Bancone addio, almeno per un (bel) po’. Niente chiacchierate ravvicinate con il bartender mentre prepara il cocktail. Né con il vicino di sgabello. E ai tavoli, distanza. Quanta? Ancora non è stato definito, ancora non ci sono regole. «Ma probabilmente abbastanza da rendere impossibile la riapertura per diversi cocktail bar, che sono spazi raccolti in cui bere un drink di qualità mentre si parla» osserva Giampiero Francesca, direttore della Guida BlueBlazeR.
La pandemia da coronavirus ha stravolto l’economia e gli ultimi ad aprire saranno probabilmente estetisti, parrucchieri, alberghi, ristoranti, bar. Tutte quelle attività che prevedono un contatto con il pubblico. E il settore dei cocktail bar, piccolo ma in enorme crescita fino a prima della quarantena e che include bistrot-restaurant, hotel bar e speakeasy (termine che in epoca proibizionista indicava i club clandestini), teme la catastrofe.
La guida BlueBlazeR, che recensisce i migliori cocktail bar d’Italia, ha fornito ai circa 200 presenti nella sua edizione 2020 un questionario per sondare animi e fatturati. A preoccupare manager e proprietari, dopo un mese e mezzo di chiusura, è innanzitutto il pagamento dell’affitto (70% degli intervistati), seguito dalla retribuzione del personale (67%), dalla gestione dei fornitori (51%) e dagli oneri relativi a finanziamenti e mutui (45%). Una situazione pesantissima che non migliorerà velocemente. Il 56% dei cocktail bar ritiene che nell’arco del 2020 subirà un calo superiore al 50% del proprio fatturato. Di questi, il 23% prevede addirittura un danno dell’80%.
Alessio De Simone, bartender del Wisdomless Club di Roma
«In Italia era un settore molto vivace fino a prima della crisi da Covid-19, in enorme crescita - commenta Francesca -. Ma da noi non ci sono grandi gruppi dietro questi locali. Ci sono piccole realtà anche se di altissimo livello. Che quindi faranno fatica a rialzarsi. Probabilmente i primi bar ad aprire saranno quelli diurni - immagina il direttore della guida - solo dopo verranno loro. Quindi non si prevedono tempi brevi».
Ed è meglio così, secondo Francesca: «C’è chi vorrebbe riaprire, certo, ma c’è anche chi ha paura di un’eventuale ripartenza a maggio. Perché ora c’è l’aiuto dello Stato, la cassa integrazione. Se si riaprisse ma solo a metà, probabilmente con la gente ancora spaventata dal virus, divieti di stare al bancone e regole di distanziamento inapplicabili per locali che hanno nell’assembramento la loro ragion d’essere, beh potrebbe essere ancora peggio. Allora in molti dicono: “Non corriamo. Apriamo solo quando davvero potremo tornare a lavorare”».
Soprattutto al Sud, però, ci sono cocktail bar stagionali, che hanno chiuso a ottobre dell’anno scorso e se si perde questa stagione rischiano di non poter riprendere prima di aprile-maggio del 2021, «quando - sottolinea Francesca - sarà probabilmente troppo tardi». Una nota positiva riguarda invece le consegne a domicilio dei cocktail, che nelle grandi città come Milano e Roma hanno fallito ma in centri medi o piccoli «come Bari, Reggio Emilia o Genova stanno funzionando bene salvando le attività dalla chiusura».
Il bancone del Jerry Thomas (@Alberto Blasetti)
L’indagine ha evidenziato alcune differenze relative alla percezione del calo di fatturato, sia dal punto di vista geografico sia dal punto di vista delle tipologie dei bar. Se infatti il 90% dei locali di Roma stima di avere un calo tra il 21% e l’80% del proprio fatturato, a Milano, nella Lombardia travolta dal virus, sono più ottimisti (fra il 21% e il 50%). Dal punto di vista della tipologia, i più preoccupati, perché legati al crollo del turismo, sono gli hotel bar (cioè quelli dentro gli alberghi, di lusso): il 79% stima un calo del proprio fatturato superiore al 50% (il 32% superiore all’80%).
Una situazione drammatica per cui il settore chiede «un deciso alleggerimento della pressione fiscale e un immediato accesso agevolato alla liquidità, premiando le società più virtuose o quelle che siano in grado di garantire la piena occupazione». Una delle proposte più condivise riguarda la possibilità di favorire la produzione di distillati, vini, liquori e birre artigianali italiane attraverso forme di riduzione delle imposte indirette. E un’altra di regolamentare il settore per arginare il lavoro sommerso.
«Stiamo guardando con attenzione Singapore e Hong Kong, che in Asia sono le due città di riferimento, per capire come si ripartirà - osserva Francesca -. Certo, almeno in Italia dove la funzione sociale di questi bar è cruciale, appare impossibile pensare a soluzioni come divisori fra i tavoli o plexiglass al bancone».