In Calabria la mitica aragosta dell’isola che non c’è
di Antonio ScuteriL’incontaminata Secca di Amendolara, nel MarJonio a 12 chilometri dalla costa, è l’habitat ideale per il re dei crostacei. Scoperta nel 1936, è in realtà la sommità sommersa del Monte Sardo, sprofondato secoli fa,che in molti identificano con Ogigia, dove la ninfa Calipso per sette anni tentò di irretire Ulisse
Sette anni. Per sette interminabili anni Ulisse rimase sull’isola di Ogigia, prigioniero della seduzione della ninfa Calipso, che lo amava fino alla follia, e lo tentava offrendogli l’immortalità. Inutilmente. Troppa la voglia di tornare a Itaca, e da Penelope. Nell’Odissea Omero racconta nel dettaglio questa prigione dorata, dando anche preziose ma vaghe indicazioni sulla sua collocazione. E così in molti hanno tentato di immaginare a quale isola reale si riferisse il poeta. C’è chi ha pensato a Gozo, nell’arcipelago maltese e chi a Pantelleria, o a Mljet in Dalmazia. Ma l’ipotesi più recente, e affascinante, colloca la mitica Ogigia di fronte alle coste joniche calabresi. O meglio, collocava. Perché, mito nel mito, quell’isola, che nelle antiche carte nautiche veniva chiamata Monte Sardo, ora non c’è più. È sprofondata in mare a cavallo tra Seicento e Settecento, e nel tempo se n’era perso il ricordo.
Fino al 1936 quando, durante una spedizione scientifica, non venne individuata da una nave della marina militare italiana di fronte al piccolo comune di Amendolara, nel golfo di Corigliano: a 20 metri sotto la superficie del mare ecco la sommità dell’antica isola, che poi si inabissa fino a 200 metri. Quello che era un monte è quindi ora una secca, la pescosissima Secca di Amendolara. Un vero miracolo di biodiversità marina (per esempio qui prospera l’unica colonia di corallo rosso del Mar Jonio) a 12 miglia dalla costa. Una condizione quasi unica, che l’ha fatta diventare l’habitat incontaminato di quelle che secondo alcuni sono le migliori aragoste d’Italia.
Una prelibatezza che solo negli ultimi anni si sta facendo conoscere, dopo che per decenni veniva consumata solo localmente, nelle case dei pescatori e in pochi ristoranti della zona. Il suo punto di forza, che determina una consistenza e una pulizia delle carni che ha pochi paragoni, è l’essere pescata in una oasi naturale, in un tratto di mare lontano da ogni forma di inquinamento costiero: l’intera area dal 2002 è un’oasi naturale,un parco marino protetto. Il periodo della pesca è molto ridotto, va da inizio maggio fino a metà settembre. La cattura avviene attraverso lunghi tunnel di rete in cui le aragoste sono attirate da un’esca sul fondo della nassa. E le regole sono molto rigide: possono essere commercializzate solo quelle con carapace di lunghezza superiore ai 15 centimetri, mentre gli esemplari più piccoli devono essere rigettati in mare. Questo garantisce un costante ripopolamento della colonia, e il rispetto dell’ecosistema, dove peraltro vivono nella prateria di poseidonie molte altre specie di pesci, molluschi e crostacei.
Di conseguenza la disponibilità sul mercato non è mai alta, e per provarla nei ristoranti della zona, in particolare a Trebisacce, è sempre buona norma telefonare in anticipo per verificare che sia in menu. Vale la pena fare un tentativo, per esempio, in locali come “Da Lucrezia” e “La Rotonda”. Ma non vi preoccupate, anche nel caso in cui le aragoste non fossero disponibili, assaggerete comunque un’ottima cucina di pesce. Avendo la fortuna di trovarla, però, si potrà comprendere il pregio gustativo di queste aragoste che meritano il mito quanto l’isola che non c’è.
La dolcezza delle carni si mescola alla sottile sapidità naturale del mare. Ma è nella consistenza il vero valore: se cotta a dovere, la breve tenacità sotto i denti lascia presto il posto a un morso burroso, che lascia esplodere il gusto che fa meritare alle aragoste l’appellativo di ‘re dei crostacei’. La secca è diventata il simbolo di Amendolara, piccolo centro con meno di 3000 abitanti, ma dalla lunghissima vita: la leggenda racconta che venne fondata da Epeo, il costruttore del cavallo di Troia (ancora l’Odissea a segnare questi luoghi…). Ma passando dal mito alla storia, di sicuro fu una stazione di posta lungo la via litoranea romana. E oltre che la pregiata aragosta, ha anche un altro vanto gastronomico: viene chiamato il “paese delle mandorle” (il nome deriva proprio dalla parola greca Amygdalaria, che indicava il mestiere dei mandorlai, poi mutato nel dialettale Mennulara e infine l’attua le Amendolara). Qui crescono due varietà autoctone, la Pizzutella e la Mullisa Piccola, che dal 2019 sono DeCo, e aspirano alla Dop.