Le avventure estreme dei vignaioli animati dal fuoco della passione
di Joe Bastianich e Tiziano GaiaLa nostra epoca corre sui binari dell’emotività e dell’enfasi. Qualsiasi accadimento finisce nella centrifuga social e ne esce automaticamente etichettato come “epico” o “scioccante”, a seconda dei casi. Di continuo siamo sollecitati da emozioni mutevoli e fugaci, lampi nella notte, che di rado sono frutto di vere passioni. La passione si nutre di un fuoco interiore, è una molla a cui non si può opporre resistenza, e comporta dedizione e tenacia. Il mondo del vino, pur carico di lustrini e paillettes, dietro le quinte è ancora un’isola felice di passioni. Prima di palesarsi in bottiglia, il vino incontra la terra, il cielo, il fuoco e l’acqua, elementi imprevedibili, che solo personalità ardimentose riescono a domare. La passione, del resto, non guarda in faccia i rischi o le difficoltà di un’impresa, permettendo di gettare il cuore oltre l’ostacolo.
E di insidie è irta la strada dei vignaioli! Con questi quarti di sole, le pestilenze della vite (flavescenza dorata e peronospera) che avanzano come piaghe bibliche, condurre in porto l’annata è diventato arduo. Ogni stagione è un’odissea, ogni vendemmia un sospirato ritorno a Itaca, non a caso Ulisse è il beniamino dei viticoltori (ricordiamo con nostalgia la copia sdrucita del poema omerico nella bottaia del grande barolista “Citrico” Rinaldi). Nel suo peregrinare, in balia di mostri e sirene, l’eroe è mosso da un’irresistibile attrazione per l’ignoto, una passione divorante che gli procura eccitazione e patimento allo stesso tempo, secondo l’antico termine greco, π?θος-pathos, da cui deriva la parola italiana. Se non altro, la viticoltura è democratica: l’imprenditore dalle spalle larghe e il piccolo contadino hanno entrambi lo stesso cielo sopra la testa, entrambi lo stesso mare da solcare.
Ma c’è chi va oltre. Animati da sacro furore, alcuni vignaioli si lanciano in avventure estreme. Ci vuole coraggio per destreggiarsi tra i vigneti in quota a Morgex, in Valle d’Aosta, con le loro pergole nane e le pendenze da capogiro, come sanno i soci della Cave Mont Blanc. È necessario indossare elmetto e torcia frontale per viaggiare al centro della terra con Mauro Camusso de L’Autin, che ha pensato bene di affinare il suo spumante Metodo Classico in una vecchia miniera di talco a Prali, nelle valli pinerolesi. E che dire di Gianluca e Matteo Bisol, a mollo nelle vigne della Venezia nativa, o di Bisson, alias Piero Lugano, che custodisce “comodamente” i suoi vini ventimila leghe sotto i mari, nella ligure Baia del Silenzio? Lasciano senza parole, in effetti!
Così come chi alleva le viti nella sottozona Inferno in Valtellina (nomen omen), nel purgatorio di roccia del Carso, ai bordi delle periferie cittadine, sulla sabbia, sui vulcani, a Pantelleria, dove il vento africano spazza le chiome dello zibibbo e di chi lo accudisce… Non a caso si parla di “viticoltura eroica”. Pare che i vignaioli vadano a cercarsela, per attaccamento a un vitigno o a un territorio, per tradizione di famiglia o per mantenere una promessa. Certo, maggiore è lo sforzo, più grande sarà la ricompensa: Francesco Carfagna un giorno ci ha accolto nel suo vigneto sull’isola del Giglio esclamando “Benvenuti nel mio ufficio!”, e ha spalancato le braccia su una scalinata di ansonica, con il mare sullo sfondo, abbagliante, infinito, paradisiaco.
A volte, la sfida del vino ne contiene altre, e la viticoltura diventa impegno sociale e simbolo di riscatto. Il vino di Libera Terra, prodotto dall’azienda siciliana Centopassi sui terreni confiscati alla mafia, esprime afflato per la giustizia e non teme i peggiori mostri del nostro tempo. La cooperativa lombarda Clarabella ha fatto del suo Franciacorta uno strumento di inclusione sul lavoro per persone con disabilità psichica. La cantina friulana Villa Russiz, con la sua ormai storica Fondazione per l’infanzia, continua a perseguire l’obiettivo di un’istruzione alla portata di tutti. Anche la volontà di produrre vino “bio” scaturisce da una passione, quella per l’ambiente e la sua salvaguardia. Coltivare la vite è sempre un gesto di fiducia, un atto d’amore. Sarà per questo che ogni vigneron si sente padre, o madre, dei propri vini, ne parla con affetto filiale, con gli occhi che luccicano per le loro ottime performance, ed è pronto al perdono, quando i risultati non sono il massimo.
Chi si avvicina al vino si appassiona a sua volta. Il nostro amato nettare non è un bevanda da un sorso e via. È ispirazione, piacere consapevole, cultura. Non si spiegherebbero altrimenti il successo dell’enoturismo, il desiderio di scoprire paesaggi e protagonisti, di informarsi, leggere, partecipare a corsi, fiere, degustazioni. Il vino stimola il confronto, è oggetto di discussioni infinite, evoca ricordi, ci spinge a fare – a essere – comunità. Il tintinnare di due calici, preludio o suggello all’incontro, racchiude simbolicamente l’intreccio tra vite e vita, inconcepibili senza un guizzo di autentica passione.