Naviga

Il respiro del vino nelle piccole isole d’Italia

Un vigneto a Portoferraio 

Dall’Aleatico dell’Elba alla Malvasia delle Lipari fino alla Biancolella di Ischia: vitigni che sanno di mare e vento e profumano di estate. E il paesaggio viene plasmato da vigneti “eroici” frutto di duro lavoro

3 minuti di lettura

Se è vero che “la vite e il vino amano il respiro del mare”, come sosteneva il grande enologo Giacomo Tachis, non vi è per loro luogo migliore in cui trovarsi che su un’isola. Tachis, in effetti, aveva in mente la Sardegna e la Sicilia, due regioni che conosceva bene, avendo contribuito alla creazione di etichette leggendarie come il Terre Brune (per la Cantina di Santadi) e il Rosso del Conte (per Tasca d’Almerita). Ma il suo pensiero è ancora più significativo se lo rivolgiamo alle isole minori, sporgenze di terra e roccia che dal mare a volte paiono sopraffatte. Alcune di queste sono diventate popolari mete turistiche anche per la loro cultura vitivinicola, capace di elevare il paesaggio a opera d’arte e dare vita a racconti enologici straordinari.

La maggiore delle isole minori italiane, l’Elba, combina il fascino delle calette e gli echi del soggiorno di Napoleone alle suggestioni del suo vino simbolo, l’Aleatico Passito dell’Elba (Docg dal 2011), una delizia imperdibile, se avete in programma di trascorrere l’estate nell’arcipelago toscano. Il vitigno Aleatico, introdotto dai romani, nel corso dei secoli si è adattato al clima dell’isola e ai terreni saturi di minerali. Pare che a inizio Novecento un terzo della superficie elbana fosse ammantato di vigneti, con ben 32 milioni di viti… chissà chi si è preso la briga di contarle?

Raccolto a fine agosto, l’Aleatico è messo ad appassire su graticci di canne al sole o all’interno di serre ventilate, il cosiddetto appassimento naturale all’ombra. Al caldo di settembre, il “mese spaccafichi” all’Elba, i grappoli perdono il 60% del loro peso e concentrano zuccheri e aromi in dosi da cavallo. Il risultato è un vino che “si taglia con il coltello”, così dicono i locali, un passito (rosso) denso, quasi viscoso, profumato di cacao e cannella. Non farà “resuscitare i morti”, ma scalda il cuore, e, se ha saputo lenire le amarezze di Bonaparte, di certo rallegrerà la vostra vacanza. Provate le selezioni di Tenuta delle Ripalte e Acquabona, due delle migliori cantine isolane.

A Ischia, l’Isola Verde dalle spiagge scure, rigogliosa di acque termali, la vite è sbarcata al seguito dei greci. Pitecusa, il suo nome antico, deriverebbe da pithos, “anfora”: un chiaro messaggio per il visitatore. I vigneti sono abbarbicati alle pendici del monte Epomeo, un ricamo di terrazzamenti vista mare di commovente bellezza. Le varietà di riferimento sono la Biancolella, originaria della Corsica, e la Forastera, giunta chissà come e quando (“forestiera”) in questo animato approdo di vite e viti. L’enologia locale è inquadrata nella Doc Ischia, che fa parte delle prime quattro Doc Italiane (1966). Casa d’Ambra è la firma più nota del vino isolano, assaggiate il suo sapido e vibrante Ischia Biancolella Tenuta Frassitelli. Altra cantina storica ischitana è Pietratorcia, che produce il gustoso Ischia Rosso Vigne di Janno Piro.I granelli di roccia sparsi intorno alla Sicilia raccontano un’altra storia. È quella dei nostri mari del sud, dove il vento sa di Africa e il mito corre a pelo d’acqua. Forse è stato davvero Eolo a portare alle sue Eolie la Malvasia, l’uva più giramondo che ci sia, capace però di diventare “liparese Doc” (Malvasia delle Lipari).

Veleggiando sotto costa con occhio attento, potrete notare numerose pergole sorrette da canne, ma non aspettatevi vigneti vistosi: gli appezzamenti sono così piccoli da essere detti “occhi di terra”. La Malvasia vien fatta appassire sui canizzi per 10-20 giorni, per dar vita a un passito surreale e divino, chiazzato – da disciplinare – con un 5-8% di Corinto nero, un tipo di sangiovese disperso nel Mediterraneo. Epicentro viticolo dell’arcipelago è Salina, dove potrete trascorrere un giorno intero girovagando per cantine: cercate le insegne di Hauner, Virgona e Antonino Caravaglio.

Infine, Pantelleria. “L’isola del vento”, Bent al-Ryan, una lacrima di basalto a metà strada tra la Sicilia e la Tunisia, è la dimora dello Zibibbo. Il vitigno fu portato dagli arabi nel IX secolo con un destino scritto nel nome: zabib, “uva passa”. E passa pure il tempo, e lo zibibbo, figlio illustre della grande stirpe dei moscati, si adatta al nuovo ambiente, rintanandosi nelle buche del terreno per sfuggire al vento, stringendo i tralci come in un abbraccio per proteggersi dal sole. È l’alberello pantesco, capolavoro d’ingegneria fondiaria, patrimonio immateriale dell’umanità.

Il Passito di Pantelleria, ottenuto con aggiunta di uva passa al mosto in fermentazione di una seconda raccolta, è un vortice di aromi mediterranei, fichi secchi, datteri, scorza d’agrumi… preludio a un sorso avvolgente, solare e salino. Cercate le due perle dell’isola, la selezione Bukkuram Padre della Vigna di Marco De Bartoli e il Ben Ryé di Donnafugata, azienda con cui ha collaborato a lungo Giacomo Tachis, l’enologo corsaro. E con lo sguardo che nelle notti limpide riesce a cogliere il baluginio della costa africana si chiude il nostro viaggio. Ci auguriamo che il vostro sia appena all’inizio.