Il ristorante

Il lieto debutto di Jacaranda dimostra che a Los Angeles il vento è cambiato

(Foto: Wonho Frank Lee)
(Foto: Wonho Frank Lee) 

Niente effetti speciali, niente esibizionismo: qui la cucina americana ritrova umanità eleganza e ascolto. Il nuovo progetto di Daniel Patterson e Sarah Lewittin Patterson unisce California del Sud e cultura musicale in una delle mete del momento

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Mannaggia al Los Angeles Times! Il 10 maggio ci rubò il titolo - cubitale - che tanto avremmo voluto sbattere in prima pagina: il nuovo ristorante dello chef Daniel Patterson é “la risposta a come i losangelinos vogliono oggi mangiare”. E si trattasse solo del LA Times!. Dal primo giorno d’apertura, il 6 maggio scorso, da Jacaranda ci son passati tutti quanti: Forbes, l’Observer, Eater, l’Hollywood Reporter, What now, etc. stilando per la posterità, in neanche un mese, la più ditirambica rassegna stampa mai vista da queste parti.

Da queste parti: in una città, LA, che all’essere ha da sempre preferito l’avere e l’apparire, l’entertainement come solo esperanto. Una megalopoli che, in materia di cucina (alta) sa solo cogliere i segni esteriori dell’esclusività. Insomma, il lieto debutto di Jacaranda si avvera per la scena locale, nazionale e internazionale un reset radicale, la tanto attesa prova, meglio tardi che mai, del ruolo capitale interpretato da Daniel Patterson, forse il cuoco più singolare apparso sul podium della cucina americana degli ultimi venti anni.

La sala del Jacaranda a Los Angeles (foto: Wonho Frank Lee)
La sala del Jacaranda a Los Angeles (foto: Wonho Frank Lee) 

Jacaranda non cavalca le onde, non surfa sulle tendenze, semmai le crea. È il libertario araldo del “Make Fine Dining Human Again” senza frontiere. Lo si intuisce al volo, appena entrati in un raccolto ambiente vellutato con musica tardo 90’s (Air, Cure, Pavement, Radiohead) e convivi ravvicinati per spingere al massimo la condivisione dell’energia. Dan è in cucina, ogni tanto fa capolino per presentare, parco di parole, un piatto, mentre la sua metà, Sarah Lewittin Patterson, una botta di vita e di empatia, schizza con la schietta bonomia d’un flipper per prendere il polso di tavolo in tavolo dalla dinamiche d’un servizio senza urti né tempi morti (dieci piatti in meno di due ore, non un sogno: una realtà).

Il loro è un progetto 100%comune, una collaborazione, Daniel è la parte yin, Sarah quella ultra-yang. E non potrebbe essere altrimenti con lei, vista la sua precedente vita di musicista, attivista, direttrice artistica d’una casa discografica, DJ e giornalista rock newyorkese straconosciuta come @ultragrrrl, il suo nome d’arte (fece pure la copertina del Village Voice e di Sarah é tanto questione nello storico volume di Lizzy Goodman “Meet me in the bathroom: Rebirth & Rock ‘n Roll in NY City, 2000-2011”).

Sarah ha volto le spalle a NY per seguire Daniel a LA che a sua volta abbandonò San Francisco un lustro fa dove il suo triplamente stellato “Coi” fu per dieci anni la punta più avanzata sui fornelli della poetica d’autore (parole di Anthony Bourdain). Per meglio mettere qui a fuoco l’istantanea del nuovo corso della cucina losangelina, prima ancora della settimanata di Friends & Family Dinners che precedettero l’apertura del ristorante, per cinque mesi i due trasformarono il loro appartamento di Hancock Park in un domestico pop up. Vagliando cena dopo cena l’estensione della ricerca sul terreno della SoCal, la cucina del sud della California ricca di erbe, alghe, spezie, profumatissimi peperoncini piccanti e cactus del deserto che trovano rigogliosa e ultraelegante locale identità in un menu, a predominanza vegetale, che fa della leggerezza la bussola essenziale della sua espressione.

T-shirt nero e sexy bianca collana di madreperle, Daniel Patterson magari non è più il freak control d’un tempo, ma resta il perfezionista di sempre. Capace di accogliere il cliente con degli eterei snacks da sommo orefice del gusto, un Cracker di riso soffiato all’avocado e ravanelli o un sandwich a forma di caramella di Nasturzio farcito di funghi prima di scodellare degli imperfettibili studi che non osano rivendicare il loro capolavoresco nitore. Un morbidissimo tofu (“fatto maison ogni mattina prima del servizio”), quasi un flan ma meglio di tutti i chawanmushi mai assaggiati in vita nostra, dalle impalpabili risonanze marine in un balsamico e lattico chiaroscuro ambrato di alghe. Una sofficissima meraviglia mutante, un piatto savoury, ma potrebbe essere pure un dessert o addirittura la colazione ideale dell’indomani mattina, con o senza la sferzata iodata del caviale che lo punteggia al ristorante.

Attenzione: i titoli dei piatti sono tutti fallaci. Seppur sia scritto proprio così non aspettatevi delle semplici “Verdure crude e cotte”. Spunta invece un centellinatissimo compendium di mini carotine, punte di broccoletti, cetriolini, ravanelli irretiti tra i succhi dell’indigena erba santa della bassa California (top per la detox ) e la polpa del nopales. Un cactus del deserto lasciato in infusione a freddo per non meno di trentasei ore per ben lasciargli decantare le sue note rosacee di mandorle amare…. con una punta finale di bubblegum! Se raviolo ha da essere, più precisamente qui è battezzato dumpling, si presenta sotto la forma d’un fiore di zucchina farcito ovviamente di zucchine e gamberi, con zucca gialla e peperoncino habanero, per un larsen subliminale prolungato dallo zafferano e dai fiori di coriandolo fresco.

È una cucina per niente mistica, laica, gentile, umanistica, dialogica a mille leghe da quella brutalità dimostrativa di tanti tour de force attuali. Tanto all’immagine del Patterson attuale, virtuoso destrutturato, uomo rinato, quanto di più anti “mano sfera” si possa immaginare. Come le sue cotture, umane fin troppo umane, omeopatiche o lungamente prolungate. Quella d’un King Salmone, pescato alla linea, alle uova di trota e wasabi fresco. O dell’Anatra al pepe, che fonde letteralmente sotto la pressione del coltello, proposta con mirtilli arrostiti e alloro selvaggio, insalatine e pickles di scalogno, ciccioli d’anatra croccante da sgranocchiare sorseggiando un brodetto d’ossa intenso come l’incenso.

E quando appagati dalla coerenza del lungo percorso arrivano infine i dessert di Matt Tinder, il superdotato pasticcere complice sin dai vecchi tempi di San Francisco, le papille rischizzano all’acme dell’attenzione. Con una granita di mandorle, cirimoia, ciliegie e sferzata citrica delle mani di Buddha o con il triolistico eros del Cioccolato selvaggio con i datteri nei loro liquidi umori e le alghe laminarie fiammeggiate. Dieci piatti per una antologica equazione d’energia, futuristica visione d’una cucina “al naturale” d’oggi per un domani migliore che verrà.

Non è un miracolo, non é una massimalistica rivoluzione, bensì il frutto filosofico d’una profonda riflessione sul nostro rapporto al mondo, alla società che vogliamo - o no-abitare sin da adesso. Tutto ciò va ben oltre la griglia di lettura del mero ristorante, senza dubbio l’apertura dell’anno - negli US ma non solo. E ve lo giuriamo: per una volta restammo mosci assai con i superlativi.

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