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Sorpresa, nei pub inglesi ora c’è un’invasione di birre (leggere) italiane

Dietro la nuova tendenza delle Italian Pils c’è un’intuizione nata trent’anni fa alle porte di Milano

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Dopo più di un decennio sulla cresta dei consumi, soprattutto nei locali, le superluppolate, le Ipa (Indian Pale Ale), iniziano ad essere sempre meno richieste dal pubblico dei birrofili, che sembrano ritornare sempre di più ai gusti classici puliti e leggeri. Uno fra tutti, le Pilsner, con una preferenza per quelle dal taglio mediterraneo, come sembra emergere dai consumi nel Regno Unito, patria delle alte fermentazioni (Ale), che da un paio di anni è stata letteralmente invasa dalla bassa fermentazione italiana e spagnola, che stanno soppiantando nei pub, uno dopo l’altro, gli stili autoctoni.

Ne parla Pete Brown sul Sunday Times di agosto e non lascia spazio a troppe interpretazioni in tal senso: "Le birre con radici italiane sono popolari nel Regno Unito dalla fine degli anni 2000, quando Peroni si rese conto che, sebbene l’Italia non fosse famosa per la produzione di birra, divenne la più ambita in Gran Bretagna, venduta a un prezzo più alto rispetto a qualsiasi altra pinta disponibile al bancone".

Le birre selezionate dal Times 

Aprendo la strada all’attuale moda delle lager “mediterranee”. Sebbene oggi sia la Spagna a dominare quel mercato, “la Peroni e la Birra Moretti sono tra le birre più vendute nel Regno Unito nei supermercati e nei pub. Poretti e Menabrea seguono sulla loro scia. Si tratta di birre lager in stile pilsner di origine italiana, ma non sono pilsner italiane”. Fa sorridere, ma non troppo, che gli inglesi vadano pazzi per le nostre, ormai solo nel nome, Lager industriali da supermercato, fatto sta che quello che il collega inglese lascia intendere come concetto di “Pils all’italiana” (stile che nasce in Repubblica Ceca nel XIX° secolo), è effettivamente un’invenzione tutta italiana.

La dobbiamo principalmente ai mastri birrai artigianali della prima era dell’Italian Craft Beer Revolution, movimento nato, mese più, mese meno, nel 1996, e che quest’anno ha spento le 30 candeline. Questi (all’epoca) giovani pionieri della birra artigianale italiana, copiavano, rielaboravano, sperimentavano, come solo si può fare quando si ha tanto entusiasmo e nessuna tradizione importante alle spalle da dover rispettare. E fu così che salì alla ribalta uno di loro tra tutti, Agostino Arioli, patron del Birrificio Italiano, grande appassionato da una parte dell’uso del luppo nelle Ale inglesi, dall’altra della pulizia e della leggerezza della lager tedesche e ceche.

Erano, come abbiamo detto, anni di “libere sperimentazioni” e Agostino pensò bene di fare qualcosa al limite del sacrilego: unire la tecnica inglese del “dry hopping” (la cosiddetta luppolatura a freddo, fatta cioè alla fine del processo, e non all’inizio in bollitura) con la bassa fermentazione. Nasce così la prima Pils luppolata a freddo al mondo. Lui la chiama giustamente “Tipopils”: è un successo prima nazionale e poi mondiale, copiata da tanti mastri birrai in tutto il mondo, tanto da costringere i concorsi nazionali e internazionali ad aggiungere “dry-hopped Pils” come nuova categoria. Oggi, la Tipopils è il prodotto di riferimento quando si parla di “Pils all’italiana”.

Nel suo articolo, Pete Brown chiude con una punta di amara consapevolezza: “Oggi l’Italian Pils è uno degli stili di birra in più rapida crescita tra i birrai artigianali britannici. Ma nessuna delle birre italiane che possiamo acquistare nei negozi del Regno Unito è una vera Italian Pils, perché (essendo tutte birre industriali – ndr) non sono sottoposte al dry-hopping, e dato che la Tipopils da noi non si trova, meglio ripiegare su delle autentiche “Italian Pilsner”, ma non prodotte in Italia. Il che ovviamente non ha alcun senso. Ecco perché amo il mio lavoro”. Una chiusa perfetta.