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Gian Piero Gasperini: “Con l’agnolotto si vince facile”

Gian Piero Gasperini nella sua vigna (foto @Sabrina Gazzola) 

L’allenatore di calcio della Roma, piemontese, molto legato alle sue radici, ha investito in una cantina nell’Astigiano dove trascorre il tempo libero: “I ravioli al ragù hanno il sapore di casa: mio padre tirava la pasta, mia madre preparava il ripieno”

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Le cassate a Palermo, gli arrosticini e la frittura di paranza nei ristoranti del lungomare a Pescara, le verdure fresche, in particolare i pipi (peperoni) e patate a Crotone. E poi il polpettone a Genova i casonsèi de Berghem, la pasta tradizionale ripiena di Bergamo. E chissà quale piatto romano sceglierà Gian Piero Gasperini, ora che vive nella capitale e allena i giallorossi al seguito di Stephan El Shaarawy. Sono alcuni dei piatti preferiti dal grande allenatore piemontese, nato a Grugliasco (Torino) 67 anni fa, sulla base delle esperienze e dell’attaccamento ai territori dove ha vissuto da calciatore prima e da mister dopo.

Ma se si va a scavare nella memoria e soprattutto negli affetti, sono gli agnolotti al ragù piemontese a scaldargli il cuore. Magari abbinati a un calice di Freisa, quel vitigno autoctono delle colline Torinesi e del Monferrato Astigiano dove Gasperini non solo ha trascorso l’infanzia ma dove oggi passa il tempo libero. Il grande sportivo ha infatti puntato nel mondo del vino, investendo in una tenuta a Castelnuovo Don Bosco (Asti), Cascina Gilli, storicamente nota per la produzione non solo di Freisa ma anche di altri vitigni a bacca rossa come la Malvasia di Schierano e la Barbera, dove oggi l’enologo è Gianpiero Gerbi.

Sulle sue amate colline, incoronate sede ideale del suo buen retiro, lo abbiamo incontrato, proprio durante i giorni caldi e affascinanti della vendemmia. Ore preziose tra una partita e un allenamento alla guida della Roma, una nuova avventura dopo dieci anni a Bergamo (2016-2025) come allenatore dell’Atalanta. Ma partiamo dal cibo.

Mister, qual è il suo piatto preferito?

“Gli agnolotti al ragù piemontese sono un piatto che mi porto dietro fin da bambino così come il ricordo di mio papà che tirava la pasta fatta in casa e mia mamma che preparava il ripieno d’arrosto e il condimento di ragù alla piemontese. I miei genitori avevano sempre l’abitudine di riunire tutta la famiglia attorno alla tavola e gli agnolotti sono sempre stati in casa nostra il piatto forte delle feste.”

E ai fornelli, ci si mette volentieri?

“La verità è che in cucina sono negato: il primo anno da calciatore professionista lontano da casa a Palermo, la bolletta del gas in un anno si era aggirata intorno alle duemila lire... in sostanza non lo avevo mai acceso!”.

Qual è la dieta ideale del campione?

“Partiamo dal presupposto che, mentre quando ero calciatore, negli anni ‘80/’90 c’era molta meno attenzione e cura della parte fisica, nel calcio di oggi anche i calciatori dotati di grande talento non possono prescindere dal fatto di essere degli atleti attenti alla salute. Il calcio, a differenza di altri sport, permette a tutti di poter giocare anche ad alti livelli senza barriere, ad esempio, sull’altezza. Ma il grasso corporeo è un dato fondamentale che va misurato e tenuto molto sotto controllo per chi gioca da professionista. Oggi i club hanno internamente dei nutrizionisti e cercano di tenere sotto controllo la qualità dei pasti facendo fare, ad esempio, le colazioni e i pranzi presso il centro sportivo nei giorni di allenamento. E spesso gli stessi atleti hanno dei nutrizionisti o cuochi individuali che li seguono nei pasti effettuati al di fuori della squadra. Pensiamo ai giovani che magari non sanno mettere le mani in cucina e che, quando non mangiano assieme alla squadra, devono comunque mantenere uno stile alimentare corretto quindi hanno bisogno di supporto”.

Che cosa quindi si può mangiare e che cosa va evitato?

“Il punto focale è che non ci sono particolari segreti, le indicazioni sono quelle basilari legate alla varietà dell’alimentazione, all’equilibrio energetico, all’idratazione e alla tempistica dei pasti specialmente in relazione agli allenamenti e alle gare. Poi, ovviamente, ci sono le specificità individuali: ogni atleta è comunque monitorato e testato individualmente e in alcuni casi segue percorsi di alimentazione specifica. Mi è capitato diverse volte di veder arrivare, dopo le vacanze estive, calciatori che si erano lasciati un po’ andare e in quei casi la bilancia è il giudice. Finché non rientrano nel peso corretto non possono allenarsi con la squadra, è una questione anche di rispetto per il gruppo”.

Oggi si parla molto del rapporto fra alcol e salute. Chi fa sport spesso è diffidente verso gli alcolici, qual è il giusto rapporto fra le due cose?

“È vero che si beve meno, però è migliorata la qualità dei vini e dei prodotti in generale. Certo, il vino contiene alcol e ciò può comportare delle criticità, soprattutto in caso di abuso, ma proprio per questo credo sia giusto che si vada sempre di più verso la qualità”.

Dai campi di calcio ai filari della vigna di Cascina Gilli, a Castelnuovo Don Bosco: come è questo passaggio?

“Qui ritrovi serenità: i tempi sono scanditi in modo molto più lento. Però c’è un bel contrasto tra l’adrenalina che provi sul campo da calcio e la pace della campagna. E quando ritorni in squadra ti senti rigenerato, con tanta voglia di ripartire”.

Quando nasce il suo amore per la natura?

“Quello per la natura è un amore che ho sempre avuto, sin dall’infanzia. Era una cosa che con mio papà desideravo da sempre: trovare uno spazio, magari lontano dalle città, dove farci coccolare dalla natura. Invece sono sempre stato impegnato col calcio. Mio padre, poi, a un certo punto, era piuttosto anziano e non siamo riusciti a realizzare quel sogno. Quando invece è arrivato il Covid, a differenza di altre volte, quell’idea è tornata, abbracciata da tutta la famiglia e dai miei figli. Soprattutto Davide, ma anche mia moglie Cristina hanno incominciato a prendere in considerazione la possibilità di avere uno spazio un po’ distante dalla città, dove poterci radunare non solo con la famiglia ma anche con gli amici. Abbiamo quindi iniziato a cercare. E alla fine, proprio durante il periodo della pandemia, abbiamo trovato questa cascina, attiva nella produzione di vini sin dagli anni ‘80. E appena c’è stata la possibilità, abbiamo deciso di investire”.

Gasperini con la moglie Cristina Pontoni e il figlio Davide (foto @Sabrina Gazzola) 

Qui la regina del vigneto è la Freisa, che cosa pensa dell’evoluzione di questo vino nel tempo?

“Sono passati tanti anni dalla mia adolescenza, ma qui, allora, c’era già una grande tradizione. In Piemonte, come del resto in tante regioni d’Italia, il vino è sempre stato un prodotto tipico e un simbolo culturale. La Freisa, in queste terre, lo era da sempre, come anche la Barbera. Poi sono cresciute altre denominazioni, pensiamo alla grande evoluzione dei vini “nobili” delle Langhe, dai Baroli ai Barbareschi. Però queste etichette, per così dire, un po’ più popolari hanno sempre fatto parte della cultura della gente. Una volta si compravano le damigiane, ognuno imbottigliava il suo prodotto nelle cantine e la gente andava a prenderlo nelle varie cascine sparse per il Monferrato e per le Langhe. Adesso il mercato ovviamente si è evoluto, la produzione si è raffinata anche grazie al lavoro degli enologi. E la stessa Freisa ha cambiato volto. Io però sono sempre rimasto legato alla Freisa frizzante, che per un certo periodo è passata di moda, ma che per me è sempre rimasta un vino molto piacevole, magari senza grandissime pretese, ma che si beve molto bene”.

Qual è oggi l’obiettivo di Cascina Gilli?

“Il nostro obiettivo è soprattutto quello di stare bene noi nel territorio e fare qualcosa che lo valorizzi. Il primo scopo deve essere questo, cercare di far crescere questa terra che ha delle grandi potenzialità sia dal punto di vista turistico sia gastronomico. E come sta succedendo in tante regioni, dobbiamo veramente dare il massimo per tirare fuori il meglio da ciò che abbiamo a disposizione perché negli altri Paesi si fa fatica a trovare una ricchezza simile a quella italiana”.

Ha un vino preferito?

“I vini di Cascina Gilli, ovviamente, quindi la Freisa, ma anche i Nebbioli, la Barbera e la Malvasia di Schierano. Quest’ultimo è un vino straordinario, anche se più dolce. E la cosa interessante è che, come richiede il mercato, si incominciano ad avere anche degli ottimi bianchi. Ma quello che conta davvero è la consapevolezza del potenziale del territorio”.

Il trattore nella vigna a Castelnuovo Don Bosco (foto @Sabrina Gazzola) 

In cantina, così come in campo, conta la squadra. Qual è il segreto di uno spogliatoio che funziona?

“Avere dei buoni ragazzi, validi sia sotto l’aspetto professionale, calcistico o enologico, ma anche molto sotto il profilo umano: servono la voglia di raggiungere obiettivi, la determinazione, le motivazioni. Tutte cose che ritornano nel concetto di squadra e che sono fondamentali”.

In un gruppo ci vuole anche qualche fuoriclasse come la Freisa o come Dybala?

“Assolutamente sì. I campioni sono importanti, ma oggi il fuoriclasse non è mai fine a se stesso. È sempre un elemento che lavora per la squadra, che dà un valore aggiunto al gruppo”.

Come si fa a portare un vino in Champions?

“In questo come sempre è la gente che decide, in base al proprio apprezzamento. Non siamo noi che decidiamo dove andare o che direzione far prendere a un prodotto. Noi dobbiamo pensare a fare le cose al meglio, sempre migliorandoci, ogni volta di più. Ma dopo è la valutazione della gente la cosa più importante, che fa la differenza”.