Circa un mese fa, l’assemblea dei soci di Slow Food Italia ha votato i membri del Comitato esecutivo che nei prossimi quattro anni contribuirà a determinarne le sorti. I cinque membri, come essi stessi scrivono nelle loro biografie, hanno incrociato le strade con quella di Slow Food in anni prossimi al 2010. Uno di loro, Giacomo Miola, è nato nel 1981. Non è più un ragazzino, nemmeno nel paese dei cocchi di mamma, ma un uomo maturo che eppure aveva due anni quando nacque Arci Gola, poi Arcigola, poi Slow Food. Ad alcuni sembrerà cronaca, ad altri archeologia gastronomica, ma Slow Food ha vissuto la sua infanzia in tempi in cui esistevano il Pci e il muro di Berlino, gli ultimi lacerti sfrangiati del terrorismo e i primi calici della Milano da bere. Destra. Sinistra. Dieci anni prima della canzone di Gaber, c’era ancora desiderio di appartenenza e Arcigola, quale lega gastronomica dell’Arci, aveva chiaro il suo posizionamento politico.
Negli anni 80 i fast food erano sparuti ritrovi per paninari col gel, dislocati nelle metropoli del nord e in qualche annoiata provincia arricchita. Ma il nemico era alle porte. Il campione della fast life che “ci assaliva nelle case” aveva un nome. Anzi un cognome. Non si può leggere a quel manifesto e a quel ribattezzato movimento, Slow Food, senza ricordare che nel marzo del 1986 aprì il primo Mc Donald d’Italia. A Roma. In piazza di Spagna. Bum!
Le polemiche furono feroci. Intense ma brevi. Valentino temeva che gli abiti del suo contiguo atelier s’impregnassero d’odori, Claudio Villa cantava per la romanità perduta, Arbore arrotava la erre nella battaglia in nome dei giusti piaceri.
Oggi in Italia esistono 615 Mc Donald, 390 Mc Drive e 485 Mc Cafè. Sembrerebbe facile dire chi ha vinto. Ma se anche le catene dei fast food, a modo loro, si preoccupano adesso della sostenibilità, farciscono gli hamburger di “prodotti tipici” e inseriscono salubrità verde nei menu, si capisce che i numeri sono solo una delle lenti con cui guardare alla storia.
Dunque, all’inizio, Slow Food era soprattutto questo, rivendicazione di tempo per il piacere. E in effetti sono di quegli anni sia la Guida dei Vini, con il Gambero Rosso (1988), sia Osterie d’Italia (1990), antologie di piaceri da sorbire con lentezza e leggere con parole nuove. Ma il primo snodo cruciale della storia di Slow Food, ricorda Petrini, “è stato nel 1996, a Torino, quando abbiamo dato il via al progetto dell’Arca del Gusto nato dall’esigenza di implementare un lavoro sulla biodiversità”.
Era l’anno del primo Salone del Gusto, al Lingotto, enorme fabbrica Fiat spazzata dal diluvio del declino industriale della città e ricostruita da Renzo Piano a immagine di tempi nuovi ma incerti, spazi per uffici, hotel, centri commerciali e fiere. Al termine di quel Salone - che chi ha vissuto ricorda con la nostalgia e la tenerezza che si deve alle prime volte - Petrini usò, come un neologismo in ambito gastronomico, il termine “biodiversità”, nome collettivo di salumi, verdure, formaggi, vini, pani, oli in affanno nelle tumultuose acque dell’omologazione alimentare. Biodiversità. Le parole suonano più forti quando nessuno le usa e infatti - ricorda il presidente onorario di Slow Food - “non tutti i soci storici furono d’accordo, ancora legati, alcuni, al concetto più familiare di convivialità”.
Da qualche anno, dal 2000, Slow Food assegnava un premio legato alla biodiversità. Il primo a Bologna, il secondo a Porto, il terzo a Napoli. Il quarto avrebbe dovuto essere a Torino, una assise con tutti i giornalisti votanti. In una delle riunioni organizzative a Petrini venne l’idea di invitare i premiandi e non (solo) i premianti.
E quanti ne invitiamo? chiese qualcuno. “Diecimila”, disse Petrini nel silenzio raggelato di un ufficio di Bra. In effetti ne arrivarono circa la metà, ospitati gioiosamente nelle case di torinesi, e piemontesi, in piena frenesia da ospitalità preolimpica. Cinquemila più uno, il principe Carlo, che salutò la chiusura della prima edizione dell’"Onu dei contadini", con sincera empatia e naturale movimento della manina.
Quello che certamente gli studenti di Pollenzo avranno tatuato a fuoco tra la pancia e il cervello, è lo slogan del 2005, che è in effetti l’ultima svolta del movimento, “buono, pulito, giusto”. Uno slogan così fortunato che da allora si sente ripetere spesso come una preghiera d’espiazione per buongustai con cattolici sensi di colpa, ma che è invece denso di significati etici e di conseguenze tangibili, dai farmer market alle mense scolastiche.