Signori, in carrozza: quando il cibo va in scena nello scompartimento del treno
di Giulia ManciniNella storia del cinema innumerevoli e indimenticabili scene di film famosi sono state spesso ambientate all’interno delle stazioni o a bordo dei vagoni
Non è mai solo cibo. È memoria, rito, identità culturale, condivisione, scambio di opinioni o espediente per innescare una riflessione. Soprattutto quando non se ne può sentire il profumo, assaggiare il sapore e gustarne la prelibatezza. Sul grande schermo, anche se consumato in un vagone, su una carrozza ristorante o in una stazione ferroviaria, il cibo riveste più ruoli con diversi significati. Scandisce il tempo, contestualizza il viaggio e crea legami tra i personaggi.
Ogni viaggio inizia in stazione, siamo alla Gare de Lyon di Parigi. Qui dal 1901 vive il ristorante ‘Le Train Bleu” in cui è ambientata anche una scena clou del film di Luc Besson, Nikita. Nessuna pietanza, il ristorante stesso diventa luogo di riscatto e determinazione per la giovane killer. Tra scintillanti lampadari in cristallo e stucchi dorati della Belle Époque, Nikita riceve in regalo una pistola. Uccidere un uomo seduto in un tavolo dello sfarzoso ristorante è la sua prima missione. Semina il panico tra gli ospiti assorti in bocconi della più classica cucina francese, portando a termine il compito: il lusso si contrappone all’efferatezza della gesto, lo sfarzo la emancipa dalla banlieue da cui proviene ma non dalla disgrazia di una vita da cui fuggirà senza lasciare traccia.
Se di lusso e treni si parla, è immediato immergersi nell’atmosfera dell’Orient Express su cui la penna di Agatha Christie ha messo all’opera Hercule Poirot per risolvere un assassinio. Nelle diverse versioni cinematografiche è la carrozza ristorante il luogo in cui l’investigatore belga, appassionato di omelette, apprende del delitto; e anche dove convoca i facoltosi ospiti del lussuoso treno per annodare i fili dei loro racconti. Tovaglie immacolate, fini porcellane, ricercate pietanze francesi servite da camerieri in guanti bianchi, la sintesi del lusso in treno: Champagne in fresco in boule d’argento, le bollicine francesi come preludio di tragedia.
Ben diversa l’atmosfera popolare negli scompartimenti dei treni a lunga e media percorrenza. Pasti frugali e vite che si incrociano tra distanze e drammi personali. Michele Abbagnano, menomato a una mano e impossibiltato nel lavoro, per sbarcare il lunario viaggia ogni notte, senza biglietto, sul treno da Vallo della Lucania a Napoli. È Nino Manfredi, nel film di Nanni Loy “Cafè Express”, a portare la cesta piena di conforto fumante. Caffè, cappuccini venduti clandestinamente e oggetto di ricatti e verifiche, ma così graditi che tutti faranno il possibile (e di più) per coprire il venditore, ripagandolo delle fatiche.
“Che tipi di panini avete?” domanda il petulante Giovanni, “e formaggio quale? Me lo può scaldare?” facendo perdere le staffe all’addetto al carrello tra i vagoni, che non esita a schiacciare il panino contro il finestrino assolato per fingere di soddisfare la richiesta. Giovanni e Giacomo sono in viaggio verso Aldo, è come se stessimo guardando “Chiedimi se sono felice”. “Un po’ di cochina?” offre Giacomo, pena poi vedersi restituire la lattina vuota. Carattere di ognuno e dinamiche tra amici che si devono ritrovare, il cibo diventa espediente descrittivo e non più solo sostentamento.
Tre fratelli in lutto salgono su “Il treno per il Darjeeling”, attraversano campagne indiane e anche grazie al cibo speziato si immergono nella cultura locale, negli usi e nello spirito. Un viaggio intimistico e conflittuale, che li porrà di fronte a scelte inaspettate, dolci e acide come la limonata che consumano.
Il treno che parte dal binario 9 e ¾ sferraglia verso Hogwarts ogni anno, per l’inizio della scuola. È il treno più magico del cinema, quello sul quale Harry Potter inizia a stringere amicizia con Ron Weasley. “Prendiamo tutto!” esclama tra l’incredulo e l’eccitato Harry quando la vecchia signora passa con il carrello degli snack e dei dolci. Gelatine tutti i gusti più uno, cioccorane, gomme bolle bollenti, dolci pieni di magie e trucchi, caramelle che fungono da iniziazione per il mondo della stregoneria per il giovane maghetto, nonché condivisione del cibo come suggello di un’amicizia destinata a cambiare le loro vite.
Se nel primo film è così, diversamente nel terzo episodio “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” il cioccolato non è piacere, ma rimedio da una enorme paura. Sul treno attaccato dai Dissennatori il maghetto è sotto assedio, le energie risucchiate e in suo soccorso il professor Lupin gli tende una tavoletta di cioccolato, conforto ed energia in un boccone per superare la paura e ritrovare coraggio.
Cosa si mangia sul treno diventa metafora del divario tra le classi sociali e, per alcuni, lotta per la sopravvivenza in Snowpiercer, film diretto da Bong Joon-ho. In una realtà distopica post apocalittica, ci si salva solo vivendo su un treno in moto perpetuo nella glaciazione. Il posto sul gigantesco treno è assegnato in base alla classe sociale, come fosse un mircocosmo su rotaie, con lussi e scomodità che ne derivano. Tanto più vicini alla locomotiva, tanto più agiate sono le condizioni con vagoni ristoranti e pasti sopraffini; scendendo verso la coda i poveri possono alimentarsi solo con barrette proteiche distribuite con parsimonia.
E come ogni viaggio in treno scendiamo in un’altra stazione filmica, a confortare il cuore nel Whistle Stop Cafè, dove le due amiche Idgie e Ruth servono pomodori verdi fritti di contorno al barbecue, la loro specialità. La vita, con i suoi problemi e drammi personali, scorre nel locale in cui i pomodori verdi fritti diventano pietra miliare di conforto e confronto. Perché non è mai solo cibo, anche quando viaggia sulle rotaie di un treno.