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Allergie alimentari, attenzione al consumo delle fave

Oltre 400mila persone solo in Italia – e 500 milioni al mondo – soffrono di un difetto enzimatico. Ecco perché mangiare questi legumi, per loro, può essere pericoloso

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Sempre più persone cercano alternative alle proteine animali rivolgendosi a quelle vegetali. Adesso è tempo di ottimi e salutari legumi freschi, tra cui le fave. Alcune persone però soffrono di un problema genetico detto favismo e il consumo di questo legume può rivelarsi pericoloso e potenzialmente fatale. I soggetti che ne soffrono sfortunatamente non possono trarre beneficio da tale alimento nutrizionalmente ottimo, ricco di proteine, di fibre, di vitamine e di sali minerali. Secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità, il favismo è presente in oltre 500 milioni di persone nel mondo e in 400mila solo in Italia. Come si legge sul sito dell’ISS, si tratta del più comune difetto enzimatico umano.

La causa

Ma di cosa si tratta nello specifico? E’ una conseguenza diretta della carenza dell’enzima glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD), che svolge un ruolo cruciale nella protezione dei globuli rossi dai danni ossidativi, oltre a contribuire al buon funzionamento del sistema immunitario. Negli individui che presentano una carenza di questo tipo, i globuli rossi risultano molto più vulnerabili e tendono a “rompersi” più facilmente, un fenomeno meglio noto come emolisi, che può portare a conseguenze anche molto serie come anemia emolitica, ittero cioè colorazione giallastra della pelle, colorazione scura delle urine e ingrossamento della milza. L’accertamento del favismo è basato sulla misurazione dell’attività dell’enzima glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD) nei globuli rossi. Nei maschi è considerato attendibile anche un esame chiamato fluorescent spot test, da eseguire quando la crisi emolitica non è in corso. L’ematologo è lo specialista di riferimento per valutare i risultati dell’esame. Le sostanze pericolose, naturalmente presenti nelle fave, sono due: la vicina e la convicina. Composti che, anche dopo la cottura, possono scatenare reazioni emolitiche in soggetti G6PD-deficienti. I primi sintomi possono comparire anche dopo poche ore dall’ingestione (e fino a tre giorni dopo) e, nei casi più gravi, si verificano complicazioni renali che richiedono un intervento medico urgente. Per questo motivo evitare le fave è una necessità assoluta, non solo come alimento fresco ma anche come ingrediente trasformato in altri prodotti alimentari, come carni vegetali o preparazioni industriali.

La semplicità degli alimenti

È buona norma per chi soffre di allergie alimentari, molto più pericolose delle intolleranze, di scegliere alimenti semplici e immediatamente individuabili nella composizione. La semplicità degli alimenti può aiutare a scongiurare scenari drammatici. Bisognerà quindi leggere sempre le etichette, ricordando però che al di sotto di una determinata soglia minima qualsiasi ingrediente può anche non essere menzionato in etichetta ma, non di meno, nel caso di favismo può scatenare reazione allergica. Se si è al ristorante è bene chiedere informazioni precise per evitare eventuali contaminazioni durante la preparazione dei pasti, ma ai primi segnali di malessere rivolgersi al medico.

Le fave sono tra i più antichi legumi coltivati e conosciuti dall'uomo. Sono state consumate come alimento base fin dal Medioevo, appartengono alla famiglia delle leguminose. I baccelli spessi e carnosi proteggono i semi commestibili. Le fave sono una ricca fonte di proteine ​​e carboidrati, pur essendo povere di grassi, il che le rende una scelta ideale per ricette vegetariane e a basso contenuto di grassi. Sono anche una fonte di fibre, vitamina C, acido folico, acido pantotenico, vitamina A e niacina. Le fave, crude hanno un apporto calorico totale di 345 kilocalorie per etto, proteine ​​26 g, carboidrati 58 g. e grassi 1 g., vitamine specialmente del gruppo B e minerali antiossidanti. Le fave aiutano molto il fegato nella sua azione detossicante. Sono molto digestive, deacidificano il sangue e sono anche diuretiche, tanto che il rene nella sua condizione di normalità (cioè in assenza di patologie specifiche) ne apprezza molto l’uso.