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Così la birra italiana diventa grande: la guida di Slow Food

Più trasparenza, più territorio, più responsabilità. La nuova edizione presentata a Brescia, oltre a recensire 2825 etichette, traccia anche la traiettoria. La sfida: ripartire dalle materie prime

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La birra artigianale italiana compie trent’anni e prova a diventare adulta. Non nel senso di perdere creatività, sperimentazione o piacere della scoperta, ma di darsi una forma più riconoscibile: più filiera, più trasparenza, più territorio, più responsabilità. È questa la traiettoria che emerge dalla presentazione della Guida alle birre d’Italia 2027 di Slow Food Editore, andata in scena alla Camera di Commercio di Brescia davanti a circa 200 tra birrai e gestori di locali arrivati da tutta la Penisola.

La nuova edizione arriva con numeri robusti: 130 tra collaboratori e coordinatori hanno raccontato 468 produttori di birra e 54 produttori di sidro, segnalando 2825 etichette. Ma il dato più interessante non è solo quantitativo. La guida, che da diciotto anni osserva l’evoluzione del comparto, nasceva come strumento per orientarsi nella scelta delle birre. Nel tempo ha allargato lo sguardo ai luoghi in cui berle, ai locali, ai publican, alle relazioni tra prodotto, servizio e cultura del bere. Oggi, nel trentennale del movimento artigianale italiano, prova a fare un passo ulteriore: non limitarsi a dire quali birre scegliere, ma aprire una discussione su che cosa debba essere la birra artigianale italiana nei prossimi anni.

A dare profondità a questo passaggio è anche il ricordo di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, scomparso pochi giorni fa. Roberto Burdese, presidente di Slow Food Editore, ha ricordato il suo incontro con il tema della birra artigianale negli Stati Uniti, nella prima metà degli anni Novanta, quando Charlie Papazian, figura centrale del mondo degli homebrewers americani, gli suggerì che proprio la birra, più del vino, poteva essere una porta d’ingresso efficace per costruire la rete di Slow Food oltreoceano. Petrini colse subito il valore culturale di quell’intuizione. Poco dopo, anche in Italia, il movimento della birra artigianale avrebbe iniziato a prendere forma.

Trent’anni più tardi, la questione non è più dimostrare che la birra artigianale possa esistere anche in Italia. Quella battaglia, in buona parte, è stata vinta. Il punto è capire come darle una fisionomia più compiuta. Eugenio Signoroni e Luca Giaccone, curatori della guida, hanno individuato due direzioni decisive: la costruzione di una filiera italiana e la definizione di un manifesto condiviso. La prima sfida riguarda le materie prime. Finora molta dell’identità brassicola nazionale si è costruita attraverso ingredienti capaci di raccontare il territorio, ma il salto successivo passa anche da malto e luppolo italiani, cioè dagli elementi più strutturali della produzione birraria.

È una sfida meno immediata, forse meno facile da comunicare rispetto a una birra con un ingrediente riconoscibile in etichetta, ma più profonda. Perché sposta il discorso dalla creatività del singolo prodotto alla costruzione di un sistema. Significa interrogarsi sull’agricoltura, sulle filiere corte, sulla tracciabilità, sul rapporto tra birrificio e territorio. In altre parole: non solo fare birre italiane perché prodotte in Italia, ma provare a rendere italiana una parte sempre più significativa del percorso che le genera.

Il secondo passaggio è il Manifesto della birra artigianale, con cui Slow Food stabilisce senza soluzione di continuità un confronto con produttori, esperti e appassionati. I punti indicati disegnano una birra buona e costante, ma anche comprensibile, inclusiva, non chiusa nel linguaggio tecnico degli addetti ai lavori. Una birra con identità, capace di non inseguire ogni moda, attenta all’equilibrio più che all’effetto speciale, trasparente sulla provenienza delle materie prime e sui dettagli produttivi, rispettosa dell’ambiente, dei lavoratori, dei distributori, dei locali e dei clienti. E consapevole, senza ambiguità, dei rischi legati al consumo di alcol.

Dentro questo manifesto si legge anche una piccola correzione di rotta. La birra artigianale, dopo anni di crescita, ricerca e sperimentazioni talvolta estreme, sembra invitata a ricordare la propria natura popolare e socializzante. Non una bevanda per iniziati, non un territorio riservato a chi conosce già il lessico delle fermentazioni e degli stili, ma un prodotto capace di restare accessibile senza diventare banale. È forse qui che si misura davvero la maturità di un movimento: nel riuscire a essere colto senza essere respingente.

La geografia dei premi speciali restituisce bene la varietà del settore. Altavia di Quiliano vince per la Filiera Italiana, Alder di Seregno per la Costanza, Residual di Pietralunga come Miglior Novità. Nidaba di Montebelluna conferma il peso crescente del rapporto tra birra e cucina, mentre Cantina Errante di Barberino Tavarnelle porta al centro il tema della valorizzazione del territorio. Il lavoro di chi racconta e serve la birra passa invece dal premio a Michele Galati di Caprino Bergamasco come Miglior Publican, da Galaxy Beer Shop di Rubiera per la migliore selezione in bottiglia e da Glamour Hoppe di Catania per quella alla spina. Nel campo del sidro, infine, il riconoscimento va ad Apple Blood Cider and Perry di Terre d’Adige.

Sono premi diversi, ma letti insieme compongono una mappa piuttosto chiara. La birra artigianale italiana non vive più soltanto dentro i birrifici: passa dai campi, dalle cucine, dai banconi, dai negozi specializzati, dai locali capaci di selezionare e spiegare, e perfino da un settore vicino come quello del sidro, che dal 2023 ha trovato spazio nella guida e continua a crescere soprattutto nelle aree vocate alla mela, dal Trentino Alto Adige alla Valle d’Aosta, dal Piemonte ad altre zone della Penisola.

A chiudere idealmente il cerchio è arrivata anche Slow Beer, realizzata dagli studenti dell’Istituto alberghiero Andrea Mantegna di Brescia in collaborazione con diverse comunità locali: il Brolo di Sant’Anna, orto sociale della città, le Limonaie dell’Alto Garda e la comunità del Farro di San Paolo. Una piccola produzione, ma simbolica, perché mette insieme scuola, agricoltura, territorio e trasmissione di competenze.

Dopo trent’anni, dunque, la birra artigianale italiana non sembra più avere bisogno di dimostrare di essere interessante. La domanda, semmai, è come restare viva senza confondere la novità con il rumore, la tecnica con l’autoreferenzialità, il territorio con una parola buona per ogni etichetta. La guida di Slow Food prova a indicare una risposta: meno ossessione per stupire, più capacità di costruire identità. E forse è proprio questo il segno dell’età adulta.