La storia

Caponata, l’oggetto narrativo dei romanzi siciliani

Caponata, l’oggetto narrativo dei romanzi siciliani

Da Camilleri a Agnello Hornby fino a Torregrossa la pietanza che racconta meglio gli odori e sapori di casa

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C’è un tratto che accomuna le migliori pagine dedicate alla caponata nella letteratura siciliana: nessuno degli autori che la raccontano si sofferma davvero sulla ricetta. A interessarli non sono le proporzioni tra aceto e zucchero, né la disputa infinita sulle varianti locali. La caponata entra nei romanzi come entrano certi odori, certi paesaggi, certe parole di famiglia. È un oggetto narrativo. Dice da dove veniamo, chi siamo stati, cosa ricordiamo.

Andrea Camilleri lo aveva capito meglio di tutti. Nei romanzi del commissario Montalbano il cibo è una lingua parallela, capace di raccontare affetti, nostalgie e identità con più efficacia di molti dialoghi. La caponata compare come una presenza familiare, quasi una rassicurazione. È casa. È Adelina che continua a prendersi cura del commissario anche quando non c’è. In una delle scene più celebri della serie, Montalbano apre il frigorifero e trova la caponatina preparata dalla governante. La guarda prima ancora di mangiarla. Ne percepisce il profumo, i colori, l’abbondanza. Ne “La gita a Tindari” la descrizione è affidata a tre parole soltanto: «sciavuròsa, colorita, abbondante» e Camilleri lo fa di nuovo: si inventa un aggettivo, “sciavuròso”, che dà subito il “ciavuru”, il profumo.

Non c’è compiacimento gastronomico. C’è il riconoscimento immediato di qualcosa che appartiene alla sfera domestica e sentimentale. La caponata, nei libri di Camilleri, è ciò che aspetta a casa. Nell’universo di Vigàta il cibo serve spesso a ristabilire un ordine. Dopo un’indagine difficile, una delusione o una giornata storta, Montalbano torna ai piatti della tradizione come si torna a un luogo sicuro. La caponata appartiene a questa geografia dell’appartenenza. Non è un caso che venga associata ad Adelina, la figura che più di ogni altra incarna la continuità della vita quotidiana.

Se Camilleri lega la caponata alla dimensione affettiva, Simonetta Agnello Hornby la colloca nel territorio della memoria. In “Un filo d’olio”, il libro che intreccia autobiografia, ricette e racconto familiare, la cucina diventa un archivio di storie. Le preparazioni tradizionali non vengono raccontate come patrimonio immobile ma come esperienza vissuta, tramandata, condivisa. Tra le ricette e i racconti di famiglia raccolti nel libro, la caponata appartiene a quel repertorio domestico che custodisce la memoria della Sicilia privata. Nelle pagine dedicate alla campagna di Mosè, vicino ad Agrigento, il cibo diventa uno strumento per raccontare la Sicilia delle famiglie, delle estati, delle raccolte, dei pranzi lunghi. La caponata non è soltanto un piatto: è una forma di memoria. È uno dei modi attraverso cui il passato continua a essere presente.

Più contemporanea è la lettura proposta da Giuseppina Torregrossa. Nei suoi romanzi il cibo è spesso associato al desiderio, alla scoperta di sé, alla libertà femminile. Piatti, profumi e ricette diventano strumenti per raccontare relazioni, identità e trasformazioni. Non sorprende allora che, interrogata sul piatto che meglio rappresenta la sua scrittura, l’autrice abbia risposto senza esitazioni: «una caponata di melanzane». Una definizione che funziona perché dentro quel piatto convivono elementi apparentemente incompatibili: dolce e acre, tradizione e invenzione, memoria e desiderio.

Tra le pagine di Camilleri, Agnello Hornby e Torregrossa, la caponata assume forme diverse. È conforto domestico, memoria familiare, identità. Ma soprattutto racconto.

(Il Gusto - Repubblica Palermo)

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