A Palermo, nel cuore della Kalsa, c’è una caffetteria che racconta ancora, giorno dopo giorno, cosa significhi abitare lo spazio urbano in modo aperto e inclusivo: la Cioccolateria Lorenzo. Fondata quattordici anni fa da Roberta ed Enzo, che le diedero il nome del figlio ancora bambino, è stata concepita fin dall’inizio come un presidio di prossimità che, accanto a dolci squisiti, propone uno spazio ospitale, semplice, con arredi caldi, dove trattenersi, frequentare corsi o assistere a presentazioni di libri. Un luogo nel centro storico dove, oltre a cornetti, torte e ottimi caffè, si trova la cioccolata calda migliore di Palermo e, se si va di domenica, nelle vicinanze si tiene il mercato di piazza Marina.
I luoghi del cuore
L’esempio della Cioccolateria Lorenzo, come di altre piccole botteghe, consente una riflessione più ampia, che riguarda molte città italiane: il destino delle piccole caffetterie, dei caffè, spazi che non sono mai stati semplici luoghi di consumo ma veri presìdi urbani, salotti civili, dove dimensione pubblica e privata si intrecciano naturalmente e offrono quella leggerezza che rende una città abitabile. Così, se recentissima è la chiusura dello storico Pascucci Frullati in largo Argentina a Roma, dopo 87 anni di attività, che lascia un vuoto simbolico nel tessuto urbano, a Napoli ancora resiste la pratica che meglio incarna questa idea di prossimità silenziosa e diffusa: il caffè sospeso, il gesto discreto di lasciare pagato un caffè per chi verrà dopo, segno di fiducia e solidarietà tra sconosciuti.
È in questo intreccio che si colloca il concetto di “terzo luogo”, introdotto dal sociologo Ray Oldenburg per indicare quegli spazi pubblici informali, né domestici né professionali, che favoriscono la socialità spontanea e inclusiva: luoghi dove si può sostare senza necessità, conversare, sentirsi parte di un tessuto urbano vitale e aperto. Ambienti che offrono accoglienza senza precondizioni e contribuiscono a tenere insieme la vita collettiva al di fuori delle reti familiari e lavorative. Oggi questa dimensione minuta e artigianale rischia di cedere il passo a un modello impersonale, alimentato da un turismo mordi e fuggi che privilegia formule standardizzate e luoghi indifferenziati. Basta guardare al recente cambio di rotta di Starbucks, che ha abbandonato la sua politica di accoglienza indiscriminata — consentire a chiunque di sostare senza consumare — per imporre una logica più sbrigativa, legata al consumo rapido e al flusso anonimo.
Un’ulteriore minaccia arriva dai costi crescenti che gravano su queste realtà: il caro affitti e le spese di gestione spingono molti luoghi della socialità culturale alla chiusura. Caffè storici, piccole librerie, cinema di quartiere, teatri indipendenti stanno progressivamente scomparendo, travolti da un’economia che non premia più la qualità dell’accoglienza o la costruzione paziente di un tessuto relazionale.
Gli spazi perduti
La rarefazione di questi spazi non è solo una conseguenza del mercato ma una trasformazione culturale che mette a rischio la possibilità stessa di vivere la città come luogo condiviso. La pandemia ha accelerato un processo già in corso con la progressiva sostituzione della relazione diretta con i legami digitali. Internet, scrive Ellen Cushing, è diventato “il nostro terzo spazio”. Ma la rete non può offrire ciò che rende insostituibili i luoghi reali: l’ospitalità minima e silenziosa, la possibilità di essere presenti anche senza un motivo, la promessa di un incontro casuale che interrompe la solitudine. La funzione di questi spazi è preziosa: musei, biblioteche, botteghe e caffetterie hanno rappresentato per generazioni rifugi accessibili, luoghi in cui sostare senza urgenze e riconoscersi parte di una trama civile. In una delle sue memorie, Simone de Beauvoir, descrisse le giornate trascorse al Café de Flore durante il gelido inverno del 1942-43, arrivando presto per accaparrarsi il posto piu caldo accanto alla stufa. “Eravamo sempre colpiti dal piacere, emergendo dal freddo e dall’oscurità, entrando in questo rifugio caldo e luminoso”, scrisse. Lei e gli altri che fecero lo stesso divennero una “famiglia “ di clienti abituali, “ Ci sentivamo a casa, al sicuro”.
Anche la Cioccolateria Lorenzo ha scelto di essere questo: un luogo che tiene insieme attenzione al quartiere e cura delle persone, in una zona fragile, lontana dai riflettori. Negli anni ha saputo tradurre questa vocazione in un modello di gestione consapevole: ha partecipato a progetti di formazione, ha coinvolto attivamente il personale nelle scelte organizzative e ha costruito una forma concreta di imprenditoria etica e sostenibile, legata al territorio.
Tuttavia, nei giorni scorsi, è tornata nelle cronache per un episodio di violenza: due adolescenti hanno aggredito il personale e danneggiato il locale per un pretesto banale, con una violenza inaudita. Ma la vera notizia, forse, è un’altra: dopo una breve pausa, Roberta ed Enzo hanno deciso di riaprire, continuando a offrire una presenza preziosa, capace ancora di generare prossimità. Quando la luce del turismo internazionale non era ancora accesa su questo quartiere, investire nella Kalsa sembrava più un atto d'incoscienza che di coraggio, oggi diventa un atto di responsabilità.
"Mettere radici”
Scegliere di “mettere radici” in quel luogo ha significato seguire un progetto di vita che nel tempo si sarebbe rivelato un arricchimento per l’intera comunità, perché sogni, aspettative ed energie di chi vi lavora si sono riversati in un tessuto urbano che voleva riscoprirsi vivo, laddove prima era trascurato e interdetto. Contribuire con la propria attività a generare benessere sociale rappresenta oggi un gesto fondamentale per tutelare i luoghi e la loro bellezza: le piccole attività non distribuiscono solo qualità ma generano presidi civili e colmano vuoti che nessun modello “mordi e fuggi” potrà mai riempire.
Si discute spesso del costo di sostenere luoghi come questo, ma quanto costa davvero la loro assenza? Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto la solitudine come una vera e propria emergenza sanitaria globale, un dato che interroga la qualità degli spazi in cui viviamo e la nostra capacità di coltivare legami. I terzi luoghi non devono essere sofisticati o complessi: bastano spazi accessibili, capaci di accogliere con semplicità e, mentre le strade di molte città si svuotano, le vetrine chiudono, questo spazio è uno di questi luoghi, fragile, discreto, ma vivo.
A Roberta, Enzo e ai loro collaboratori non si può che far sentire vicinanza e affetto. E a noi non resta che tornare presto da loro, sederci senza fretta e gustare quello straordinario tiramisù o la torta al cioccolato, che continuano, silenziosamente, a raccontare la cura e la passione per il loro lavoro.