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Cosa sta succedendo alla Feta? In Italia è boom, ma in Grecia la produzione crolla

#BakedFetaPasta 

Le epidemie ovine riducono la disponibilità di latte. E sui mercati internazionali avanza la versione americana, sostenuta dall’amministrazione Trump

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Tempi duri per la Feta Dop: le previsioni ufficiali stimano un calo dell’11% della produzione di quest’anno. La causa? L’epidemia di afta epizootica e di vaiolo ovino e caprino che dal 2024 sta decimando le greggi in tutta la Grecia continentale (oltre 486mila animali abbattuti), riducendo la disponibilità di latti di pecora e di capra destinati a questo famoso formaggio Dop. Una brutta notizia per gli italiani che, nel giro di pochi anni, sono diventati grandi acquirenti di Feta tanto che, dal 2021 a oggi, gli acquisti nella distribuzione moderna sono raddoppiati, superando i 120 milioni di euro. Anche il 2026 sta confermando la crescita, con un aumento del 15% delle quantità vendute.

Un bel percorso per un prodotto che per decenni è stato considerato poco più di una specialità di nicchia o un souvenir delle vacanze e di cui oggi, invece, in Italia se ne vendono 8 milioni di kg solo nella Gdo. Ossia più di alcuni storici formaggi italiani come robiola, caprini e tomini, e anche dei sempreverdi fiocchi di latte. E questo nonostante un prezzo elevato (13,88 euro al Kg di media), che fa della Feta il secondo formaggio fresco più costoso, dopo i caprini.

Un banco di Feta al mercato ad Atene (ARIS MESSINIS/AFP via Getty Images) 

“La Feta sta superando la percezione di specialità etnica o legata a occasioni particolari, per entrare sempre più stabilmente nelle abitudini alimentari. Per molti italiani non è più un acquisto occasionale, ma un ingrediente da tenere abitualmente in frigorifero” spiega Giovanna Chiarini di Atlante, uno dei maggiori importatori italiani. Un cambiamento che si riflette anche sulla stagionalità degli acquisti. Se fino a pochi anni fa la si vendeva da giugno a settembre, oggi i mesi estivi pesano solo per il 58% e la Feta si trova in vendita tutto l’anno, con un numero maggiore di referenze, formati e proposte rispetto al recente passato.

Anche in cucina non viene usata più solo per l’insalata greca ma in insalate e bowl, in piatti unici e panini e ci sono fenomeni virali, come il #BakedFetaPasta, che ne stanno ampliando le occasioni di consumo soprattutto a caldo. Una versatilità che affonda le radici nella stessa tradizione ellenica. La Feta sta alla cucina greca come la mozzarella a quella italiana: viene utilizzata in tante ricette e in ogni portata. Cucinata in casseruola, fritta o al cartoccio in forno, utilizzata come ingrediente di preparazioni tipiche come la spanakopita e la moussaka, trasformata in crema piccante (tirokafteri), oppure gustata semplicemente a freddo con olive o miele.

La Tirokafteri è una salsa piccante a base di Feta 

Il successo riscosso in Italia ci ha inserito tra i primi quattro principali clienti della Grecia, che vende all’estero il 75% delle 140mila tonnellate di Feta prodotte ogni anno. Un business fiorente quello dell’export, cresciuto del 700% nel giro di vent'anni e che ha contribuito non poco al risanamento dell’economia ellenica. Eppure il “made in Greece” rappresenta meno di un terzo del mercato globale della Feta, che nel 2019 valeva 11,5 miliardi di euro ma che si prevede toccherà i 19 miliardi di euro nel 2030. Due fette su tre di quest’invitante torta spettano alle sue innumerevoli imitazioni. E qui si apre un mondo.

In Europa si può chiamare “Feta” solo quella prodotta in Grecia nel rispetto del disciplinare della Dop depositato a Bruxelles nel 2002, che impone l’uso di latte nazionale ovino e caprino e precise regole relative alla lavorazione e alla maturazione in salamoia, che deve durare almeno due mesi. I formaggi che non rispettano questi requisiti (perché, ad esempio, sono fatti con latte vaccino) devono utilizzare denominazioni differenti, come “formaggio bianco in salamoia” o “formaggio di tipo greco”. Ma, al di fuori della Ue, il termine “Feta” viene considerato generico e quindi viene usato in molti paesi, da Israele alla Turchia alla Cina. E dunque, così com’è accaduto allo yogurt greco (oggi diventato patrimonio comune con la dicitura “alla greca” o “greek style”), il successo globale della Feta ha sì arricchito la Grecia ma oggi rischia di essere cavalcato da altri Paesi, soprattutto nel mercato extra-europeo, che è il più promettente, soprattutto negli Stati Uniti.

L’amministrazione Trump ha intensificato la propria opposizione al sistema europeo delle indicazioni geografiche e firmato accordi internazionali per spingere la presenza della Feta americana sui mercati esteri, in Paesi come Taiwan, Malesia e Argentina. Il che ha consentito di ampliarne le esportazioni, che hanno raggiunto il livello record delle 613mila tonnellate. Una politica che non solo “erode” le esportazioni della Grecia (limitando al 5% il peso degli Usa sull’export nazionale) e ne indebolisce l'immagine di produttore di alimenti tradizionali ad alto valore aggiunto, ma che rappresenta anche una forma di appropriazione dell'identità gastronomica ellenica.

Così si porta nel mondo un formaggio ben diverso dall’autentica Feta, caratterizzata da un gusto complesso e deciso, frutto della biodiversità del territorio ellenico e di una lavorazione perfezionata nei secoli, che ha radici molto antiche. Ricordate quando Ulisse inganna Polifemo? Nella fuga dalla sua grotta ruba del formaggio. Indovinate qual era?