«Signò, lo sa che qui la pasta si asciugava per strada?». Nunzio Esposito lo dice tranquillo, mentre il suo van nuovo di pacca — tutti i suoi risparmi sono finiti lì dentro, perché con quello ci lavora — prende quota verso Gragnano. Ha caricato a Capodichino un turista diretto a Pompei e gli sta proponendo un’idea semplice: mattina tra gli scavi, pomeriggio tra mulini e pastifici, sera in tavola. Navetta diretta, biglietto unico, orari certi senza prenderla troppo di corsa. «Così capiscono l’Italia in un giorno», sintetizza. È questo il senso del turismo che Gragnano può costruire: mettere in fila ciò che c’è già, senza fronzoli. La valle dei Mulini come ingresso, un pastificio storico che accoglie e racconta la sua epopea, una degustazione con cottura “al dente” spiegata bene, due informazioni chiare su che cosa sia davvero l’indicazione geografica protetta e come si riconosce. Qui una curiosità che fa sempre presa: nel 1919 l’ingegnere Michele Cirillo capì che il clima non si comanda ma si imita; inventò un sistema di essiccazione con caloriferi e ventilatori che teneva la temperatura attorno ai 40 °C e simulava la brezza del Golfo. Risultato: dai tempi lunghi di settimane si passò a 3–4 giorni, senza perdere qualità. È quel dettaglio pratico che fa scattare il classico «ok, adesso ho capito».
Gragnano era tappa prediletta anche di un re Borbone, quel Ferdinando I che sposò Maria Carolina d’Austria e, a differenza della moglie, andava ghiotto di 'maccaroni'. Ma la svolta che trasformò Gragnano la si dovette al nipote, Ferdinando II, che nel 1845 concesse ai pastai del borgo il privilegio di rifornire la reggia con le “paste lunghe”. Da lì in poi Gragnano si guadagnò il soprannome di “Città dei Maccheroni”: il 75% degli abitanti lavorava nella filiera, con le officine di produzione che superavano i 1000 quintali al giorno.
Perfino le strade divennero parte della filiera: tracciate per prendere sole e vento, si riempirono di fili e canne di bambù su cui la pasta asciugava direttamente all’aria, trasformando Gragnano in un grande essiccatoio naturale. Nel 1885 arrivò anche la ferrovia e da quel momento i pacchi potevano partire veloci e il nome di Gragnano viaggiare in tutta Italia: oggi il recupero di quei binari, nel frattempo dismessi è un tassello fondamentale del rilancio gastroturistico del comprensorio. Sul perché la pasta di qui sia la pasta secca per antonomasia, il presidente del Consorzio di Tutela, Massimo Menna, la mette giù netta. «È la migliore pasta del mondo perché mette insieme la passione e il saper fare. I gragnanesi, che hanno ricevuto questo dono — il luogo adatto per far “bollire” la pasta e farne una professione — avevano già il gusto, la raffinatezza, lo spirito imprenditoriale molti anni fa, e hanno conservato questo know how che si tramanda di padre in figlio. Spesso nelle nostre aziende hanno lavorato insieme nonni, figli e nipoti. Questo saper fare delle persone e la volontà di produrre il miglior prodotto si trovano a Gragnano: la Pasta di Gragnano Igp è la migliore pasta del mondo».
E sulle regole: «Il disciplinare prevede, prima di tutto, che la pasta chiamata Pasta di Gragnano Igp sia prodotta esclusivamente nel territorio di Gragnano, con semola di alta qualità, con caratteristiche tecniche identificabili, in un preciso intervallo di temperatura e tempo, trafilata al bronzo — metodo tradizionale — e confezionata in tempi stabiliti. Tutto questo è scritto nel disciplinare ed è verificato da un organismo di certificazione esterno che effettua visite a sorpresa nei pastifici». Il chiarimento che evita malintesi: «Per esempio esiste anche la versione integrale, ma non può chiamarsi Igp. Qualsiasi ingrediente aggiunto o diverso dalla semola prevista dal disciplinare fa sì che non sia Igp». E sui mercati: «Siamo presenti in circa 90 Paesi. Gli americani vanno pazzi per noi, dazi o non dazi. In Estremo oriente ci sono mercati ancora da sviluppare: innanzitutto il Giappone».
Tradotto in pratica: mentre il Consorzio difende l’identità, il territorio cuce (e cuoce) il prodotto turistico. Perché non pensare a un “Gragnano Pass” che includa transfer, tour e assaggio; segnaletica condivisa con Pompei; calendario visite pubblicato con anticipo e in più lingue; micro-formazione per tassisti, camerieri che raccontano al ristorante formati, tempi di cottura (sono loro i primi narratori); pacchetti “mezza giornata” per le crociere su Napoli e Sorrento — banchina, mulino, pastificio, piatto, ritorno. Niente barocchismi: biglietti integrati, orari affidabili, informazioni semplici.
Anche il grande schermo è un formidabile mezzo di racconto e bastano pochi fotogrammi a far capire il racconto: Totò nella terrina di Miseria e nobiltà, Alberto Sordi che “minaccia” i maccheroni in Un americano a Roma, Julia Roberts in Mangia, prega, ama — e gli echi si allargano: la fine del digiuno penitenziale di Don Camillo, la trattoria di Ladri di biciclette, la fame di Accattone, i paradossi di Fantozzi (dagli “spaghetti alla Montecristo” ai vermicelli mancati), l’eccesso de La grande abbuffata, il rito del convivio in Lunga vita alla signora e ne Il pranzo di Babette, fino al “timpano” di Big Night e all’italo-americano dove la pasta è codice famigliare. In sintesi: fame e festa, quotidiano e mito, identità e memoria in un solo piatto.
E poi la pasta di Sophia Loren ne La Ciociara o gli spaghetti che, in una celebre foto, mangia Adriano Celentano sul set di Bingo Bongo. Senza contare quelli nel "piatto unico per due" che si dividono Lilli e il Vagabondo, innamorati nel celebre cartoon. Bastano citazioni leggere su pannelli e un set fotografico in centro: più servizio che scenografia. La Festa della Pasta di metà settembre, che ha evidenziato il binomio cinema-pasta, è un buon trailer per invitare a tornare in autunno e in primavera, che sono le stagioni ideali.
Nunzio nel frattempo parcheggia vicino al centro storico. Il turista scende, sente odore di grano, assaggia un fusillo che tiene il sugo come si deve e, soprattutto, trova una navetta per proseguire il viaggio senza stress: Pompei, Paestum, le costiere Amalfitana e Cilentana. Se quel giro funzionerà anche nei martedì di novembre, e non solo nei weekend, vorrà dire che Gragnano ha fatto il salto: meno retorica, più organizzazione, stessa sostanza. E i van, finalmente, viaggeranno pieni tutti i giorni.