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La rivoluzione dei vini del Sannio: una terra in fermento

Dal coraggio delle prime cooperative agli esperimenti visionari dei Mustilli, il territorio riscopre nella Falanghina il simbolo di una rinascita che unisce identità, innovazione e paesaggio

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C’è un’espressione che sintetizza alla perfezione ciò che oggi accade nel cuore del Beneventano: una terra in fermento.

L’ha evocata il professor Giuseppe Marotta, direttore del Dipartimento di diritto, economia, management e metodi quantitativi dell’Università del Sannio, durante l’incontro promosso dalla Regione Campania presso la Chiesa di San Francesco di Sant’Agata de’ Goti lo scorso 27 ottobre, nell’ambito del talk Praesentia – Gusto di Campania. Divina – Il Pomo della Concordia. Sannio, mele e Falanghina.

Un’immagine – quella di terra in fermento – che diventa chiave di lettura culturale di un territorio oggi al centro di una rinnovata attenzione e che è anche il titolo del volume “Terra in fermento. Il paesaggio culturale è antropico della Falanghina Doc come bene immateriale Unesco” (Il Mulino), a cura di Giuseppe Marotta, Elisabetta Moro, Concetta Nazzaro e Marino Niola, che approfondisce il valore identitario e simbolico della Falanghina come espressione del patrimonio immateriale della regione beneventana.

Il Sannio è dunque una vera e propria terra in fermento non soltanto per la fermentazione del vino che ne rappresenta l’anima produttiva, ma per il fermento umano, culturale e sociale che da oltre sessant’anni anima questo territorio dell’entroterra campano, capace di trasformarsi da area marginale a primo distretto vitivinicolo del Mezzogiorno.

Fino agli anni Sessanta, nel Beneventano non si produceva vino: si produceva uva, destinata ai commercianti napoletani che ne fissavano i prezzi. Una condizione di dipendenza economica che rischiava di soffocare ogni prospettiva di sviluppo locale. Eppure, proprio da questa difficoltà nacque la prima grande svolta: nel 1960, a Guardia Sanframondi, trentatré cittadini – agricoltori, ma anche professionisti e rappresentanti della comunità – decisero di unirsi in cooperativa.

Le botti nelle cantine storiche 

Quella scelta, avvenuta in un Mezzogiorno dove la cooperazione agricola era ancora un concetto pionieristico, rappresentò un atto di autodeterminazione economica e civile. Non si trattava ancora di vinificare, ma di difendere il valore del proprio lavoro, aggregando l’offerta di uva per negoziare da pari con i commercianti. Fu il primo passo di una rivoluzione silenziosa, la nascita di un capitale sociale condiviso che avrebbe profondamente trasformato la fisionomia del territorio, anche con la fondazione di altre realtà cooperative – come la Cantina di Solopaca e quella del Taburno – fino alla creazione di una rete produttiva coesa e identitaria. Da qui, la viticoltura del Sannio passò progressivamente da una logica di sopravvivenza a una logica di qualità e appartenenza.

La svolta Mustilli e la rinascita della Falanghina

La seconda grande trasformazione arrivò negli anni Settanta, quando alcuni imprenditori locali, in controtendenza rispetto al modello produttivo dominante, riscoprirono i vitigni autoctoni.

In quegli anni, la scena enologica del Sud Italia era ancora dominata da vitigni internazionali e nazionali – Cabernet, Merlot, Trebbiano, Malvasia, Sangiovese, Chardonnay – scelti per la loro resa produttiva e la facilità di vinificazione. Le varietà locali, tra cui la Falanghina, erano considerate marginali, spesso utilizzate per vini casalinghi o mescolate in uvaggi destinati alla grande distribuzione.

Le cantine storiche 

Fu proprio a Sant’Agata de’ Goti che avvenne la svolta. Luigi Leonardo Mustilli, viticoltore e imprenditore visionario, comprese il potenziale di un vitigno antico ma poco conosciuto: la Falanghina. Grazie a un accurato lavoro di ricerca, microvinificazione e sperimentazione, Mustilli e la moglie Maddalena riuscirono a restituire dignità a questo vitigno complesso, caratterizzato da aromi freschi, acidità vivace e grande adattabilità ai suoli del territorio, producendo nel 1979 le prime bottiglie di Falanghina in purezza e sancendo l’inizio di una nuova era.

Le sorelle Paola e Anna Chiara Mustilli, oggi custodi di quella visione, ricordano che i primi passi furono mossi quasi in sordina: “si iniziò con tremila bottiglie, vendute ad amici; il mercato principale era Napoli”. Fu il passaparola tra i ristoratori napoletani a far conoscere il nome Mustilli e la qualità del loro vino, fino a generare un movimento di emulazione tra gli altri produttori del Beneventano. Da lì ebbe origine la diffusione della Falanghina, che in pochi anni divenne il simbolo della rinascita del Sannio, fino ad affermarsi come uno dei vini bianchi più rappresentativi della Campania, conosciuto e apprezzato in Italia e all’estero.

Tuttavia, con la crescita della notorietà arrivarono anche le prime distorsioni di mercato: l’aumento delle superfici vitate e la produzione di vini di bassa qualità portarono, negli anni Novanta, a un progressivo declassamento dell’immagine della Falanghina. “Si vendeva Falanghina che probabilmente Falanghina non era”, ricordano le Mustilli, e il conseguente calo qualitativo minò la reputazione del vino.

Solo negli anni Duemila, grazie al lavoro del Consorzio di Tutela dei Vini del Sannio, si è tornati a valorizzare la qualità attraverso politiche di zonazione, con l’obiettivo di assegnare i terreni più vocati alla Falanghina del Sannio Doc e destinare le aree di pianura a produzioni diverse, come spumanti o vini Igt, evitando il rischio di una eccessiva standardizzazione.

Paesaggio, sostenibilità e nuove sfide

Nel frattempo, il paesaggio agrario è mutato profondamente: la meccanizzazione ha trasformato il volto della viticoltura, sostituendo progressivamente il tradizionale sistema a tendone – che proteggeva i grappoli dal sole e rifletteva un modello contadino familiare – con impianti a spalliera meccanizzabile, più efficienti ma meno tipici. Le aziende più grandi si orientano oggi verso una viticoltura di precisione, mentre nelle colline del Beneventano sopravvivono piccoli appezzamenti inferiori all’ettaro, dove la coltivazione resta a gestione familiare.

Questo cambiamento, pur necessario, ha comportato anche criticità: la sovrapproduzione di uve ha determinato un abbassamento dei prezzi, mentre molti vigneti storici, risalenti agli anni Settanta, non possono essere reimpiantati a causa delle restrizioni sui nuovi riconoscimenti Doc. Alcuni, ormai vecchi e malati per patologie come esca o flavescenza dorata, rischiano così di essere perduti.

Come sempre, il punto cruciale è il rapporto tra valore, qualità e sostenibilità: se il prezzo dell’uva resta troppo basso, le aziende non possono trasferire il giusto costo del lavoro e della coltivazione sulla bottiglia, rendendo necessaria, dunque, una regolamentazione più attenta e una valorizzazione coerente del prodotto. L’azienda Mustilli è stata anche pioniera dello sviluppo dell’enoturismo, accogliendo da anni visitatori italiani e stranieri nelle antiche cantine di tufo di Sant’Agata de’ Goti, offrendo visite guidate, degustazioni e percorsi sensoriali che uniscono vino, arte e storia.

Enoturismo e prodotti del territorio

La proposta enoturistica si integra con la valorizzazione dei prodotti del territorio – dall’olio all’ortofrutta, fino ai formaggi, ai salumi locali e all’attenta preparazione di piatti della tradizione familiare – in un’esperienza che racconta il Sannio come ecosistema culturale oltre che agricolo, con grande eleganza e raffinatezza, trasformando il vino in strumento di narrazione e di attrattività per il territorio.

Così, se la Falanghina è oggi un vino poliedrico, capace di adattarsi a diversi stili di vinificazione – dalle versioni fresche e minerali a quelle affinate, fino agli spumanti metodo classico e Charmat, e persino ai vini dolci – essa diventa anche ambasciatrice del luogo che la ospita, simbolo di convivialità e legame con la terra, incarnando quel dialogo costante tra storia, cultura e innovazione che continua a definire il carattere del Sannio.

La “rivoluzione del vino sannita” non è dunque un evento concluso, ma un processo ancora in atto: una narrazione collettiva di rinascita, identità e innovazione che continua a fermentare dentro la terra e la cultura di un popolo che ha saputo riscoprire se stesso attraverso il vino, riconoscendo la propria capacità di innovare senza tradire le radici, di trasformare una storia locale in un simbolo universale di qualità, comunità e paesaggio.