Sempre più in alto: in edicola sul Gusto l’ascesa delle donne nel mondo del cibo
Giovedì 5 marzo il nuovo numero del mensile: tra gender gap e storie di una rivoluzione silenziosa. Chef, birraie, distillatrici e casare raccontano le loro esperienze da pioniere
“Le donne, come gli uomini, cucinano con le mani. Non con le ovaie”. Con questa frase, Maria Canabal, fondatrice del network femminile Parabere Forum, chiarisce la sua posizione: no ai premi come “miglior donna chef”. I riconoscimenti divisi per genere non sono la soluzione: il cambiamento, sostiene, passa dall’equità strutturale e dal riconoscimento del talento senza etichette.
In vista dell’8 marzo il numero de I Piaceri del Gusto, in edicola con la Repubblica, affronta il tema del gender gap nelle professioni enogastronomiche, un settore centrale nel racconto identitario del Paese ma che continua a mostrare squilibri nei ruoli apicali, nelle retribuzioni, nella visibilità pubblica.
Lo fa attraverso storie concrete: distillatrici e birraie, sommelier e casare, imprenditrici agricole e cuoche televisive che hanno aperto nuove strade quando il mestiere era considerato appannaggio maschile. Figure diverse per generazione e per ambito professionale, ma accomunate da una stessa traiettoria: conquistare spazio in un sistema che per molto tempo ha raccontato il potere gastronomico quasi esclusivamente al maschile. Dalla grappa identitaria di Giannola Nonino alla prima italiana diventata Master of Wine Cristina Mercuri, fino alle donne della filiera casearia e agricola che oggi guidano aziende e trasformazioni produttive.
Il magazine ricostruisce anche una genealogia spesso dimenticata. Perché la presenza femminile nella cultura del cibo non è una novità recente: affonda le radici nella storia lunga della gastronomia. Dalla Trotula della Scuola medica salernitana nel Medioevo alle influenze di Caterina de’ Medici sulle tavole francesi, fino alle pioniere moderne della cucina domestica e professionale. Tra queste Eugénie Brazier, la cuoca lionese che nel 1933 conquistò sei stelle Michelin con due ristoranti diversi, formando tra gli altri Paul Bocuse. E poi la televisione, che ha trasformato il gesto domestico del cucinare in racconto pubblico: da Ave Ninchi negli anni Settanta alla spontaneità televisiva di Wilma De Angelis, fino alle conduttrici contemporanee che hanno reso la cucina uno dei linguaggi più popolari del piccolo schermo.
Approfondimenti
Il numero apre altri fronti di riflessione sul rapporto tra gastronomia, politica e identità culturale. Uno dei dibattiti più accesi riguarda la proposta di legge che mira a vietare il consumo di carne equina. Una questione che tocca sensibilità etiche contemporanee ma che, inevitabilmente, interroga anche la memoria gastronomica del Paese. Se da una parte c’è chi applaude nel nome del benessere animale, dall’altra si ricorda che il cavallo ha una lunga storia nelle cucine regionali italiane. Dalla pastissada de caval veronese agli sfilacci, dal caval pist parmigiano ai pezzetti di cavallo nel Salento, fino alle braciole e alle polpette di cavallo in Sicilia, agli agnolotti d’asino del Monferrato e al tapulone d’asino del Cusio: piatti che sono insieme cultura materiale e racconto di territori.
E nel mondo della miscelazione si torna a parlare di un grande classico: il Martini, cocktail iconico che oggi vive una nuova stagione grazie alla riscoperta della ritualità del servizio e della centralità del vermouth.
Feste di stagione
Infine, il numero accompagna l’arrivo della primavera con una serie di storie dedicate ai riti gastronomici della stagione: i pani quaresimali, le colombe artigianali, le uova di Pasqua che diventano terreno di sperimentazione per i maestri cioccolatieri. E poi le giornate dedicate ai grandi classici popolari, come il tiramisù e l’amatriciana, che continuano a dimostrare come la cucina italiana sia allo stesso tempo patrimonio condiviso e racconto in continua evoluzione.
Perché il cibo, più di ogni altro linguaggio culturale, tiene insieme memoria e cambiamento: tradizioni antiche e nuove sensibilità, gesti quotidiani e trasformazioni sociali. Anche quando il punto di partenza è una domanda semplice — chi cucina, chi decide, chi racconta — la risposta finisce sempre per dire qualcosa di più sul nostro tempo.