Nelle case di Dubai il majlis è la stanza dove ci si siede e si accoglie di arriva. Agli ospiti si offrono datteri e caffè arabo, che qui viene bevuto in ogni momento della giornata e profuma di cardamomo e zafferano. Offrire caffè è segno di ospitalità, purchè se ne riempia solo mezza tazza che vuol dire implicitamente al proprio ospite: chiedimene dell’altro e fermati qui con me ancora un po’.
È questo che sta chiedendo Dubai ai propri visitatori: fermarsi un altro po’, allungare la permanenza per farsi conoscere meglio. Anche nelle sue parti meno scintillanti e grandiose. Come ogni metropoli, Dubai vuole e può essere per tutti.
Il panettone Dubai Chocolate è l'ultimo tormentone social
Basta un dato a rafforzare il concetto, se si considera che dei 4 milioni di abitanti che vivono a Dubai (numero che cresce di anno in anno) solo il 10-12% sono emiratini, mentre gli altri sono immigrati che arrivano in larga parte dall’India, poi Medio-Oriente, Europa e Australia. Per lavorare o per viverci. Temporaneamente o definitivamente. Questa stratificazione culturale e sociale si riflette in modo chiarissimo a tavola dove le cucine si incontrano, si mescolano e c’è spazio per proposte di ogni tipo e per tutte le tasche. Esiste una Dubai fuori dagli stereotipi, inclusiva e budget-friendly. Bisogna avere il cibo come bussola per andare a scovarla: il bello di questa metropoli del superlativo è che a tavola diventa un mosaico di etnie e di cucine.
Un pasto culturale in una torre del vento
Il Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum Centre for Cultural Understanding (SMCCU), aiuta i visitatori a capire cultura e tradizioni degli Emirati tramite pasti condivisi: qui si può fare colazione o pranzo (dai 130 ai 145 dirham), ed è come essere in una tipica casa emiratina, dove ci siede su tappeti e cuscini in stile beduino mentre si imparano abitudini, usi, costumi e buone maniere. L’edificio è ospitato in una torre del vento restaurata che sorge nel quartiere storico di Al Fahidi.
Alserkal Avenue, localini indipendenti
È il distretto artistico e culturale della città, una ex zona industriale ora sede di gallerie d’arte e ristoranti, studi creativi, cinema e negozi di vinili con dj-set pomeridiani. L’ingresso è libero e si può trascorrere il tempo a leggere un libro o prendere un caffè o lavorare seduti a un tavolino. Fittissimo il programma di festival ed esposizioni temporanee. Per il pranzo o la cena si va a Le Guèpard, un concept store e bistrot, o al Grownhouse che al piano di sopra coltiva ortaggi e aromatiche in una serra idroponica, ma anche numerosi foodtruck che propongono tanti diversi tipi di cucina.
Al Rigga, il quartiere dello street food
Il Middle Eastern Food Pilgrimage (435 dirham) è un tour gastronomico nel quartiere di Al Rigga, una delle prime aree urbanizzate tra anni ’70 e ’80, che porta ad assaggiare specialità e storie di cucine palestinese/giordana, libanese, siriana e irachena in 3 ore e mezza e con tappe selezionate. Si comincia da Sultan Dubai Falafel, per assaggiare i tipici falafel, poi Qwaider Al Nabulsi, per la kunafa calda con formaggio e pasta fillo; quindi Al Samadi Sweets, tappa da baklava e altri dolci tradizionali; si continua da Farooj Al Shami con shawarma di pollo e si chiude da Kabab Erbil Iraqi con il masgouf, pesce affumicato da mangiare con salsa di mango in salamoia.
Il Waterfront Market
È il più grande mercato alimentare di Dubai: più di 800 varietà tra pesce, carni e pollame, frutta e verdura, spezie, con forniture che arrivano sia da fattorie locali che da tutti i continenti. È dichiaratamente uno dei posti preferiti dagli chef per fare la spesa. Il consiglio è di acquistare spezie, come lo zafferano o il sumac, e assaggiare le diverse tipologie di datteri dalle forme e dolcezze diverse. E di fermarsi a mangiare pesce fresco con la formula market-to-table: ti fanno scegliere il pesce al banco, lo puliscono e poi lo fanno cucinare nei ristoranti sul porto (cottura da 15 dirham /kg).
Il caffè napoletano incontra il latte di cammella: ecco il cappuccino che non t’aspetti
Colazione indiana tradizionale
Khadak, ristorante indiano nel quartiere Jumeirah, ha inaugurato l’1 febbraio anche la colazione che omaggia i grandi classici regionali indiani. Nel menu alla carta (con piatti che vanno dai 28 ai 78 dirham): ci sono il pollo in stile Bangalore, l’omelette Bombay, l’honey butter toast con pane fatto in casa, confettura di kumquat e schiuma di rabdi, e un ricco Arabic Platter o un’opzione più leggera di mezze, piccoli assaggi.
Manāo, Jun’s, Berenjak: le tavole accessibili
Lo chef Kelvin Cheung è nato in Canada da genitori asiatici ed ora lavora a Dubai e nel suo Jun’s (junsdubai.com) fa compiere un viaggio nel suo mondo e nella sua storia. E Manāo, un’esperienza eccellente dove la cucina degli chef Abhiraj Khatwani e Mohamad Orfali, racconta un’idea di cibo personale, accessibile con un racconto generoso e ricco di sapori e ispirazioni dalla Thailandia. Berenjak, invece, lavora sulla memoria: nasce dai viaggi d’infanzia in Iran e ricrea, con gusto contemporaneo, il calore di una casa persiana e i sapori dei kababi di Teheran, intrecciando la storia culinaria iraniana con le ricette di famiglia del fondatore Kian Samyani.
Supper Club, per incontrare chi vive qui
In una città piena di expat si sente il bisogno e la voglia di fare amicizia e conoscere nuove persone. In tutto il mondo ciò succede meglio a tavola e Dubai non sfugge a questa regola, anzi: sono circa un centinaio i supper club che animano la città con esperienze gastronomiche prenotabili tramite una App che seleziona sulla base di filtri tematici o logistici o di budget. Tra i più prenotati c’è il Secret Supper Club dello chef Kuv che in una location segreta (comunicata qualche ora prima) cucina e intrattiene i suoi ospiti mentre fanno amicizia raccontandosi le proprie storie.