Non fatela semplice, la frittata è un’arte
di Dora IannuzziDietro uova sbattute e padella calda c’è di più: una storia di incontri tra ingredienti e la sapienza di saperli mescolare
La frittata è un piatto semplice solo in apparenza: dietro a semplici uova sbattute e alla padella calda c’è una storia lunga, fatta di incontri, adattamenti e continue reinterpretazioni. Il nome deriva dal latino frixura, “fritto”, e ne riassume bene l’essenza. Secondo alcune ricostruzioni, furono gli arabi a diffondere in Europa preparazioni simili: tra queste si cita il tirrîkh, una ricetta in cui piccoli pesci finemente tritati venivano mescolati alle uova. Ma, al di là delle origini, è certo che la frittata si è presto affermata come una preparazione aperta, capace di accogliere ingredienti diversi.
Le fonti culinarie lo confermano. Nell’antica Roma, nel De re coquinaria attribuito ad Apicio, leggendario buongustaio vissuto tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., sono incluse preparazioni a base di uova nella sezione delle “pandette”, piatti in cui venivano riuniti più ingredienti e si combinavano carne, pesce ed erbe. Secoli dopo, nel Quattrocento, il Libro de arte coquinaria scritto da Maestro Martino dedicherà un intero capitolo alle uova, con una frictata profumata da borragine, menta, maggiorana e salvia.
Oggi ogni paese ha il suo modo di interpretare le uova: in Spagna la tortilla è compatta e sostanziosa, grazie alle patate; in Francia l’omelette resta più morbida, cotta rapidamente e ripiegata su sé stessa, con gli ingredienti aggiunti solo alla fine; in Germania e Austria esistono preparazioni affini, tagliate a striscioline e servite in brodo, mentre nella tradizione inglese prevalgono le uova strapazzate. Tecniche diverse, stessa idea di partenza. Anche nel linguaggio comune la frittata ha lasciato traccia: “fare una frittata” significa combinare un pasticcio.
In cucina, però, bastano pochi accorgimenti: le uova non vanno lavorate troppo, ma solo quanto basta per unire albume e tuorlo, e la cottura richiede attenzione, lasciando rassodare la base prima di girarla. Lo ricorda Maestro Martino e lo ribadisce Pellegrino Artusi ne La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Ma più della tecnica, resta forte la sua dimensione quotidiana e la sua versatilità. Da un lato la frittata è il classico ripieno da panino nelle gite fuori porta, legato all’immaginario delle domeniche di viaggio del dopoguerra, con famiglie in partenza all’alba, automobili cariche e uno spuntino semplice ma sostanzioso da consumare lungo la strada o vicino al mare; dall’altro rivela una sorprendente capacità di cambiare pelle. Così, se la “frittatona” di cipolle, resa iconica da Ugo Fantozzi nei pomeriggi davanti alla tv per la partita, appartiene ormai all’immaginario collettivo, l’aggiunta di ingredienti più ricercati — come il tartufo o una fonduta — può portarla verso una dimensione più raffinata, desiderio di qualsiasi gourmet.
È proprio in questa capacità di adattarsi che emerge uno dei suoi significati più profondi. La frittata è infatti una delle espressioni più riuscite della cucina di recupero, ma non nel senso riduttivo della necessità. Piuttosto, racconta una forma di ingegno, perché trasformare avanzi, erbe, formaggi o verdure in qualcosa di nuovo significa riconoscere valore a ciò che si ha, evitando sprechi e costruendo nuovi equilibri di gusto: non è una cucina che nasce dalla mancanza, ma dalla capacità di immaginare.
E non mancano neppure episodi spettacolari nella sua storia. Celebre è la grande frittata preparata alla Certosa di Padula per Carlo V: si racconta che, nel 1535, durante il viaggio di ritorno dalla vittoriosa spedizione contro il corsaro Barbarossa, l’imperatore e il suo esercito furono accolti con una frittata gigantesca, realizzata con centinaia — secondo alcune versioni addirittura mille — uova, in una grande padella allestita per l’occasione.
Oggi la frittata continua a evolversi anche nelle cucine d’autore. Massimo Bottura la lavora rendendola più soffice, montando i bianchi a neve e aggiungendo poi i rossi, quasi un soufflé, con erbe fresche e una nota di aceto balsamico; Ferran Adrià la destruttura, servendola in bicchiere a strati con cipolla caramellata; Jirō Ono la interpreta nel suo tamagoyaki, arrotolato e preciso, con dashi e soia; Virgilio Martínez la rilegge in chiave andina, con quinoa croccante, erbe d’alta quota e salse fermentate. E dunque la frittata ha la leggerezza delle cose che non si prendono troppo sul serio: entra in scena con poco, cambia registro senza sforzo, passa dal quotidiano all’inaspettato con naturalezza e, ogni volta, dimostra che bastano poche uova per raccontare una cucina intera.