Fare la coda è una perdita di tempo o un modo per sentirsi parte di una comunità ordinata? Per i britannici è vera la seconda. Al punto tale che un inglese medio riesce a mettersi in fila anche se è da solo. Mentre per un italiano altrettanto medio saltare la coda è un fine che giustifica qualunque mezzo. In realtà, stereotipi a parte, la fila, come diceva lo scrittore americano Charles Bukowski, divide l’umanità in due tipologie. Gli irregolari come lui, che alla sola idea di mettersi in coda si sentono morire. E i normali, che hanno una sorta di propensione naturale a stare in coda, anche per sempre se è il caso.
In realtà, disporsi ordinatamente gli uni dietro agli altri in fila indiana e attendere con pazienza il proprio turno di solito viene considerato lo specchio di un carattere civile, di un temperamento che mette le ragioni della collettività avanti alle proprie. Mentre cercare di fare i furbi per scalare posizioni, appare la classica dimostrazione di scarso senso civico. Ma è così sempre e comunque? La risposta è “sì” se la coda è il solo modo uguale per tutti per raggiungere il nostro scopo. Invece la risposta è “no” se ci sono altri modi. È chiaro che cercare di saltare la fila allo sportello dell’Asl, o dell’ufficio passaporti, o al botteghino del concerto è da incivili. Ma fare file lunghissime per una pizza o un gelato se ci sono alternative altrettanto valide ha altre spiegazioni.
Umanità
La prima è che la coda chilometrica è un segno di appartenenza. Una scia di umanità nella quale ci inseriamo. E che aggiunge un plus di piacere alla pizza o al panino. In realtà, questo plus non è altro che il riflesso del piacere degli altri che amplifica il nostro. È quel che il grande filosofo e antropologo francese René Girard chiama triangolazione del desiderio. Intendendo che la distanza che ci separa dagli oggetti delle nostre brame non è una linea retta, ma un triangolo, formato da noi stessi, da quel che vogliamo e soprattutto dagli altri che vogliono la stessa cosa. In realtà quanto più la pizza o il gelato piacciono, tanto più cresce la nostra voglia di assaggiare l’una e l’altro. Insomma, più è lunga la fila più quel cono e quella margherita ci mettono in connessione con gli altri dal momento che vogliamo tutti la stessa cosa. Come dire che il sapore per il quale siamo disposti a sacrificare ore del nostro tempo non è una semplice questione organolettica, ma sociale. È una unità di scopo.
Non è diverso da quando scegliamo di andare in un ristorante stellato. Anche in questo caso la nostra scelta è preceduta e orientata dal numero delle stelle, che fa da attrattore e da motivatore. C’è chi fa collezione di stellati proprio per aggiungerli al suo carnet de voyage, per poter dire di aver visitato tutti quelli che contano, almeno secondo gli ispettori della celebre guida.
Nel caso del panino con la coda il meccanismo è lo stesso, aumentato dall’effetto virale dei social. Più sono i “mi piace” più mi piace. Si tratta di sapori griffati, di icone planetarie. Che trasformano un fenomeno estremamente locale in cibi globali. “Con mollica o senza” è una domanda che da noi si fa da sempre in ogni salumeria, prima ancora che nascessero le paninoteche. Ma la stessa domanda rilanciata da Instagram o da TikTok diventa un brand innescando una triangolazione del desiderio di dimensioni mondiali.
I desideri
Per la stessa ragione la schiacciata per cui siamo disposti a metterci in coda davanti All’antico vinaio non è diversa dalle ottime schiacciate che si possono gustare da sempre in ogni angolo di Firenze. La differenza è che adesso quella griffe gastronomica ha portato un certo sapore di Firenze in ogni angolo del villaggio globale. E tutti, soprattutto la Gen Z, cresciuta a pane e piattaforme, vuole fare la stessa esperienza che ha conquistato quelli come loro. Discorso simile per i templi della pizza napoletana alle cui porte le file dei turisti si snodano come serpenti umani. Spesso a qualche vicolo di distanza ci sono pizzerie di quartiere che sfornano margherite e marinare altrettanto buone e senza attese snervanti.
La differenza sta nel fatto che riuscire a conquistare un posto in un locale celebre è diventato un’esperienza da condividere, che ci dà la sensazione di appartenere a una community di iniziati. Sono le stelle assegnate a furor di social. Il mondo della gastronomia salvato dai ragazzini.