Panarea, la Mondana, occupata in agosto manu militari da vacanzieri e da torme di adolescenti abbandonati a sé stessi, è raccolta attorno al porto, o meglio attorno all’unico molo dell’isola, lungo il quale si alternano traghetti, aliscafi, gommoni e barconi carichi di giornalieri bruciati dal sole. Il benessere ha portato tante case e alberghi, ma senza stravolgere drammaticamente il colpo d’occhio come purtroppo è capitato altrove. Impossibile dimenticare quando arrivai qui la prima volta nel secolo scorso, ragazzino, con i miei genitori. Una sola locanda, niente acqua corrente, niente elettricità, niente molo (si sbarcava camminando sul barcarizzo fino a saltare sul gozzo dei pescatori che a remi ti portavano a riva). Ma il ricordo indelebile – appena arrivato a terra - resta quello di un paio di pescatori sfigurati: ad uno mancavano una mano e un occhio, all’altro un piede. Non avevano il denaro per comprare la rete, e pescavano con la dinamite rubata nelle cave della vicina Lipari; la stessa dinamite che gli dava da mangiare li aveva sfigurati.
Sembra una storia ottocentesca, e invece è passata una cinquantina d’anni. Per fortuna il progresso ha eliminato queste tragedie frutto di una povertà disperata, portando la stragrande maggioranza degli eoliani a vivere di turismo o più semplicemente consentendo ai pochi pescatori rimasti di non rischiare più la vita. Meglio citare gli aneddoti dell’arcipelago raccontati da Nanni Moretti in Cario Diario (1993, vedi YouTube), il quale con la caricatura del tipico snobismo da intellettuale di sinistra, accolto sul molo da una insopportabile organizzatrice di festicciole radical-chic, gira sui tacchi e risale sull’aliscafo fuggendo.
Panarea ti accoglie a braccia aperte. Siediti al Bar del Porto, e capisci come gira. Affidati a Giusi, la filiforme ragazza che fa girare a mille la macchina di caffè, cocktail e granite. Poi hai l’imbarazzo della scelta, nel giro di qualche centinaio di metri. Il posto che offre la migliore cantina è Cusiritati (cinquanta scalini più su), bell’esempio di ristorante di famiglia: la madre ai fornelli e le due figlie che ti accudiscono in sala con sottile eleganza. La sera da qui controlli la movida. Ma se vuoi essere davvero in prima fila, scendi sulla passeggiata che ospita boutique, negozi, mercatini, i banchetti degli affitta-barche, un po’ lo ‘struscio’ locale. C’è lo storico Bridge, che nonostante il nome tutto è tranne che un circolo dove si giochi a carte, ma un allegro locale dove si beve e si mangiucchia, seguiti dal variopinto servizio messi assieme dalla mitica Angela. Sushi Bar e cucina di ispirazione napoletana, alla quale fa concorrenza la vicina Adelina: Giuseppe prepara buon pesce e crostacei, autentica cucina eoliana.
Altri cento metri, e in alto rumoreggia lo storico Raya, il faro nella notte per diverse generazioni, nato come rifugio di bravi e cattivi ragazzi e splendenti ragazze alla ricerca dell’esotico e dell’alternativo dietro casa, col tempo si è trasformato in un albergo di lusso. Più che per mangiare sotto gli archi, si viene a bere sulla grande terrazza affacciata sul mare, prima di gettarsi a ballare nella fossa scavata per consentire ai d.j. di sparare musica a palla senza rovinare la notte a chi vuole riposarsi. Dopo anni gloriosi, ha chiuso i battenti Hycesia, mentre il vicino Macellaio migliora, allargando la selezione delle carni (da Kobe all’Argentina) e dei vini rossi. Resiste la storica trattoria Da Pina.
Se vuoi uscire dal borgo, passeggia fino alla Spiaggetta, dove da poco ha aperto i battenti il Bridge a mare, sempre animato da Angela: una piacevole occasione per allontanarti dal centro camminando fino a dove strada si ferma. E puoi tuffarti a mare. Prodotti tipici, per chiudere: ben pochi. Da segnalare gli immancabili capperi e la piccola produzione di malvasia secca e minerale: un migliaio di bottiglie di Linsolita. Frutto della passione e del lavoro tenace prima di Franco Pedrani, nato industriale tessile del varesotto, innamorato dell’isola, e poi del figlio Andrea. Onore al merito!