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“Produrre meno e meglio”: la formula per il futuro del vino di Angelo Gaja

Un’intervista intensa con il produttore piemontese sullo stato dell’arte e le prospettive di un settore “che spreca troppo tempo nelle divisioni mentre fuori il mondo cambia”

3 minuti di lettura

Le domande ad Angelo Gaja hanno un destino curioso perché raramente restano quelle con cui erano partite perché lui le prende, le allarga, le porta altrove. A Cortina, durante VinoVip, gli chiedono quali siano le minacce che incombono sul vino in generale. Dopo pochi minuti, parla di guerre, di salute pubblica, di Giuseppe Prezzolini ( costringendo i giovani a fare ricerche su Internet) e di un'enoteca di New York e perfino alle mail che continua a spedire alle figlie per suoi consigli non richiesti. Un modo di costruire le risposte del tutto unico e personale.

Sembra procedere per deviazioni. In realtà costruisce un mosaico. E quando tutti i tasselli trovano posto, il vino è diventato il racconto di un Paese, del suo carattere e perfino delle sue paure. È questo che rende ancora speciale ascoltare Gaja. Non soltanto il produttore che ha trasformato una cantina di Barbaresco in uno dei nomi simbolo dell'enologia mondiale, contribuendo a liberare il vino italiano dal complesso di inferiorità nei confronti della Francia. Ma l'uomo che continua a leggere il presente attraverso una bottiglia.

La frase che sintetizza meglio il suo pensiero arriva quasi di passaggio. "Il vino si beve per festeggiare." Sembra un'osservazione semplice. Invece contiene tutto il resto. Perché se il vino accompagna i momenti felici della vita, è inevitabile che soffra quando il tempo storico si riempie di inquietudine. Gaja ricorda le guerre che continuano a lambire l'Europa, il clima di incertezza, le campagne che negli ultimi anni hanno spostato il vino sul banco degli imputati. Dice di essere rimasto "frastornato" quando, nel gennaio del 2023, l'Organizzazione mondiale della sanità definì l'alcol un veleno e osserva con preoccupazione come il dibattito pubblico abbia finito spesso per mettere nello stesso contenitore realtà profondamente diverse.

Il punto, però, non è chiedere indulgenza. Gaja non cerca alibi e non indulge nella nostalgia. Anzi, quando guarda al futuro, le sue preoccupazioni sono molto più concrete. Il cambiamento climatico, dice senza esitazioni, è la minaccia più seria. Poi c'è la sovrapproduzione, che impone al settore un cambio di mentalità. "Possiamo fare meglio: produrre meno e meglio". È una frase che pronuncia senza enfasi, come fosse un dato di fatto. Così come considera un errore aver relegato i vini da tavola in una categoria minore. "Dobbiamo ridare loro dignità." Perché anche da quei vini passa la credibilità complessiva del sistema.

Non c'è rimpianto quando parla dei consumi. Gaja appartiene alla generazione che ha visto il vino passare da alimento quotidiano a piacere occasionale. "Quei numeri non torneranno più", osserva. Sarebbe inutile inseguirli. Piuttosto bisogna guardare ai mercati che stanno crescendo, dall'Asia all'Africa, senza perdere la consapevolezza di ciò che il vino italiano rappresenta: uno dei pochi grandi prodotti del Made in Italy che crea valore restando profondamente legato ai territori in cui nasce: non si può delocalizzare. Il suo è un invito a cambiare senza perdere identità. Vale anche per il modo in cui il vino racconta se’ stesso.

Le guerre ideologiche lo divertono poco. Naturale contro convenzionale, tradizione contro innovazione: "Se uno mette lo spumante a cinquanta metri sotto il mare o fa vino naturale, a me non importa." Non è disinteresse. È la convinzione che il settore sprechi troppe energie nel dividersi mentre fuori il mondo cambia molto più velocemente. Poi arriva una delle sue battute, che è anche un modo elegante per parlare del passaggio di testimone. Racconta delle figlie, che gli chiedono consiglio, ascoltano e poi decidono liberamente. Lui, ogni tanto, manda una mail con tre parole: "Te l'avevo detto". Sorride mentre lo racconta. È il sorriso di chi sa che le aziende, come le famiglie, crescono solo quando i figli smettono di assomigliare ai padri.

Uno dei vigneti di Angelo Gaja 

Alla fine, resta soprattutto un'impressione. A ottantacinque anni Gaja continua a coltivare il dubbio come una virtù. Cita Giuseppe Prezzolini: "tutto il male dell’Italia viene dall’anarchia, ma anche tutto il bene”, per identificare quello che succede oggi, invita il settore a essere più tollerante, diffida delle parole trasformate in slogan e preferisce il buon gusto alla retorica della moderazione. Soprattutto rifiuta l'idea che il vino debba raccontarsi in difesa, quasi chiedendo il permesso di esistere.Forse è questo il filo che tiene insieme il suo lungo ragionare. Il vino non vive perché qualcuno lo giustifica. Vive perché accompagna la parte migliore della vita delle persone. Le tavole, gli incontri, i brindisi, le riconciliazioni. Le feste, appunto.E allora quella frase pronunciata quasi distrattamente smette di essere un'immagine. Diventa una chiave di lettura. Se il vino si beve per festeggiare, la sua salute dipenderà sempre, prima di tutto, dalla capacità di una società di tornare ad avere qualcosa da celebrare