Dall'Etiopia a New York, lo chef-filosofo amato da Obama e Bruce Springsteen

Marcus Samuelsson di fronte al suo ristorante (foto tratte dal sito ufficiale)
Marcus Samuelsson di fronte al suo ristorante (foto tratte dal sito ufficiale) 
Ad Harlem nel locale di Marcus Samuelsson: The Red Rooster è un posto dove ci si sente a casa. Storia di un cuoco multietnico e cosmopolita che con le sue ricette (anche di vita) ha conquistato la Grande Mela
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Etiope, svedese e newyorchese. «Ma di Harlem», ci tiene a sottolineare. Perché è solo tra le strade di Harlem che Marcus Samuelsson ha ritrovato quel melting pot culturale che fa parte del suo Dna. È qui, su Lenox Avenue, che dieci anni fa lo chef pluripremiato ha voluto dare vita al Red Rooster, un ristorante – che è anche un locale, un bar e un salotto – che parla lo stesso linguaggio multietnico del suo quartiere.

Un posto dove trovi artisti giapponesi e gioiellieri ebrei, italiani e irlandesi, coppie miste e gente di ogni credo. Un miscuglio di razze e culture che lo chef conosce bene, visto che è nato in un piccolo villaggio vicino Addis Abeba e, orfano di madre, è stato adottato con la sorella da una famiglia svedese. «È stata mia nonna Helga a insegnarmi le basi del mestiere. Nel menù del mio locale, infatti, ci sono le sue polpette, in suo onore» racconta.
Da quella piccola cucina al suo famoso locale di strada ne ha fatta, e ce la racconta tra le pagine di The Red Rooster Cookbook: The Story of Food and Hustle in Harlem (Houghton Mifflin Harcourt Publishing, 22 euro, 384 pagine). «La mia terra d’origine profuma di spezie ma patisce la fame. Da lì sono arrivato in un Paese che la fame non l’ha mai vissuta, ma non ha gli odori della madre Africa: quei profumi li porto sempre nel cuore».

Dopo la scuola di cucina a Göteborg, ha lavorato prima in Svizzera poi a Lione alla corte di Georges Blanc, dove ha imparato una cucina più raffinata. Il suo sogno era aprire un locale, ma l’Europa gli andava stretta, quindi si è trasferito nella Grande Mela, dove il suo sogno si è concretizzato in diverse avventure culinarie: prima Aquavit, bistrò di specialità svedesi che l’ha reso famoso, poi Merkato 55, nel Meatpacking District, specializzato in piatti panafricani, quindi il Red Rooster, con un menù che riflette la multietnicità di Harlem e propone dai tacos alla bistecca, dal salmone affumicato alla pasta.
«È un posto semplice, dove rilassarsi come a casa, che va ben oltre la cucina: ogni sera ci sono jam session e jazz, i brunch domenicali sono accompagnati dal gospel e organizziamo anche mostre di artisti emergenti della zona». Eletto dal New York Magazine come uno dei locali più amati della città, è frequentato da molti bravi & famosi, da Paul McCartney a Bruce Springsteen fino agli Obama. «Lui va matto per la cucina del Sud: è stato un onore vederlo assaggiare il mio pane al mais, le patate dolci, gli sformati di carne. Ma chi mi ha dato più soddisfazione è Michelle, che come si sa ha una passione per il bio e l’alimentazione sana. Ma qui da me si è lasciata andare, e ha ordinato il pollo fritto. E l’ha mangiato nel modo giusto: con le mani».
 

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