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Marche, la “legge anti-kebab” divide: tutela o discriminazione?

La proposta regionale sui centri storici non cita nello specifico nessuna cucina etnica, ma apre ai Comuni la possibilità di favorire botteghe, prodotti locali e attività “coerenti” con l’identità dei luoghi

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Ha già preso il nome di “legge anti-kebab”, anche se per ora non è ancora una legge a tutti gli effetti e nel testo non compaiono la parola kebab o cucina etnica. È una proposta di legge regionale, varata dalla Giunta Acquaroli e ora all’esame del Consiglio regionale delle Marche, nata per valorizzare i centri storici, le botteghe, le produzioni locali e le attività considerate coerenti con l’identità dei luoghi. Ma l’effetto è stato un altro e la discussione si è spostata dal piano urbanistico al piano culinario, con un scontro politico e culturale su cosa sia cibo locale e cosa no. Vincisgrassi contro kebab, cucina marchigiana tipica contro fast food globale, botteghe identitarie contro grandi catene.

La proposta di legge n. 64 è stata presentata il 23 giugno 2026 e si intitola “Disposizioni per la valorizzazione e la riqualificazione dei centri storici, dei luoghi del commercio di particolare interesse e delle attività economiche che concorrono alla salvaguardia delle caratteristiche storico-culturali dei luoghi”. L’obiettivo dichiarato è contrastare desertificazione commerciale, rarefazione dei negozi e omologazione dell’offerta, favorendo attività di vicinato, botteghe artigiane, produzioni locali, filiere agroalimentari marchigiane, mercati storici e attività ritenute coerenti con il profilo culturale e commerciale dei centri urbani.

La proposta quindi non introduce un divieto specifico. Non chiude attività esistenti e non vieta direttamente l’apertura di locali di ristorazione etnica. Disegna però una cornice normativa entro la quale i Comuni potranno avere molta discrezionalità e adottare programmi di qualificazione commerciale nei centri storici: quindi da un lato incentivi e agevolazioni, ma dall’altro anche limitazioni e paletti all’insediamento di alcune attività.

È su questo passaggio che si è accesa la polemica perché la proposta lascia ai Comuni un margine interpretativo ampio. E in certi casi potrebbe rivelarsi uno strumento usato per scoraggiare o impedire attività considerate non coerenti con l’identità storica del centro. Il presidente della Regione Francesco Acquaroli ha difeso la proposta parlando di recupero urbanistico e identitario: “Lunedì abbiamo approvato in Giunta una proposta di legge che darà la possibilità di valorizzare i nostri borghi e i luoghi simbolo della storia delle nostre città destinando principalmente queste aree alla commercializzazione dei prodotti tipici della nostra enogastronomia e dell’artigianato locale.

Una scelta volta a preservare la tipicità e l’autenticità dei nostri luoghi da una trasformazione che rischia di snaturare e decontestualizzare l’identità secolare della nostra comunità. Una scelta in continuità con le politiche intraprese fin dall’inizio della scorsa legislatura, come quella per la valorizzazione dei borghi, gli investimenti per il turismo e la valorizzazione culturale delle nostre tradizioni. Noi siamo le Marche e vogliamo sempre più rivendicare e proteggere il patrimonio e i valori che ci contraddistinguono”.

Non si sono fatte attendere le reazioni gastronomiche dell’opposizione. Il Movimento 5 Stelle di Ancora tramite la capogruppo in Consiglio regionale Marta Ruggeri ha dichiarato: “Il finto sovranismo alimentare di Acquaroli non ha alcun fondamento reale e calpesta libera iniziativa economica, concorrenza e pluralismo culturale”. E inoltre ha messo in discussione l’uso della parola “etnico”. Sottolineando, come osservato da più voci critiche, che tecnicamente anche i vincisgrassi, il coniglio in potacchio e le olive all'ascolana sono piatti ‘etnici’ rispetto ad altre culture. Pertanto il concetto di cucina ‘tipica’ è relativo e non può essere usato come strumento di esclusione selettiva.

Alleanza Verdi-Sinistra, nel Fermano, ha attaccato la proposta definendola discriminatoria e ipocrita. Dalle pagine de Il Resto del Carlino, nella cronaca di Fermo, si legge che il gruppo ha posto una domanda netta: perché dire no ai kebab e, nello stesso territorio, accettare senza problemi catene globali di fast food? Il riferimento è all’apertura di McDonald’s a Fermo e Burger King a Porto San Giorgio. Secondo Avs, chiudere la porta ai kebab mentre si spalanca alle multinazionali non significa difendere il made in Italy, ma selezionare le attività sulla base della loro percezione etnica o sociale. Secondo Andrea Nobili, consigliere comunale di Ancona, i problemi dei centri storici marchigiani non sarebbero né i kebab né i negozi gestiti da cittadini stranieri, ma la crisi strutturale del commercio, lo spopolamento, gli affitti, la mancanza di servizi e politiche urbane insufficienti.

Ora la proposta è all’esame del Consiglio regionale. Solo dopo l’eventuale approvazione diventerà legge. E solo allora, soprattutto attraverso i vari regolamenti comunali, si capirà se resterà la norma di sostegno ai centri storici delle premesse o se finirà per trasformarsi, per effetto della sua stessa polemica, nella profezia autoavverante di una legge anti-kebab.