Il racconto

Ora, labora... e produci vino: le storie centenarie dei vigneti delle abbazie

L'Abbazia di Praglia
L'Abbazia di Praglia 

Presto un marchio che certifica e tutela le etichette che nascono nelle cantine di conventi e monasteri. Ecco 5 esempi che meritano di essere conosciuti

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Nei secoli le abbazie hanno conservato la conoscenza con gli amanuensi, hanno trasmesso le pratiche mediche grazie ai preti farmacisti, hanno tramandato le ricette con i monaci cucinieri e preservato vigne ancestrali e i loro vini tramite il lavoro dei religiosi. Oggi, questo impegno viene certificato anche grazie a un marchio che verrà apposto sulle bottiglie per rendere immediatamente riconoscibile al consumatore l'opera secolare che si è tramandata nelle cantine e nelle vigne di tanti luoghi consacrati in tutto il mondo dove il vino è diventato tramite verso qualcosa di più grande

Pare sia ormai arrivata a un punto fermo la procedura per la creazione, anche in Italia, di un “marchio ombrello” che racchiuda e tuteli i vini che nascono nelle cantine conventuali o monasteriali. La geografia del marchio ricalcherà la rete "Vini d'Abbazia", che comprende oltre 30 produttori, il cui nome caratterizza anche la manifestazione, ideata dal giornalista Rocco Tolfa, che si tiene ormai da cinque edizioni a Fossanova, in provincia di Latina, a metà giugno. Nonostante non esista un dato statistico ufficiale o una voce di bilancio macroeconomica che quantifichi il valore totale globale o nazionale del mercato dei vini d'abbazia, gli analisti stimano che il valore complessivo del comparto in Italia si aggiri tra i 70 e i 90 milioni di euro l’anno.

L'importanza economica del comparto si denota anche dalla crescita delle manifestazioni dedicate. Un esempio su tutti Vini d'Abbazia che quest’anno ha registrato oltre 5mila visitatori paganti segnando un incremento del 25% rispetto il 2025. A segnare il successo fra i consumatori dei vini trappisti, oltre all’innegabile qualità dei prodotti, è anche la storia che ognuno di essi racconta fatta di gesti ancestrali e vitigni ormai quasi scomparsi. Ecco alcune delle loro storie.

L'Abbadia Ardenga
L'Abbadia Ardenga 

Cantina Cremisan – Betlemme

La Cantina prende il nome dalla valle di Cremisan, un’oasi collinare tra Betlemme e Gerusalemme. Qui nel 1863, un giovane sacerdote missionario italiano che viveva a Betlemme, Antonio Belloni, ha iniziato a prendersi cura dei molti orfani cristiani della città offrendo loro un rifugio e un'educazione religiosa e professionale. A questo scopo, aprì due orfanotrofi, uno a Betlemme e uno a Beit Gemal, e ancora oggi è ricordato come Abu El Yatama, il "Padre degli orfani". Casa Cremisan è stata fondata come centro educativo religioso per la congregazione della Sacra Famiglia e, nel 1885, fu completata da una piccola cantina per offrire un’opportunità di lavoro per i poveri della zona attraverso la produzione di vino e per garantire l'autosufficienza dell'Istituto. Questo progetto prende il nome “Vino della Pace” perché unisce da sempre i popoli attraverso la terra. Il suo fiore all’occhiello è il recupero e la valorizzazione di rari vitigni autoctoni palestinesi a bacca bianca, come Hamdani, Jandali e Dabouki, e a bacca rossa come il Baladi. Tuttavia oggi, la valle affronta la dura realtà geopolitica poiché il tracciato del muro di separazione israeliano circonda e frammenta i terreni, separando i contadini dalle vigne e isolando la comunità.

Abbazia Greca di San Nilo – Grottaferrata

L'Abbazia Greca di San Nilo, o Monastero Esarchico di Santa Maria di Grottaferrata, è un monastero bizantino fondato nel 1004 da San Nilo da Rossano. La sua eccezionale unicità storica e spirituale risiede nel fatto che, pur essendo un monastero cattolico, vi si pratica il rito bizantino-greco fin dalla sua fondazione. Da sempre, i monaci hanno coltivato qui la vite per ricavarne il vino da impiegare nelle funzioni liturgiche riprendendo una storia ben più antica. Infatti, L'Abbazia sorge sui resti di una monumentale villa romana di epoca repubblicana (attribuita a Marco Tullio Cicerone) e già in epoca romana l'area era celebre per la qualità delle sue vigne e dei suoi vini.

Con l'arrivo di San Nilo e dei suoi discepoli, i monaci ereditarono e perfezionarono queste antiche tradizioni rurali. Per secoli la produzione vitivinicola dell'Abbazia è stata rinomata, favorita dal terreno vulcanico fertile e permeabile tipico dell'area di Frascati. Oggi l'eredità storica dell'Abbazia è stata ripresa dall'Associazione Vignaioli in Grottaferrata con un forte focus sul recupero delle varietà autoctone come un antico clone locale di Verdicchio, storicamente presente nei Castelli Romani prima dell'arrivo della fillossera e recuperato da vigneti storici ultranovantenni.

Monastero delle Suore Trappiste – Vitorchiano

Nel cuore della Tuscia viterbese, il Monastero delle Suore Trappiste di Vitorchiano custodisce un perfetto equilibrio tra spirito e terra seguendo la Regola di San Benedetto Ora et labora. Fondata nel 1875, la comunità vive quindi alternando preghiera, lavoro agricolo, editoria e produzione di marmellate, confetture, dolci, olio e vino. E proprio qui è nata una delle realtà più affascinanti della viticoltura naturale italiana.

Fino agli anni 2000, infatti, le monache vendevano solo vino sfuso ma la svolta avvenne grazie all’incontro con l’enologo Giampiero Bea, che le indirizza verso una coltivazione senza chimica. Su suoli vulcanici tipici del comprensorio nascono etichette celebri come il bianco Coenobium, il rosso Benedic e il Coenobium Ruscum, un orange wine macerato sulle bucce.

Abbazia di Monte Oliveto Maggiore - Asciano

La nascita del Monastero di Monte Oliveto Maggiore, nel cuore delle Crete Senesi, è legata alla figura del nobile senese Giovanni Tolomei canonizzato San Bernardo Tolomei. Nel 1313, Tolomei decise di ritirarsi a vita contemplativa nel selvaggio deserto di Acona insieme ai nobili Patrizio Patrizi e Ambrogio Piccolomini. Il 26 marzo 1319, tramite la charta fundationis, l'insediamento divenne ufficialmente l'Abbazia di Monte Oliveto Maggiore decidendo di seguire la Regola di San Benedetto.

Nel corso dei secoli, il duro e costante lavoro manuale dei monaci ha letteralmente trasformato un'area originariamente brulla ed erosa in un'oasi fertile e ricca di biodiversità, alternando calanchi naturali a boschi, oliveti e vigne. La viticoltura e il vino sono le attività principali fin dal XIV secolo. Negli storici sotterranei trecenteschi dell'abbazia si trova la cantina monumentale in mattoni faccia a vista, dove il vino affina in grandi botti di legno.

Abbazia di Praglia – Teolo

“Bonum vinum purum”, vino buono e puro, così veniva definito il vino dell’abbazia di Praglia nei documenti risalenti a oltre mille anni fa e da cui sono state tratte, nel 2005, le informazioni per il reimpianto di vitigni autoctoni. Infatti, seguendo la regola benedettina che detta che il lavoro appartiene alla figura autentica del monaco, già dalla sua fondazione, tra la fine del secolo XI e l’inizio del XII, i monaci si sono dedicati alla viticoltura e all’olivicoltura.

Dopo le soppressioni napoleoniche e sabaude, i monaci rientrarono nel 1904, riprendendo l'antica tradizione ma è negli anni 2000 che la produzione ha vissuto un profondo rilancio tecnologico, mantenendo, però, la cantina storica del XV secolo ricavata svuotando l'antica cisterna d'acqua sotto il chiostro pensile. Oggi i vigneti coprono circa 13 ettari di terreno vulcanico, dove si coltivano, seguendo criteri di minimo intervento per tutelare l'ecosistema e le api allevate nel monastero, vitigni autoctoni quali Garganega, moscato giallo, merlot e raboso.

Abbadia Ardenga – Montalcino

La storia dell’Abbadia Ardenga affonda le radici nel profondo Medio Evo quando, nel XI secolo, un conte della stirpe francese dei Ranieri fondò il Monastero dell’Ardenga. Il Monastero fu in parte distrutto, seguendo il destino delle tante località del contado senese nel periodo medievale. Nella Chiesa romanica di S. Andrea di Abbadia Ardenga, si possono riconoscere elementi di architettura dell’epoca, ma il ritrovamento di oltre due terzi di un’antica cripta a sette navate di cui due occupano l’intera larghezza della Chiesa, è sicuramente il più importante. Oggi la proprietà della cantina fa capo alla Società di Esecutori di Pie Disposizioni Onlus di Siena, un'antichissima istituzione benefica risalente al XIII secolo, e i proventi dell'azienda agricola vengono destinati a scopi di solidarietà sociale, come l'assistenza agli anziani.

La gestione, invece, è, da oltre 30 anni, delegata alla famiglia Ciacci, il cui capostipite, Mario Ciacci, è stato il direttore storico della cantina, nonché uno dei soci fondatori del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino. Oltre al Brunello, la cantina produce Rosso di Montalcino Doc, una declinazione più giovane e fresca del Sangiovese, il Capo Borgo Rosso Igt, un'ulteriore espressione rossa del territorio, e il Vinsanto Sant'Antimo Doc, una rarità prodotta in piccole quantità con uve bianche Trebbiano e Malvasia.

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