre l’antica Ammaccata di Casal Velino, abbinandola alla Ricotta di Bufala Campana Dop: un ritorno alle origini contadine, tra farine locali e cotture dolci.

Poi Alessandro Della Monica, da Cava de’ Tirreni, mostra l’evoluzione della pizza in pala, simbolo del Sud che si reinventa con tecniche di fermentazione e farine integrali; mentre il team di Spiazzo, da Roma, porta la sua idea di “romanità contemporanea”, una pizza tonda che unisce leggerezza e sapore, con un impasto a lunga lievitazione che parla la lingua della digeribilità. A chiudere l’Arena, il dialogo tra Paolo De Simone e Fabio Di Giovanni: due pizzaioli viaggiatori, mediterranei per vocazione, che hanno trasformato il forno in un atlante culturale. Le loro pizze raccontano il mare e la terra, la biodiversità del Mezzogiorno, la capacità di rendere cosmopolita un cibo che nasce povero ma pensa ricco. La filosofia dell’Arena della Pizza è chiara: raccontare la pizza come bene culturale vivente.Non un piatto, ma una lente attraverso cui osservare l’Italia che cambia.In un festival dedicato ai linguaggi del cibo, la pizza è forse il linguaggio più universale: comprensibile a tutti, capace di tradurre in forma commestibile la complessità del Paese.

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