Il sogno americano di Salvatore Napolitano profuma di frutti rossi e ha la setosità dei tannini di un grande rosso italiano. È una storia che nasce lontano dalle vigne, dentro biblioteche e musei, per poi crescere lentamente: prima come passione, poi come intuizione, infine come professione. Una traiettoria non lineare, ma coerente, in cui il vino diventa il naturale proseguimento di una vita dedicata alla cultura.
“Sono un classicista di formazione. La mia prima vita è stata tutta accademica”, racconta a Il Gusto. Nato a Napoli nel 1981, Napolitano studia nella sua città e sfrutta al massimo le possibilità di mobilità offerte dal mondo universitario. Con l’ anno accademico 2011-12, ed il primo concorso nazionale Anvur per l’Abilitazione Scientifica Nazionale, ottiene l’abilitazione a Professore Associato in Museologia e Critica Artistica e del Restauro: è il più giovane d’Italia, a soli trent’anni.
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Il suo percorso scientifico è intenso e internazionale. Nel 2004 pubblica “L’Antiquaria settecentesca fra Napoli e Firenze”, la prima monografia organica sugli studi antiquari del periodo, con introduzione della direttrice del Getty Research Institute. “Trovai un manoscritto inedito di un collezionista che nel Settecento aveva messo insieme una raccolta paragonabile a quelle imperiali”. Aggiungendo dopo qualche digressione la sua fascinazione profonda “per il fenomeno collezionistico, largamente inteso come tentativo umano di sfidare il divino e costruire un ordine diverso del mondo e degli eventi”.
Seguono gli studi in Grecia, alla Scuola Archeologica di Atene, poi in Polonia e in Francia, all’Inha, sotto la guida di Alain Schnapp. Sempre all’insegna della cultura antiquaria. “Nel Settecento l’Europa era una res publica litteraria: una rete ante litteram in cui gli eruditi dialogavano con il potere, spesso illuminandolo”, riflette Napolitano. In quegli anni pubblica quasi duecento contributi scientifici. Poco prima della discussione finale del dottorato ottiene una fellowship al Metropolitan Museum of Art di New York. “È lì che cambia anche la mia vita personale: il primo giorno a New York incontro la donna che sarebbe diventata mia moglie”. Ma negli States arriva anche la svolta professionale.
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La scintilla californiana
Il passaggio al vino avviene quasi per caso, in California, dove ottiene una posizione post-dottorale al CalTech di Pasadena. Una studentessa lo invita a cena a casa del padre. “Accetto l’invito e lì scopro che è un grande collezionista di Bordeaux. Io porto una bottiglia di una piccola Doc siciliana”. Quella sera Napolitano intuisce che i suoi due mondi possono dialogare. Propone una lezione: “Caravaggio in Sicilia e la cultura del vino”. Nasce così una sorta di “Symposium”, proprio come nel mondo greco: mangiare, bere, discutere.
“In due anni e mezzo quegli incontri sono cresciuti soprattutto nella partecipazione: siamo passati da due amici a una trentina di persone”. Il format cresce, diventa un appuntamento fisso. E quando si trasferisce a New York per insegnare all’Università di New York, Napolitano lo ripropone su scala più ampia. “Mi pagavano poco, insegnavo greco attico e latino in classi piccole. Così ho rispolverato la mia passione per i gruppi culturali e ho fondato “Symposium NYC”. Ogni mercoledì o giovedi’ sera, dalle 20 alle 22, raccontavamo l’italianità attraverso il vino”.
Il progetto esplode: chef, ristoratori, professionisti si fanno avanti per prendere parte a quell’appuntamento imperdibile. “In un paio d’anni eravamo 300. Tra i piu’ grandi gruppi regolari di socialita’ e degustazione della Citta’ ”. Tra i partecipanti anche nomi chiave dell’import americano. A quel punto, nella vita del prof il vino smette di essere un passatempo.
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Dal racconto alla distribuzione
Nel 2018 entra in Banville Wine Merchants, società di import della famiglia Tolaini con sede a New York. “Esperienza cruciale, al fianco di un uomo dal carisma assoluto, Luigi Tolaini, e la sua brillante figlia Lia Tolaini-Banville. Ne divento vicepresidente”, racconta con orgoglio Napolitano. L’accademia scivola progressivamente in secondo piano. Nel 2021 il wine expert passa a PalmBay International, dove come vicepresidente coordina il portfolio e le vendite di Italian Fine Wine della più grande importazione di vini italiani negli Stati Uniti. “Un lavoro corporate, molto formativo”.
Poi la svolta imprenditoriale. “Ho capito che il mio valore era la capacità di impacchettare l’informazione in modo spendibile. Il vino è un bene di consumo: per venderlo negli Usa devi capire la società americana”. Napolitano parla di percezione del lusso, di moltiplicatori di prezzo, di valore discrezionale. “Il vino non è un oggetto da museo. Si beve, incide sul corpo, vive nella socialità. Anche un Igt da 15 dollari può costruire una sua dignità. Se diventa solo estetica, perde senso”.
È con questa filosofia che Napolitano nel 2023 fonda RDV – “Racconti di Vite”, un’agenzia che oggi segue circa quindici brand italiani del fine wine, fra cui Grattamacco con cui ha partecipato ai Golden Vines 2025 a Miami, kermesse capitanata dall’ambasciatore del vino per l’Italia Gabriele Gorelli. “Il modello classico — cantina, importatore, distributore — è vetusto. Io creo connessioni dirette tra produttori, distributori e brand ambassadors indipendenti, cosi’ da avere un vero impatto”. E nei prossimi mesi uscirà un libro dal titolo “The Corked Professor”, un racconto personale e professionale che usa il vino come filtro per leggere il cibo, i consumi e i comportamenti sociali negli Stati Uniti, tra esperienza diretta e analisi generazionale. Un viaggio nel mercato e nella cultura del vino negli USA, raccontato attraverso esperienze reali e dinamiche sociali.
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Le mille Americhe del vino
Ed è proprio questo il tema che sta più a cuore a Napolitano. “Gli Stati Uniti non sono un mercato unico. Sono mille Americhe”, riflette. Almeno dodici macro-mercati con logiche, assetti legali e gusti diversi. “Se le aree urbane danno preferenza già da un decennio anche a produttori minuscoli e radicali, chain-markets più ampi o dalla demografia più statica restano più legati ai brand statutari”. L’Italia, però, mantiene un appeal fortissimo in entrambe le aree. “Rapporto qualità-prezzo, storie familiari, grandi denominazioni come Brunello e Barolo, ma anche Etna e i bianchi campani”.
Il contesto è complesso: ristorazione in sofferenza, inflazione reale elevata, nuove generazioni meno fedeli ai brand. “Comprano l’emozione del momento. Per questo la comunicazione dello storytelling come strategia di vendita oggi non è più praticabile a intervalli, ma piuttosto è un impegno quotidiano”.
Il vino come “getting together”
“Lo storytelling, se propriamente elaborato, non è edonismo: è scienza - dice Napolitano - Quando hai parametri chiari, lo applichi in modo tailor made”. Il vino è getting together. È relazione. “Chi lo vende deve saper impattare culturalmente. Serve una definizione forte di italianità, legata all’eccellenza: arte, musica, sartoria, territorio. Ogni volta la narrazione va ricostruita”.
Anche i dazi, in quest’ottica, per l’esperto diventano un problema plausibilmente relativo. “Il vero nodo è la svalutazione del dollaro – riflette l’esperto - È il riflesso di dinamiche più grandi: debito pubblico, competizione globale, ruolo della Cina nel panorama internazionale”.
Il vino, ancora una volta, diventa una lente per leggere il mondo.