Sembra una cosa da niente, dare da mangiare (bene) a chi va al Jova Beach Party, ma attenzione, qui non si parla solo di panini, si parla di musica, di ambiente e di qualità della vita, le questioni si fanno serie. Si parla di immaginario: «Ho visto un sondaggio in Francia - considera Filippo Polidori, che ha aiutato Lorenzo Cherubini (Jovanotti) a mettere in piedi il #JovaFoodGood, la zona del suo villaggio itinerante dedicata al cibo - secondo cui i sedicenni francesi hanno tra i sogni massimi quello di andare con il fidanzato o la fidanzata in un grande ristorante. Da noi non è così: vincerebbe ancora la discoteca, probabilmente».
Polidori la racconta così: «Lavoro con il fine dining da 25 anni, da oltre 15 anni conosco Jovanotti. Prima mi occupavo del cibo con cui si nutrivano lui e quelli che lavorano con lui. Poi, con il primo Jova Beach Party, nel 2019, Lorenzo ha fatto un salto di qualità anche sotto questo aspetto: il cibo è un elemento cardine del suo festival itinerante, non gli bastava più l’idea di dar qualcosa da mangiare a chi veniva allo show. L’idea era cibo buono, pulito e sostenibile, ma per tanti, per 50, 60 mila persone alla volta. Con in più un vincolo decisivo: le materie prime avrebbero dovuto essere trasformate in loco, senza eccezioni. Ci è voluto un anno per trovare chi accettasse la sfida, ma ce l’abbiamo fatta. È stato bellissimo ascoltare domande mai fatte prima a un concerto: la cottura dell’hamburger come la vuole? Con quali ingredienti lo preparo? C’era Porcobrado, che fa panini con la carne di animali allevati allo stato brado e pane a lievitazione naturale; Delio 1946, che fa gli arrosticini sul posto; Pizza & Mortazza… Sembrava una follia, è stata una grande intuizione. Credo da sempre che la qualità possa essere per tutti, ma non immaginavo che l’idea potesse funzionare in una situazione come il Jova Beach Party».
Tre anni e una pandemia dopo, dove vuole arrivare allora il #JovaFoodGood? «Nel 2022 aumentiamo la proposta e ci allarghiamo fuori dall’Italia con il truck di Taverna Greca, che preparerà tutto sul posto. Il Covid non ha fatto solo disastri: il concetto di qualità è diventato patrimonio comune e quasi tutti hanno capito che la qualità passa dalla terra. Inoltre ha portato nuova linfa e fatturato a territori prima trascurati, l’asporto è entrato nelle nostre vite, molte realtà agricole hanno colto le nuove opportunità e hanno puntato sullo street food, magari - conosco diversi casi - non passando più per la grande distribuzione. Quindi il mio lavoro di selezione è un po’ più facile e d’altra parte l’idea pionieristica di tre anni fa ora non ha più bisogno di tante spiegazioni» .
Polidori racconta di essersi ispirato alla filosofia musicale della jam session, su cui si fonda l’intero Jova Beach Party, per invitare alcuni grandi chef a improvvisare sui vari food truck: «Dovevi vedere le facce di chi si rendeva conto di essere servito da uno chef stellato…»). Quest’anno alle star della cucina chiederà di cucinare anche nel backstage per i musicisti e chi lavora allo show. Hanno già detto sì Riccardo Monco dell’Enoteca Pinchiorri di Firenze, Andrea Mattei di Bistrot di Forte dei Marmi, Davide Di Fabio del Ristorante dalla Gioconda di Gabicce Monte, Giancarlo Perbellini di Casa Perbellini di Verona, Norbert Niederkofler di St. Hubertus di San Cassiano, ma ce ne saranno altri. Lui spera di convincere Enrico Crippa di Piazza Duomo ad Alba a uscire per una volta dalla cucina (o dall’orto) e a provare l’esperienza del Jova Beach Party: «Chi lo fa poi mi dice che gli è stato di grande ispirazione.