C’è un gesto che facciamo sempre meno: sbucciare una mela. Si preferisce un approccio pratico: la laviamo, la addentiamo. Oppure (poco poetico ma accade) la compriamo già tagliata in una vaschetta di plastica. È più veloce. Ormai si è persa l’abitudine a quel minuto in cui il coltello gira lentamente intorno al frutto, la buccia cade in un’unica spirale e il profumo della polpa si libera poco alla volta.
Forse è proprio questo il senso dell’estate. Recuperare il tempo di quella giravolta. Viaggiare dovrebbe assomigliare più allo sbucciare una mela che allo scorrere una schermata sul telefono. Si tratta di rallentare e di restituire alle cose il loro tempo naturale, come quello delle mele (le prime si coglieranno ad agosto). Un pomodoro non matura perché lo desideriamo, un formaggio non stagiona più in fretta se abbiamo fretta, il vino ignora le notifiche del cellulare, il pane ha bisogno delle sue lievitazioni, un sugo continua a sobbollire anche quando noi vorremmo essere già seduti a tavola.
La natura non conosce l’urgenza: conosce il ritmo. E allora possiamo capire perché sempre più persone scelgono di partire a piedi, in bicicletta o a cavallo. Non per nostalgia, né per spirito sportivo. Lo fanno perché questi mezzi hanno una straordinaria qualità: costringono il paesaggio a tornare umano. In automobile il panorama scorre, ma a piedi si attraversa, in bicicletta si annusa, a cavallo si ascolta. E il cibo cambia con lui. Non è più soltanto una meta, un ristorante da raggiungere o una fotografia da condividere. Diventa il modo più semplice per entrare in sintonia con un territorio e con le persone che ogni giorno lo custodiscono. C’è il vino raccontato da chi coltiva quella vigna, il pane preparato da chi conosce il valore dell’attesa, il formaggio frutto del lavoro di allevatori e casari, il piatto di chi trasforma tutto questo in accoglienza. Produttori e ristoratori sono la vera colonna vertebrale dell’agroalimentare: senza di loro i paesaggi sarebbero solo panorami.
L’estate è probabilmente la stagione che ci concede meglio questo privilegio. Le giornate si allungano anche perché più a lungo stiamo seduti a tavola, ascoltiamo una storia, ci concediamo una deviazione, aspettiamo un tramonto invece di inseguire un appuntamento. Perfino una sosta sotto un albero smette di sembrare tempo perso. Ed ecco nascere i ricordi più belli: una chiacchierata dopo cena, un pranzo che si prolunga in pennichella, la gioia di non arrabbiarsi se abbiamo preso la strada sbagliata. Perché il viaggio più prezioso non è quello che ci porta più lontano, ma quello che ci restituisce il tempo di assaporare il mondo.