A diciotto anni ha lasciato Terni per Ibiza con una valigia, qualche stagione di lavoro davanti e l’idea che il futuro si trovasse altrove. Quasi quindici anni anni dopo, quella stessa ragazza è diventata la vincitrice della quattordicesima edizione di MasterChef España, il programma che per oltre un decennio ha raccontato al Paese la cucina come sogno di riscatto, vocazione e seconda possibilità.
Dalla città delle ciriole, della carne alla griglia, della pizza grassa, del Pampepato e di una cucina ancorata alla tradizione di bassa Umbria e Alto Lazio fino alla nazione motrice della “vanguardia” gastronomica europea il passo è stato potente.
Ma la storia di Camilla Angelucci, classe 1994, madre di due figli e ormai spagnola d’adozione, è anche un esempio di riscatto che nasce dal talento: una migrante italiana, una vita ricostruita all’estero, una famiglia, lavori lontani dai riflettori e, in mezzo, una passione per la cucina coltivata quasi in silenzio.
Prima di indossare il grembiule bianco di MasterChef, Angelucci ha lavorato come hostess di terra all’aeroporto di Ibiza, ha fatto l’assistente personale di una principessa saudita e ha attraversato quel mosaico di impieghi che caratterizza l’economia dell’isola, tra turismo e servizi. La cucina, però, era sempre rimasta sullo sfondo, come una lingua madre che non si dimentica mai.
Quando si è presentata ai casting di MasterChef, lo ha fatto con un obiettivo semplice: dimostrare, soprattutto a sé stessa, di oltrepassare quelli che finora erano i suoi perimetri professionali e di vita. Per entrare nel programma ha insistito per anni, tentando più volte la selezione prima di essere finalmente scelta per la quattordicesima edizione.
All’inizio non sembrava destinata a diventare l’eroina della stagione. Anzi. Competitiva, esigente, talvolta brusca nei rapporti con gli altri concorrenti, è stata rapidamente etichettata dalla stampa spagnola come la “villana” dell’edizione, la cattiva del racconto.
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Poi qualcosa è davvero cambiato: puntata dopo puntata, dietro quel carattere spigoloso è emersa una storia più complessa: un’infanzia segnata dalla separazione dei genitori, l’emigrazione in giovane età, la necessità di costruirsi una corazza per affrontare la vita adulta lontano da casa. La concorrente dal carattere deciso si è trasformata in una delle figure più autentiche del programma.
La finale, andata in onda lunedì sera su RTVE, è stata il compimento di questo percorso. Angelucci ha costruito il proprio menu come un’autobiografia in tre atti.
Il primo piatto era dedicato a Ibiza, l’isola che l’ha accolta e dove ha conosciuto il marito, un catalano con cui ha avuto due figli. Il secondo guardava all’Italia e alla memoria familiare attraverso gli gnocchi e i sapori dell’infanzia. Il dessert, invece, era un omaggio alla Catalogna e alla famiglia che si è costruita in Spagna.
In un programma che spesso distilla la cucina in esercizio tecnico, Angelucci ha fatto qualcosa di diverso: ha raccontato una geografia sentimentale.
Uno dei momenti più intensi della finale è arrivato quando i suoi genitori, separati da molti anni, si sono ritrovati seduti uno accanto all’altro per sostenerla. La concorrente ha raccontato che non li vedeva insieme da quando era bambina.
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La vittoria vale centomila euro, la pubblicazione di un libro di ricette e una borsa di studio al Basque Culinary Center, una delle più prestigiose istituzioni gastronomiche europee. Ma il successo di Angelucci racconta anche un’altra storia: quella di MasterChef Spagna.
Quando debuttò nel 2013, il programma fu un fenomeno nazionale. Le prime edizioni superavano regolarmente i tre milioni di spettatori e le finali diventavano eventi di massa. Il format contribuì a trasformare gli chef in personaggi popolari e a rendere l’alta cucina un argomento di conversazione quotidiana.
Succederà anche per Camilla Angelucci? Qualsiasi cosa succeda, in ogni caso, la sua avventura ha già varcato i confini del talent show: il suo è il racconto di una ragazza partita dall’Umbria rossoverde per cercare un futuro in un’altra parte d’Europa e che, attraverso il cibo, è riuscita a mettere ordine nella propria biografia.
La sua cucina, alla fine, parla di identità, di radici e interpreta quel sentimento tipicamente contemporaneo di appartenere a più luoghi contemporaneamente: alla “ternitudine” che si è lasciata alle spalle, alla Spagna che l’ha accolta e a una gastronomia senza confini, capace di tenere insieme entrambe le cose.