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Cogne, viaggio nella miniera che oggi affina il vino

Dalle gallerie dove si estraeva la magnetite alle bottiglie che maturano nel buio, la nuova vocazione della Costa del Pino. Così tra umidità e temperatura costante, il passato industriale incontra la viticoltura valdostana

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La montagna conserva tutto, soprattutto per chi ci saliva per andare a lavorare in miniera: dal rumore del ferro contro la roccia al fiato corto di chi arrivava all'alba, ma era forte avvertire il silenzio che arrivava alla fine del turno, quando la luce tornava a essere una conquista almeno in estate. Le miniere di Cogne hanno visto passare generazioni di uomini che scendevano sottoterra con la naturalezza di chi conosceva il proprio destino e con la prudenza di chi sapeva che ogni giornata chiedeva rispetto prima ancora che forza. Il lavoro aveva il peso dei carrelli carichi di magnetite, del suono assordante delle perforatrici, dell'acqua che filtrava dalle pareti e di un freddo capace di entrare nelle ossa molto più in profondità della polvere.

Le storie dei minatori si assomigliano tutte e nessuna è uguale all'altra. Cambiano i nomi, cambiano gli anni, la provenienza e la motivazione, ma resta la stessa abitudine a misurare il tempo con il rumore della montagna. Chi nasceva da queste parti imparava presto che il pane arrivava da un luogo dove il sole non entrava quasi mai e dove il compagno di lavoro valeva quanto l'esperienza. Sottoterra non servivano eroi, servivano persone affidabili ed è anche per questo che le miniere hanno costruito comunità prima ancora dei salari.

Quando l'attività estrattiva a Cogne si fermò, nel 1979, qualcuno pensò che quelle gallerie avessero esaurito il loro compito. Succede spesso ai luoghi di lavoro: quando è finita la loro funzione, sembrano diventare soltanto memoria o in certi casi, archeologia industriale. La Valle d'Aosta ha lasciato che il tempo facesse il suo mestiere senza cancellare quello degli uomini.

Entrare oggi nella miniera di Costa del Pino significa attraversare una soglia che separa due mondi. Fuori il cielo cambia colore di ora in ora, il vento scende dalle cime e accompagna i pascoli. Dentro il paesaggio diventa essenziale. La luce si accorcia, il passo rallenta quasi senza accorgersene e ogni rumore acquista un significato diverso. Cinque gradi costanti accompagnano il cammino insieme a un'umidità che rimane fedele alle pareti durante tutto l'anno. Il tempo sembra avere rinunciato alla fretta e forse è proprio questa la prima lezione che la montagna continua a impartire.

Lungo una di quelle gallerie riposano migliaia di bottiglie che aspettano semplicemente il momento giusto per tornare a vedere la luce naturale ed essere stappate. L'idea è nata da quattro cooperative valdostane che hanno riconosciuto in questo luogo qualcosa che andava oltre la suggestione. La montagna aveva già dimostrato di sapere custodire il ferro, poteva accompagnare anche il vino. Fra queste realtà la Crotta de Vegneron di Chambave rappresenta un esempio particolare, perché la sua storia assomiglia, per certi versi, a quella della miniera.

La cooperativa nasce nel 1980 dall'iniziativa di alcuni vignaioli che conoscevano bene la fatica della montagna. Coltivare la vite da queste parti significa lavorare su pendii dove ogni filare va raggiunto a piedi, dove i terrazzamenti chiedono manutenzione continua e dove il raccolto porta il volto di tante famiglie prima ancora che quello di un'azienda. Diventa quasi inutile parlare di viticoltura eroica, espressione che spesso finisce per diventare uno slogan: basta osservare quei vigneti per capire che la montagna pretende pazienza, equilibrio e una forma di umiltà che non compare nei disciplinari.

I soci della Crotta de Vegneronsono quasi un centinaio. Ognuno coltiva un piccolo pezzo di paesaggio, ognuno aggiunge una parte di vendemmia a un progetto comune. L'idea della cooperativa, quassù, ha sempre avuto un significato concreto. Somiglia molto a quello che accadeva in miniera, dove il lavoro trovava forza nel gruppo e la fiducia rappresentava una forma di sicurezza.

Così il viaggio delle bottiglie verso Cogne assume un significato che supera l'aspetto enologico. Il Fumin, antico vitigno valdostano dal carattere profondo, e il Chambave Muscat, interpretato nella sua elegante versione secca, raggiungono la vecchia polveriera seguendo una strada che attraversa la stessa montagna dalla quale provengono i loro vigneti. Rimangono per mesi in un ambiente naturalmente stabile, dove il buio, la temperatura e l'umidità accompagnano l'evoluzione del vino con la discrezione delle cose che non hanno bisogno di dimostrare nulla.

Ogni anno arriva il momento del cambio. Le bottiglie che hanno completato l'affinamento tornano a valle e altre prendono il loro posto. Il trenino percorre ancora una volta le gallerie, anche se il suo carico è cambiato. Guardandolo passare viene da chiedersi se le montagne abbiano davvero una memoria oppure se siano gli uomini a prestargliela. Probabilmente entrambe le cose. Le pareti conservano il ricordo di chi le ha scavate e il vino aggiunge un capitolo nuovo senza coprire quelli precedenti.

Qualcuno definisce questa esperienza un affinamento speciale. La parola giusta è un'altra ovvero continuità, perché il valore più autentico di queste bottiglie non nasce soltanto da temperature costanti o dall'oscurità della miniera ma dall'incontro fra due lavori che parlano la stessa lingua, quella della pazienza. I minatori aspettavano che la montagna concedesse il suo minerale e i vignaioli attendono che una pianta consegni il frutto di un anno intero. In entrambi i casi nessuno può accelerare il tempo ma soltanto imparare a camminargli accanto.