Non sappiamo con certezza come un dolce nato alla corte dei Savoia sia arrivato a Fonni, nel cuore del Gennargentu in Sardegna. Sappiamo però che qui ha trovato la propria terra d’elezione, cambiando dimensioni, consistenza e perfino nome. Per ricostruire il viaggio del Savoiardone bisogna tornare indietro di sette secoli, fino alle cucine di Amedeo VI di Savoia.
Secondo la versione più diffusa, alla metà del XIV secolo il cuoco di corte preparò il biscuit de Savoie in onore dell’imperatore Carlo IV di Lussemburgo. La ricetta uscì poi dai palazzi nobiliari e cominciò a spostarsi, raggiungendo anche la Liguria e la Sicilia, dove prese forme e nomi differenti. In Sardegna potrebbe essere arrivata nel Settecento, al seguito dei Savoia, ma non esistono certezze sul percorso compiuto.
A Fonni questo dolce è diventato su pistoccu: più grande e meno regolare del savoiardo comune, soffice all’interno e protetto da una sottile crosta di zucchero. Viene abitualmente chiamato biscotto, nonostante affronti una sola cottura, a dispetto dell’etimologia latina bis coctus. La ricetta è ridotta all’essenziale - uova, zucchero e farina - e non prevede conservanti né additivi. La struttura spugnosa assorbe latte e caffè senza disfarsi, distinguendolo dalle versioni più piccole e asciutte.
Prima del tiramisù c’erano le feste. Il savoiardo compariva in occasione di matrimoni, battesimi e ricorrenze religiose, quando la preparazione dei dolci coinvolgeva le famiglie e scandiva la vita della comunità. In casa Masini se ne occupavano Anna Mattu e le sorelle Giovanna e Bartola. Dopo aver cotto il pane carasau, le tre donne sfruttavano il calore rimasto nel forno a legna per infornare i savoiardi.
“Sono cresciuto in mezzo ai savoiardi. Quando si faceva il pane carasau, se c’erano gli ingredienti si preparavano anche i dolci. Io stavo sempre lì a guardare mia madre e le mie zie” ricorda Mario Masini, fondatore di Tipico, l’azienda familiare di Fonni che ha trasformato il Savoiardone da specialità locale in un prodotto distribuito ben oltre i confini della Sardegna. Tornato da scuola, Mario si fermava ad aiutarle. Prima imparò i gesti, poi riconobbe in quella consuetudine domestica una possibilità. Nel 1982 aprì il primo laboratorio nel centro storico di Fonni, trasformando una produzione familiare in un’attività capace di uscire dai confini del paese.
Con la crescita cambiarono gli strumenti, non la formula. L’impasto continuò a essere colato secondo il principio della sac à poche: ecco perché i Savoiardoni si assomigliano, ma non sono mai identici. Uno esce più lungo, un altro leggermente più basso. Oggi da Tipico si lavorano più di centomila uova fresche e si sfornano oltre 700 mila pezzi al giorno. Anche il nome arrivò strada facendo. Fuori dall’isola, quello che a Fonni era conosciuto come il biscotto del paese veniva indicato come il savoiardo sardo, quello grande. “A forza di sentirlo chiamare Savoiardone, abbiamo deciso di registrare il nome come marchio”.
Oggi il dolce viaggia dall’Europa all’Asia e alle Americhe. Il tiramisù ha contribuito alla sua fortuna e ha ispirato anche il Tiramisardo, ma in Sardegna il Savoiardone conserva abitudini meno prevedibili: si intinge nel cappuccino, accompagna i vini dolci e qualcuno lo prova persino con la birra.
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Dalla corte sabauda al forno delle sorelle Mattu, il suo percorso unisce la grande storia alla memoria domestica. La produzione è diventata industriale e la terza generazione dei Masini ha raccolto il testimone, ma all’origine rimane una scena semplice: un bambino che torna da scuola e osserva uova, zucchero e farina trasformarsi nel dolce delle feste