Il racconto

Nell’orto alle porte di Roma dove si coltivano (quasi) tutte le piante del mondo

Nell’orto alle porte di Roma dove si coltivano (quasi) tutte le piante del mondo

Poco distante dalla Capitale una fattoria non profit: 600 ortaggi provenienti da ogni continente. “Le regaliamo agli chef per sperimentare la biodiversità”

3 minuti di lettura

Quelites, erbe spontanee e germogli commestibili dal Messico, chilteplin o peperoncino del deserto, naranjilla colombiano, pomodoro Pantano di Ardea, acetosella dal Gabon, fagiolo toscanello, piante di basilico dall’Asia e dall’Africa. Sono solo alcune delle oltre 600 coltivazioni, tra ortaggi, aromatiche, fiori eduli e wild strips per ospitare gli impollinatori, che popolano un unico appezzamento di 15 ettari, alle porte di Roma, ad Ardea.

Un giardino dell’Eden dove regna sovrana la biodiversità, dove l’unica regola è la sua tutela, un luogo metafisico, in cui etica e aridocoltura vanno a braccetto, che Pietro Segatta e Silvia Juliana Galán chiamano casa, l’azienda agricola Santa Teresa. Lui girava il mondo per il lavoro su innovativi impianti di trasmissione dati, lei colombiana laureata in lingue straniere si occupava di traduzioni. Un incontro casuale a New York, un altro dopo dieci anni e la vita prendeva il suo corso, insieme.

“Mio nonno Domenico è stato contadino per tutta la vita – inizia a raccontare Segatta –. Aveva un’Apetta arancione, mi portava in giro con lui a vendere i suoi prodotti. E lì ho iniziato ad appassionarmi, poi la scintilla è scoccata girando il mondo e conoscendo le varietà. Silvia è amante della cucina, a me piace la ricerca delle varietà antiche e la produzione di semi”.

Inizia venti anni fa con la prima associazione, rifondata poi nel 2021 come ‘Cercatori di semi Terranatura’, non profit basata sulla consapevolezza di quanto sia importante e necessario difendere l’agribiodiversità e gli ecotipi locali antichi. “Dalla passione che mi aveva lasciato nonno, quando ero in viaggio cercavo coltivazioni da studiare – prosegue Segatta –. Mi accorgevo dei problemi che nascevano quando il latifondismo interveniva su sementi non riproducibili, come gli F1 (da Filial 1, semi ibridi prima generazione di incroci tra specie diverse, ndr), che necessitano di trattamenti e investimenti. I contadini non reggevano la spesa, i latifondisti sì”.

Vedeva la base dell’impoverimento, sia della colture che delle varietà, nonché di chi continuava a coltivare la terra nel piccolo.“Siamo una sementiera a tutti gli effetti. Per ragioni burocratiche, e per coltivare piante da cui ottenere i semi, abbiamo fondato cinque anni fa l’azienda agricola Santa Teresa – ci spiega –. L’azienda lavora esclusivamente per l’associazione, per mantenerla, e la supporta nella distribuzione delle sementi recuperate. Questo perché non facciamo raccolta fondi e non vogliamo farne”.

Varietà antiche da tutto il mondo, in primis dall’Italia; poi dal Messico che ha un’enorme biodiversità, dal Giappone e dall’Asia in generale, dalla Colombia che è la terra di Silvia e da ogni luogo studiato e visitato. Qui è chiaro il valore dell’agrobiodiversità, ciò che ci consentirà di sopravvivere come esseri umani nella mente, aprendo le porte della conoscenza e impegnandoci nella sua tutela, e fisicamente supportando la nostra alimentazione in un periodo nel quale fare agricoltura sarà sempre più difficile. “Coltiviamo una terra a prevalenza sabbiosa, con pozzolana di origine vulcanica, quindi permeabile all’ossigeno e all’acqua ¬– sottolinea Segatta –. In coltivazione convenzionale è difficile da portare avanti, l’aridocoltura nasce proprio per questo, sul cambiamento climatico e per riportare l’agricoltura più a misura d’uomo”.

Ma attenzione, a dispetto del nome aridocoltura non significa senza acqua: “È un insieme di tecniche agronomiche corrette che impiega varietà a basso bisogno di acqua. Così da avere un risparmio di risorse idriche, il più possibile in base al clima del luogo, al terreno e all’impegno di chi coltiva. Il punto forte dell’aridocoltura sta anche nell’ottenere sementi riproducibili, perché il coltivatore negli anni può selezionare ciò che meglio si adatta alle sue condizioni pedoclimatiche e così far evolvere le piante”.

Se il seme è lo scopo, il frutto non va buttato, anzi. “Non vendiamo, alla ristorazione diamo gratuitamente i prodotti per provarli – ci tiene a specificare Segatta –. Quando sono interessati, diamo supporto gratuito per la coltivazione delle sementi all’azienda agricola che produce per loro. In questo modo allarghiamo la conoscenza della biodiversità”.

Roy Cacares del ristorante stellato Orma, Sara Cicolini di Santo Palato, Michele Lazzarini di Contrada Bricconi, agriturismo stellato in alta Val Seriana, Mattia Pecis alla guida di Cracco Portofino, la taqueria El Jalapeño sono tra i fruitori e sodali nella lotta contro l’assottigliamento dell’agribiodiversità che l’azienda e l’associazione combattono. “Promuoviamo anche un’altra iniziativa, ‘Il gusto della biodiversità’, rivolta alla ristorazione – continua il vulcanico cercatore di semi –. Forniamo bustine personalizzate con il nome del ristorante e dell’azienda che coltiva per loro, ai locali che usano prodotti biodiversi, contenenti semi da regalare a fine pasto. Un modo affinché al commensale rimanga un ricordo attivo della cena e un rimando concreto alla biodiversità, un regalo che può coltivare a casa, in vaso o in orto”.

Scegli su quale testata vuoi vedere questo contenuto